Calciomercato, difficoltà dei dirigenti e riflessioni sparse sul tavolo

Direttori sportivi, presidenti, come cambia e come è cambiato il calcio

Ogni anno il calciomercato rende evidente quanto incidano i dirigenti sulle fortune delle squadre. A volte, a un dirigente, basta una stagione sfortunata per uscire dal giro delle grandi squadre, o una fortunata per entrarvi. Prima di parlare di questo si deve riflettere sui cambiamenti che hanno estinto il calcio romantico dei grandi mecenati e delle “bandiere”. Una delle ultime bandiere, in questo scorcio di inizio secolo, è stata quella di Francesco Totti. Tanti in passato sono stati i giocatori che hanno fatto di una squadra la propria casa. Giannini per la RomaZenga per l’InterPlatinì per la JuveMaradona per il NapoliVialli e Mancini per la Sampdoria. Soprattutto quest’ultimo ha vissuto 15 anni nella Genova blucerchiata, legandosi profondamente con l’ambiente. Il fatto che esistessero queste “bandiere” facilitava il compito dei dirigenti dell’epoca. Stiamo raccontando di un calcio dove capitava che un presidente rinnovasse un contratto con una firma sul gesso di un giocatore con una gamba infortunata. Sarebbe impensabile immaginare nel calcio moderno un signore come Paolo Mantovani. Il Presidente della Sampdoria dei miracoli portò la squadra dalla serie B ai vertici del calcio europeo in pochi anni. Racconta Luca Pellegrini, capitano di quella Samp, di quando decise di farsi assistere da un procuratore, tra i primi in Italia. Questo procuratore si presentò in sede per rinegoziare il contratto del suo assistito. Mantovani ci rimase molto male, e Pellegrini quindi chiuse il rapporto con il procuratore e si chiarì con il suo presidente. Mantovani ci teneva a contrattare direttamente con i giocatori, così poteva vederli e parlare con loro, visto che non poteva affiancarli in campo. In quegli anni si avvalse delle capacità di Paolo Borea. Lo storico direttore sportivo faceva mercato con una liquidità non molto dissimile da quella delle cosiddette “grandi”.

Queste sono solo alcune delle tante storie di un calcio ormai passato. Ora invece i dirigenti hanno un compito forse più difficile, quasi da equilibristi tra i conti in ordine e i risultati sportivi. Beppe Marotta ha dimostrato come nulla sia impossibile. Già alla Sampdoria fece grandi cose con budget non eccezionali, portando la squadra addirittura in Champions League. Quando poi si è accasato alla Juventus ha dimostrato ancora una volta il suo valore. Con un’ottima gestione è infatti riuscito a riportare i bianconeri a livelli che mancavano da un po’. Da non sottovalutare anche Paratici, che, seguendo il suo mentore da Genova a Torino, ha contribuito anch’esso alle fortune della squadra torinese. Ora come un tempo però, a un dirigente, per fare grande una squadra, serve tempo. Non tutti gli juventini infatti erano contenti del primo anno di Marotta. Molti di loro infine si sono dovuti ricredere, per non dire tutti. Spesso invece succede che i dirigenti cambino squadra quanto e più dei giocatori. Questo gli impedisce di dimostrare il proprio valore. Tra i migliori giovani dirigenti c’è sicuramente Riccardo Pecini. L’ex direttore sportivo del settore giovanile della Sampdoria ha scoperto, tra gli altri, talenti come SkriniarSchick Icardi e ora si è accasato all’Empoli. Scelta quanto meno singolare dato il differente blasone delle 2 squadre, tanto da far pensare a divergenze di opinioni con la società blucerchiata. La Sampdoria ovviamente si è tutelata ingaggiando Sabatini che va a sostituire i ruoli di Pecini e di Pradè in un sol colpo. Lo stesso Sabatini aveva raggiunto squadre di prima fascia ma evidentemente non è riuscito a incidere quanto avrebbe voluto. Perciò è atteso al varco da coloro che lo ritengono sopravvalutato. In conclusione traspare quanto sia difficile fare mercato in un calcio troppo dipendente dalle televisioni. Un calcio con troppe differenze di liquidità e possibilità tra squadre grandi, medie e piccole. La forbice tra le prime e le ultime della classe è talmente ampia che non potrà mai accadere, in queste condizioni, una favola come quella della Sampdoria del 1991 (programmata comunque oculatamente per anni) o ancor di più quella dell’Hellas Verona dell’85 (più estemporanea). Questo forse rende il calcio sempre bello ma meno imprevedibile, e quindi sicuramente anche meno affascinante. Non so voi, ma io mi diverto di meno in uno sport dove vincono sempre gli stessi.