venerdì, 3 Luglio 2020 - 22:57
Calcio Juventus Juventus, da Sarri a Guardiola: la sfida tra aziendalisti e manager

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Juventus, da Sarri a Guardiola: la sfida tra aziendalisti e manager

Da Allegri a Sarri fino ad arrivare a Guardiola. La scorsa estate la Juventus ha optato per l'ex tecnico del Napoli, una vera e propria via di mezzo tra una guida aziendalista e una manageriale

Alzi la mano, idealmente, chi ha giocato almeno una volta nella vita a Football Manager. All’inizio del gioco viene chiesto che tipo di allenatore si vuole essere: tattico, sergente di ferro… La piattaforma permette di gestire un club a scelta come meglio si crede, avendo il controllo a 360 gradi della vita della squadra. Nel calcio, però, molto spesso non funziona così. Dalla metà degli anni 80 è iniziata, infatti, una rivoluzione nella gestione dei progetti sportivi che mostra i suoi effetti ancora oggi. Prima di allora, lo schema era chiaro ed unico per tutti: il presidente metteva il grano, il dirigente selezionava i giocatori migliori da acquistare e l’allenatore era incaricato di farli rendere al meglio.

Quel tipo di mister viene definito aziendalista. In parole povere, i giocatori sono gli asset patrimoniali di una squadra e il loro rendimento, insieme a quello generale, stabilisce parzialmente il loro valore. Se un attaccante non segna, il suo valore scende. Roba che capirebbe anche un bambino. Per questo, lo stesso tecnico diventava il fattore di crescita più importante del valore sportivo ed economico di una squadra. Ad un certo punto, però, gli allenatori si sono messi a fare delle richieste specifiche. Si è partito dal chiedere un rimpiazzo in un ruolo specifico o l’acquisto di un pupillo, per arrivare a pretendere la gestione totale del club e del mercato. E così si arriva ai giorni nostri.

Juventus, l’aziendalista per eccellenza: il caso Allegri

Allegri
Massimiliano Allegri, ex allenatore della Juventus

Ancora oggi, anche se non fa bene dirlo, questa differenza è molto marcata e, spesso, segna la linea tra un progetto vincente e un fallimento. Prendiamo il caso dell’aziendalista per eccellenza dei giorni nostri: Massimiliano Allegri. E’ il 15 luglio del 2014 quando, in pieno ritiro pre-campionato, Antonio Conte annuncia le dimissioni da allenatore della Juventus per divergenze con la società. In soldoni, l’allenatore salentino considera disattese le sue richieste sul mercato visto che, dopo tre anni di successi con rose non certo piene di fenomeni, si aspettava qualche regalo in più dai piani alti. Trovatasi in una situazione di emergenza, la dirigenza bianconera è corsa ai ripari ingaggiando Allegri che, l’anno prima, era stato esonerato dal ruolo di allenatore del Milan dopo risultati parecchio deludenti.

A primo impatto, i tifosi della Vecchia Signora non la presero benissimo: il tecnico livornese non era ben visto e si temeva il crollo di ciò che era stato a fatica ricostruito dopo Calciopoli e la Serie B. Il tempo poi diede ragione a Marotta & co., dato che la Juventus, alla fine di quella stagione, vinse nuovamente il campionato e giocò la finale di Champions a Berlino contro il Barcellona, poi persa 3-1. Inoltre, sembra superfluo elencare tutti i titoli vinti dall’allenatore ex Cagliari Milan durante la sua esperienza a Torino. Oggi come oggi, si tende a sottilizzare e semplificare (per ovvie ragioni) quelle che sono le dinamiche di una società agli occhi dei tifosi: il tecnico ha chiesto il giocatore y, senza però andare realmente alla radice dei fatti.

Prendendo in esame il caso Allegri, si contano sulle dita di una mano le richieste dell’allenatore arrivate dalle parti di Agnelli in 5 anni e tutte non specifiche. Veniva richiesto un rimpiazzo in un ruolo piuttosto che in un altro, ma mai un giocatore in particolare. Questa è la linea che cercava (e che cerca tutt’ora) la Juventus. Con Conte, ciò non era possibile. Allegri ha sviluppato a pieno il potenziale di molti giocatori, rendendoli asset patrimoniali di tutto rispetto, che nulla avevano da invidiare ai top-club di Premier o spagnoli.

Juventus, da un estremo all’altro per la via di mezzo: Maurizio Sarri

Maurizio Sarri
Maurizio Sarri allenatore della Juventus

Risulta inutile negare la verità un anno dopo i fatti: successivamente alla separazione da Allegri, la Juventus ha davvero provato ad ingaggiare Pep Guardiola. Per molti, l’allenatore migliore del mondo. In seguito al fallimento del colpaccio, i bianconeri hanno ripiegato su Maurizio Sarri. In quel mese e poco più, la dirigenza è passata dall’estremo aziendalismo alla ricerca del manager purosangue, per poi scegliere colui che rappresenta una via di mezzo, se vogliamo, ideale. Il tecnico spagnolo è la pura incarnazione del manager moderno: gestisce tutti i reparti strategici della sua squadra, tutti (o quasi) rispondono ai suoi ordini e sul mercato arriva solo chi dice lui. D’altronde, il gioco espresso dalle sue squadre impone delle scelte molto specifiche, a partire per esempio da difensori centrali con piedi di velluto, in quanto la costruzione da dietro è uno dei cardini del guardiolismo. Senza contare poi centrocampisti dalla struttura fisica importante ma al contempo veloci e con buoni tempi di inserimento, o anche ali rapide e abilissime nel dribbling.

Se la Juventus avesse davvero preso Guardiola, non avrebbe potuto fare a meno di accontentare tutte le sue richieste, pena il fallimento del progetto. Scegliere Sarri ha invece portato diversi benefici su più livelli nelle dinamiche societarie, essendo più malleabile sulle scelte. Non è esattamente come Allegri, dato che per lui, come ricorda la famosa polemica dei “teorici“, alla fine è il risultato che conta. Si può anche non giocare bene, ma l’importante è che si vinca. Al contrario, il tecnico di Felline ha subito messo in chiaro che le cose non sarebbero state esattamente come prima, si è messo fin dall’inizio in conto che qualche punto sarebbe potuto andare perduto nel processo di ricerca di automatismi di gioco non certamente facili da trovare. Il capitolo Sarri è ancora in corso e non sappiamo come finirà, ma di certo è chiaro che Agnelli ha in mente un qualcosa di diverso per la Juventus del futuro e, chissà, magari questo è solo uno step intermedio per passare definitivamente a un profilo di allenatore-manager. Ovviamente se i mezzi economici a disposizione lo permetteranno.

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