ESCLUSIVA, Andrea Ardito: “L’Inter merita lo scudetto. Complimenti al Milan. Juventus? Pirlo ha pagato…”

Andrea Ardito – intervenuto ai microfoni di Footballnews24.it – ha parlato della sua carriera trascorsa tra le fila di Como, Bologna, Siena, Torino e Lecce fino a quella da allenatore intrapresa circa 6 anni fa

Andrea Ardito, ex calciatore di Siena, Bologna, Lecce e Como
Andrea Ardito, ex calciatore di Siena, Bologna, Lecce e Como

Andrea Ardito in esclusiva, una carriera iniziata e terminata a Como: “Una città che porto nel cuore, che mi ha dato tanto…”

Andrea Ardito, ex centrocampista di grande quantità e generosità, ha parlato in esclusiva ai nostri microfoni a cuore aperto, ripercorrendo tutte le tappe della sua carriera. Una carriera che vanta ben quattro promozioni dalla Serie B alla Serie A: due vincendo il campionato cadetto da protagonista con la maglia di Como e Siena, e due accedendovi attraverso i play-off con Torino e Lecce. Ardito è una persona come tutti noi. Perdutamente innamorata del calcio: “Il calcio mi ha dato tantissimo. Sono grato per tutte le esperienze che ho collezionato e tutte le gioie che mi ha dato questo sport. Ho versato sudore per ogni maglia che ho indossato e ricevere l’affetto di tutte le tifoserie per cui ho combattuto mi ripaga di qualsiasi sforzo“.

Il calcio non può essere ridotto ad un semplice sport. Per Ardito non è stato solo questo. Per lui è stato tutto: una vita passata a rincorrere l’avversario con il volto madido di sudore, sempre pronto ad aiutare il compagno con quei brevi scatti o quelle scivolate che evitano una ripartenza pericolosa. Azioni di gioco che dagli spalti possono passare inosservate o addirittura snobbate in favore di un gesto tecnico di un fantasioso trequartista. Ma invece quegli scatti e quegli interventi in scivolata fanno parte dell’essenza stessa del calcio: sporco, faticoso, sfiancante, doloroso, aggressivo, combattivo. Questo è il calcio che piace a tutti noi, che ci fa sobbalzare sul divano, che ci fa gridare di felicità. I tifosi vogliono vedere attitudine al sacrifico e rispetto per la maglia che i giocatori – nonostante siano professionisti e quindi essenzialmente girovaghi – devono sempre dimostrare in ogni singola partita ed in ogni singola piazza, dalla serie minori alle serie maggiori. Perché un tifoso, soprattutto in un Paese “malato per il calcio” come l’Italia, ha a cuore la propria squadra come se fosse una figlia primogenita. Ed anche un potenziale gol evitato diventa occasione di festa. Tutto ciò richiede molto rispetto da parte dei giocatori professionisti, un aspetto che spesso viene sottovalutato ma che invece è di importanza vitale. Un tifoso è una persona semplice che si affeziona ai calciatori della propria squadra come se facessero parte della sua famiglia ed è interessato unicamente a quanto un giocatore sia innanzitutto un uomo ed un lavoratore con degli ideali e dei valori prima ancora che un professionista.

Se sei un giocatore e sai di poter contare su quel compagno che viene in tuo soccorso quando sei esausto facendo quello scatto in più, quel recupero difensivo in più, capisci quanto quel tuo compagno sia prezioso per te. Quel “compagno” sopracitato è Andrea Ardito: mai domo, combattivo, “cattivo” quanto basta, corsa, sostanza, sacrificio, altruismo. Uno di quei giocatori che le tifoserie rispettano innanzitutto dal punto di vista umano. Uno di quei giocatori che si comporta in campo come se quella partita fosse l’ultima della sua vita. Uno di quei giocatori che un tifoso vorrebbe nella propria squadra e che a sua volta rispetta il tifoso in quanto tale. Uno per cui arrivare per primo su una seconda palla vacante vale come un gol. La qualità lasciata ai numeri 10 in favore della sostanza, della quantità e dei tackle.

Andrea Ardito, ex calciatore di Siena, Bologna, Lecce e Como
Andrea Ardito, ex calciatore di Siena, Bologna, Lecce e Como

Nella tua carriera c’è una costante: Como. La prima esperienza lontano dalla Toscana, dalla tua comfort zone, nonché la tua prima vera esperienza significativa tra i professionisti dopo i trascorsi al Pontedera. Hai collezionato più di 200 presenze con la maglia comasca. Cosa significano per te questa città e questo record?

Como rappresenta la città in cui tutto ha avuto inizio. La città in cui prese il via la mia carriera, quella in cui giocai per più anni rispetto a qualsiasi altra piazza e quella che mi permise di affacciarmi su palcoscenici importanti da protagonista. Mi sentivo rispettato ed amato dalla tifoseria tant’è che al termine di una stagione mi fu addirittura conferito il premio di miglior giocatore della squadra. A Como mi resi conto che il calcio sarebbe potuto davvero diventare il mestiere della mia vita. Il raggiungimento delle 200 presenza con la maglia comasca fu una delle soddisfazioni più grandi della mia carriera. Un risultato che conservo gelosamente e di cui vado orgogliosissimo.

Con il Como fosti protagonista di due splendide cavalcate che ti portarono in sole due stagioni a passare dalla Serie C1 alla Serie A. Eravate consapevoli delle vostre qualità? Era un chiaro obiettivo del presidente Enrico Preziosi raggiungere tali obiettivi?

Quando mi recavo agli allenamenti mi rendevo conto che nello spogliatoio si respirava un’atmosfera carica di aspettative, di speranze e di fiducia nei nostri mezzi. Sapevamo di essere una squadra molto competitiva per la C1 tant’è che il diktat societario era quello di vincere il campionato per poi fare bella figura in Serie B. Non avevamo l’obbligo di conquistare la promozione nella massima serie. E invece con il lavoro, con il sacrificio e in virtù di un gruppo unito riuscimmo a vincere anche il campionato cadetto conquistando una storica promozione in Serie A in sole due stagioni. Quando arrivai a Como ero consapevole del fatto che la società fosse serissima ed ebbi subito una buona impressione riguardo al presidente Preziosi: un uomo molto ambizioso che fece grandi investimenti per la squadra. Uno su tutti Luis Oliveira, che diventò capocannoniere del torneo realizzando 23 gol. Un giocatore fuori categoria che ci aiutò tantissimo.”

A distanza di tanti anni provi rimpianti per non aver esordito in Serie A con la maglia del Como dopo esserti guadagnato la promozione da protagonista?

Quando mi fu comunicato che avrei dovuto lasciare Como fu una delusione cocente. Ci tenevo davvero molto ad esordire in Serie A con la maglia del club per cui avevo tanto combattuto per ottenere la promozione. Non ho alcun rimpianto però a riguardo, poiché non la presi come una bocciatura ma come un’opportunità di crescita personale e professionale. Andai a Bologna dove stetti solo qualche mese senza esordire in Serie A, tuttavia ricordo quel periodo con piacere in quanto feci il mio debutto in una competizione europea: l’Intertoto

Dopo la breve parentesi Bologna sei arrivato a Siena, dove hai vinto il tuo secondo campionato cadetto personale conquistando la massima serie. Questa volta però – a differenza dell’esperienza di Como – rimanesti nelle fila dei bianconeri esordendo in Serie A. Quali ricordi hai in merito al tuo esordio?

Esordire in Serie A fu qualcosa di indescrivibile, qualcosa che sognavo fin da quando ero bambino. Arrivammo a quella partita in trasferta contro il Perugia dopo un pessimo precampionato in cui avevamo incontrato numerose difficoltà. Dopo 10 minuti del primo tempo eravamo già sotto 1-0 nel punteggio contro una squadra molto forte. Potevamo incorrere in una brutta figura ma invece tirammo fuori tutti qualcosa in più e riuscimmo a riprendere la partita, terminata poi 2-2. Al 19′ minuto di gioco realizzai il gol del momentaneo 1-1. Il primo gol della storia del Siena nella massima serie. Non saprei davvero esprimere a parole quello che provai: esordire in Serie A e segnare una rete di tale valenza storica per il club è qualcosa di meraviglioso. Il tutto è reso ancora più incredibile dal fatto che io ho messo a referto soltanto 4 reti in tutta la mia carriera. In quel gol c’era tutta la rabbia e la voglia che avevo di dimostrare il mio valore: mi buttai nell’area avversaria con tutte le forze che avevo in corpo e alla fine realizzai una marcatura con un opportunismo da attaccante. Io credo molto nel destino: da lassù qualcuno mi aiutò, altrimenti non si spiega un evento del genere. Inoltre fa piacere essere ricordato non solo come un giocatore di quantità ma anche come uno che ha messo a segno una rete così importante per la storia del Siena. Spesso rivivo mentalmente quella giornata: è stato uno dei giorni più belli della mia carriera e della mia vita. Mi ricordo ogni singolo momento di quel giorno: l’hotel in cui alloggiavo con la squadra, la colazione, il viaggio in pullman verso lo stadio. Ci ripenso molto spesso con grande orgoglio e ogni volta mi scappa un sorriso.”

Tutto sembrava andare per il meglio a Siena ma nel giro di poco tempo subisti due gravi infortuni. Cosa provasti in quei momenti? Pensi che questi stop forzati abbiano penalizzato la tua carriera?

Quando mi ruppi il legamento crociato mi cadde letteralmente il mondo addosso. Non me ne facevo una ragione. Non avevo mai subito alcun tipo di infortunio prima. Ero felice di ciò che stavo facendo con la squadra: stavo giocando bene ed ero titolare. Ho avuto terribilmente paura che la mia carriera fosse rovinata. Era nell’aria che prima o poi sarebbe successo qualcosa di brutto: stava girando tutto troppo bene per me. Era destino. La tifoseria mi voleva bene e si rattristò molto soprattutto in seguito al secondo infortunio, causato da un intervento di frustrazione di De Rossi. Ci rimasi molto male quando lui venne a giocare a Siena con la Roma e ricevette insulti per tutta la durata della partita da parte della curva senese. Lui mi chiese immediatamente scusa: era davvero rammaricato. Nonostante lo sconforto iniziale, mi rimisi subito al lavoro ed ebbi la grande fortuna di andare a giocare al Torino, una piazza che amo, in Serie B. Fummo protagonisti di un’ottima stagione e conquistammo la Serie A vincendo i play-off. Non posso dire di aver alcun rimpianto in merito alla mia carriera da giocatore: sono felice e riconoscente per tutte le esperienze che ho avuto. Il calcio mi ha dato tantissimo. Inoltre sono stato amato in ogni piazza in cui ho giocato ed ho vinto ovunque sia stato.

A Siena avesti la fortuna di giocare con un grande del calcio italiano: Enrico Chiesa. Pensi che sia stato il più forte con cui tu abbia giocato? Suo figlio Federico può diventare più forte di lui?

Enrico è stato senza dubbio il calciatore più forte con cui io abbia giocato. Anche Flo era davvero molto valido. Non a caso le fortune del Siena di quegli anni furono soprattutto merito loro. Inoltre potevamo contare su un organico di tutto rispetto. Eravamo un bel mix di giovani e di giocatori che avevano già avuto una carriera importante. C’era gente come Tudor, Taddei, Cozza, Maccarone. Enrico aveva qualità tecniche davvero notevoli. Suo figlio Federico è uno di quei giocatori per cui io stravedo: ha fame, qualità, quantità e corre dietro ad ogni avversario con tanta voglia di recuperare palla. Rispetto a suo papà, Federico ha più forza fisica mentre Enrico era più goleador. Potrebbe anche diventare più forte del padre nel momento in cui capirà che ha tutte le potenzialità per diventare determinante anche in zona gol. Mi ricordo la prima volta che vidi giocare Federico in occasione di un match tra la Primavera della Fiorentina e quella della Juventus. Mi stupì il suo strapotere fisico nonostante giocasse con gente più grande di lui ed apprezzai molto la sua fame e la sua determinazione. Può diventare un campione, uno dei giocatori più forti in circolazione, come dimostrato dal fatto che sia già fondamentale tra le fila della Juve alla sua prima stagione con la maglia bianconera.

Roberto D'Aversa, allenatore del Parma @Image Sport
Roberto D’Aversa, allenatore del Parma @Image Sport

A Siena hai giocato anche con Davide Nicola, che ritroverai anche al Torino, e con Roberto D’Aversa. Avresti mai pensato che sarebbero diventati entrambi allenatori?

Sinceramente non avrei mai pensato che Nicola potesse diventare un allenatore perché era davvero un burlone. Il compagno di squadra più simpatico e divertente con cui abbia mai condiviso lo spogliatoio. Non era per niente puntiglioso ed è una persona dotata di un’intelligenza straordinaria. Per quanto riguarda invece D’Aversa non mi ha stupito il fatto che abbia intrapreso la carriera da allenatore perché era più impostato e “serio” rispetto a Nicola. Giocavamo nello stesso ruolo e ci completavamo molto bene per intelligenza tattica.

Pensi che D’Aversa e Nicola riusciranno a salvare le rispettive squadre – Parma e Torino – dalla retrocessione?

Questa è una stagione particolare in Serie A in quanto stanno lottando per la salvezza numerose squadre che vantano un organico importante quali Parma, Torino e Cagliari. Per D’Aversa la vedo davvero molto dura, la situazione è complicata; tuttavia lui e la squadra hanno tutte le qualità per rimanere nella massima serie. Nicola ce la può fare. Nonostante io tenga molto al successo professionale di D’Aversa, tra le due formazioni preferirei che si salvasse il Torino, squadra a cui sono profondamente legato.”

Ti saresti aspettato che Nicola sarebbe riuscito nell’impresa di salvare il Crotone nel 2017?

Io provo molta stima nei confronti di Nicola, per cui ero fiducioso riguardo al fatto che potesse davvero riuscire a salvare il Crotone. Resta comunque il fatto che ha compiuto un miracolo sportivo quasi senza precedenti, qualcosa di incredibile. Si meritò la salvezza in virtù delle sue capacità tecniche ma soprattutto morali e riuscì a trasmettere ai propri giocatori tutte quelle qualità umane che lui possiede. Per merito suo la squadra mise in campo valori che andavano al di là del calcio.”

Davide Nicola, allenatore del Torino @ImageSport
Davide Nicola, allenatore del Torino @ImageSport

Sei riuscito ad ottenere quattro promozioni dalla Serie B alla Serie A. Quali sono state le tue qualità umane e sportive, i tuoi principi ed i valori che ti hanno portato ad ottenere tali risultati in un campionato così complicato?

La Serie B è un campionato davvero molto difficile. La testa fa la differenza quando ti poni l’obiettivo di raggiungere la Serie A. Io personalmente non ero dotato di qualità tecnica ma sono riuscito a costruire la mia carriera sulla corsa, sulla quantità e sullo spirito di sacrificio. Tutte doti che mi hanno portato a vincere due campionati cadetti e due play-off. Sono molto orgoglioso dei risultati che ho ottenuto. In quegli anni tutte le squadre giocavano con il 4-4-2 ed ad ogni ritiro precampionato sulla carta ero il quinto centrocampista, quello che sarebbe dovuto stare in panchina. Ma non ho mai mollato e non mi sono mai fatto abbattere: mi presentavo sempre agli allenamenti con la voglia di mettermi in mostra, continuando a lavorare ed a faticare a testa bassa. Poi quando l’allenatore mi dava una possibilità la sfruttavo appieno e da quel momento non mi toglieva più dalla formazione titolare. Come ero sul campo così sono nella mia vita quotidiana: non mi arrendo mai. Devo tutto questo ai miei genitori, i quali mi hanno inoltre incitato a continuare gli studi universitari nonostante fossi già un calciatore professionista. Grazie a loro sono sempre rimasto umile ed ho imparato a conquistarmi tutto solo con l’ausilio delle mie stesse forze“.

Qual è il risultato sportivo che hai ottenuto di cui vai maggiormente fiero?

Senza dubbio il successo che mi sta più a cuore è la vittoria dei play-off di Serie C1 nel 2015 alla mia seconda esperienza con il Como. Sono tornato in Lombardia a 32 anni. Il rischio di rovinare ciò che di buono avevo fatto 7 anni prima in questa città era alto. Invece è andata bene e sono molto felice di aver scelto di terminare la mia carriera a Como, la città in cui tutto ha avuto inizio. Ogni giorno in cui mi recavo agli allenamenti ammiravo le foto della curva comasca presenti negli uffici della dirigenza e mi caricavo tantissimo. Mi mancavano quei tifosi e ho vinto per loro. Ho avuto la fortuna di raggiungere il traguardo delle 200 presenze con questo club e di esserne il capitano dal 2012 al 2015. Ho chiuso la mia carriera da capitano riportando il Como in Serie B. Meraviglioso”.

Appena ti sei ritirato dal calcio giocato hai guidato la Primavera del Como per poi passare all’Under 17 del Renate. Ti stimola lavorare con i giovani?

Lavorare con i giovani è bellissimo. Mi ha insegnato tanto ed anche i ragazzi sono maturati molto. Nel calcio non si smette mai di imparare: anche verso la fine della mia carriera continuavo ad apprendere continuamente qualcosa di nuovo. Però mi mancava tanto la pressione di dover lottare per ottenere dei risultati, pressione che non percepisci quando alleni i giovani”.

Nel corso di una delle tue più recenti avventure da allenatore sei stato ingaggiato dal Milano City in Serie D a metà stagione. Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

Ecco. Questa esperienza rappresenta l’unico grande rimpianto e l’unica grande delusione da quando sono entrato nel mondo del calcio. La squadra era in grossa difficoltà quando sono arrivato. Sono entrato subito in sintonia con i ragazzi: eravamo un gruppo stupendo. Abbiamo iniziato a collezionare diversi risultati utili ed a risalire la classifica finché non è arrivato il covid che non ci ha permesso di portare a termine il campionato. In quel momento occupavamo il terzultimo posto in classifica e purtroppo siamo retrocessi. Ho provato davvero tanta delusione ma sono comunque molto orgoglioso di quei ragazzi: erano un gruppo speciale per me. Sono convinto che avessimo buone speranze di salvarci“.

ESCLUSIVA, Andrea Ardito: "L'Inter merita lo scudetto. Complimenti al Milan. Juventus? Pirlo ha pagato..."
Andrea Ardito, ex allenatore del Milano City (Serie D)

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ho tanta voglia di tornare ad allenare. Spero di poterlo fare la prossima estate in una società seria. Dopo una vita passata sui campi di calcio ora tutto questo mi manca come l’aria”.

Secondo te chi vince lo Scudetto?

Sono convinto che quest’anno lo Scudetto lo vincerà meritatamente l’Inter. La Juventus sta pagando un’annata di ringiovanimento della rosa, inoltre Pirlo è alla sua prima esperienza su una panchina così prestigiosa. Il Milan si è reso protagonista di una stagione strepitosa, al di sopra delle sue possibilità. L’Inter ha cambiato passo in seguito all’eliminazione dalla Champions League in quanto Conte ha avuto molto più tempo per lavorare con la squadra durante gli allenamenti. Questo ha fatto la differenza. Perché se Conte ha tanto tempo a disposizione per insegnare determinati movimenti ai propri giocatori ed ha la possibilità di curare ogni singolo aspetto e dettaglio della preparazione alle varie partite diventa inarrestabile”.

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