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Antonio Conte, allenatore dell'Inter @imagephotoagency

Conte, il paradosso è servito: l’Inter torna a fare paura, ma a se stessa

Li avete presenti quei film in cui il cattivo di turno, intento a sciorinare qualche frase ad effetto, concede al protagonista il tempo necessario per districarsi da una situazione di pericolo? Se la risposta è sì, troverete sicuramente qualche analogia con la sceneggiatura di Atalanta-Inter o, più in generale, con il copione seguito dai nerazzurri di Milano in questo complicato inizio di stagione. Avversario nuovo, vecchie abitudini. A Bergamo, in particolare, è stato Arturo Vidal a estrarre la sua Colt M1911 dalla fondina e a mancare clamorosamente il bersaglio, regalando agli uomini di Gasperini la possibilità di raggiungere il pareggio grazie al primo gol in Serie A di Aleksej Miranchuk.

“Il fatto che si parli dell’Inter e che ci si aspetti tanto significa che l’Inter è tornata in un anno a fare paura”, ha sentenziato Antonio Conte nel post partita del Gewiss Stadium. La sensazione predominante, però, è che la sua squadra, più che fare paura agli altri, abbia in primis paura di se stessa e della concreta possibilità di ritornare grande, lasciandosi alle spalle travagli e tormenti degli ultimi nove anni.

Ma serve necessariamente un ulteriore step: guardare il vuoto e non indietreggiare, prendere la rincorsa e avere il coraggio di saltare dall’altra parte. Perché specchiarsi nell’ampiezza e nella completezza di una rosa costruita per vincere non porta di per sé risultati, che invece passano da quel “testa bassa e pedalare” decantato dallo stesso Conte al momento dell’insediamento sulla panchina nerazzurra.

Conte, Inter narcisa: tempo di ritrovare l’identità perduta

Come Narciso che, specchiandosi nella sua infinita bellezza e respingendo la ninfa Eco ed ogni altro pretendente, muore dopo aver visto la sua immagine riflessa in una pozza d’acqua ed essersi perdutamente innamorato di se stesso. Allo stesso modo l’Inter corre il rischio di specchiarsi in una bellezza incompiuta, cioè in una bellezza fine a se stessa.

È successo contro Real Madrid, Shakhtar Donetsk e Borussia Monchengladbach in Champions League e contro Parma, Milan e Lazio in campionato: nerazzurri padroni del campo sotto il profilo del possesso palla e delle occasioni create, ma inefficaci e quasi intorpiditi di fronte alla porta avversaria come se il pensiero comune fosse “Con tutte queste occasioni, segneremo alla prossima”.

Lautaro Martinez, attaccante dell'Inter @imagephotoagency
Lautaro Martinez, attaccante dell’Inter @imagephotoagency

Per dirla alla Conte, manca il killer instinct che, tradotto, denota una mancanza totale di cattiveria, concretezza e concentrazione. Eppure a Bergamo il copione è risultato parzialmente diverso. Per la prima volta in questo campionato, l’Inter non ha prodotto niente o quasi in fase offensiva, mostrando fino al gol di Lautaro Martinez quel cinismo che l’ha contraddistinta nel corso della passata stagione e rischiando ancora meno in difesa contro avversari temibili come Zapata, Gomez, Muriel o Malinovskyi.

Poi il colpo del K.O. sbagliato da Vidal e la disattenzione fatale di Handanovic e compagni sul gol atalantino per ritornare alla normalità. E, considerando la prima ora di gioco, si riscontra un paradosso. Quando Conte si snatura e la squadra si riversa a testa bassa in attacco, gli avversari banchettano tra le maglie larghe della difesa nerazzurra; quando, invece, il tecnico utilizza uno spartito sulle note della compattezza e del contropiede, la musica cambia e diventa più facile tenere botta anche nei momenti difficili. Delle due l’una e, forse, la via dell’umiltà e della coesione sarebbe molto più producente allo stato attuale delle cose, quantomeno sotto il profilo dei risultati.

Sacrosanto provare a dare all’Inter una dimensione europea, ma a determinate condizioni: la contemporanea disponibilità degli uomini chiave (Bastoni, Skriniar, De Vrij, Barella e Lukaku), una condizione fisica ottimale e uno schema difensivo che si adatti alle caratteristiche degli interpreti. Impossibile o quasi pretendere meno gol subiti con due esterni di spinta come Perisic e Hakimi, abituati a correre in avanti e a lasciare spesso e volentieri i tre difensori centrali soli nell’uno contro uno.

Ivan Perisic, attaccante dell'Inter @imagephotoagency
Ivan Perisic, attaccante dell’Inter @imagephotoagency

Quindi se la scorsa stagione il 3-5-2 assumeva una connotazione prettamente difensiva, quest’anno al contrario è interpretato in maniera ultra offensiva. Lo schema, però, non è un dogma, ma una traccia. Sono l’atteggiamento e la predisposizione al sacrificio che fanno la differenza e, senza equilibrio e cinismo, diventa altrettanto sacrosanto abbandonare momentaneamente il progetto “Inter europea”, fare un passetto indietro e ripartire da quanto di buono fatto nel recente passato per raggiungere gradualmente i progressi desiderati. In fin dei conti, prima di poter far paura agli altri, è necessario che l’Inter ritrovi, come Peter Pan con la sua ombra, l’identità perduta e si convinca di poter tornare ad essere finalmente grande.

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