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ESCLUSIVA, Valtolina: “Alla Roma il gol più bello. Lukaku-Ibrahimovic? Ecco chi ha sbagliato. Quella volta con Baresi…”

Valtolina e Recoba, ex giocatori del Venezia
Valtolina e Recoba, ex giocatori del Venezia

In esclusiva ai nostri microfoni, l’ex Venezia e Piacenza Fabian Natale Valtolina ha ripercorso la propria carriera e analizzato i temi caldi relativi all’attuale stagione di Serie A

Valtolina in esclusiva: “Recoba completo, Novellino schietto. Sullo Scudetto…”

Ci sono gol e gesti tecnici destinati ad entrare e a rimanere stabilmente nella storia. Come la celebre rovesciata di Carlo Parola, immortalata da Corrado Bianchi in un Fiorentina-Juventus del 1950 e dal 1965 storica copertina dell’album di figurine Panini. Prodezze senza tempo, fotogrammi che rimangono impressi nella nostra mente nonostante il trascorrere inesorabile degli anni e che non ci stancheremo mai di guardare, ammirare, ricordare.

A questa categoria appartiene di diritto anche l’acrobazia volante con cui Fabian Natale Valtolina, precisamente il 10 maggio 1998, firmò il definitivo 3-3 contro la Roma, regalando al suo Piacenza la speranza di una salvezza diventata realtà, l’ultima giornata di campionato, in quel di Lecce. Tracce di un calcio profondamente diverso, un calcio dove anche una provinciale poteva sognare l’impresa sportiva e mettere i bastoni tra le ruote alle proverbiali big del campionato italiano. Abbiamo parlato di questo e di tanto altro proprio in compagnia di Fabian Valtolina, cresciuto nel settore giovanile del grande Milan di Sacchi e protagonista in Serie A con le maglie di Piacenza, Venezia e Sampdoria.

Sei nato calcisticamente nel settore giovanile del Milan. Cosa si prova e quanto si impara ad allenarsi con giocatori del calibro di Van Basten, Maldini, Gullit, Tassotti, Rijkaard e Donadoni?

“Si impara tantissimo. Non solo da un punto di vista prettamente calcistico, ma anche per gli atteggiamenti fuori dal campo, perché quando passi tanto tempo insieme vedi come sono realmente le persone e come si comportano. Insomma è stata una gran fortuna, che mi ha aiutato a crescere tantissimo.

Ricordi qualche aneddoto su quel Milan?

“Così su due piedi è difficile, al Milan mi ricordo le prime volte che sono stato integrato in prima squadra. Avevo timore soltanto a cambiarmi nello spogliatoio. Chiedevo dove mi potevo cambiare, dove mi potevo mettere, perché non sapevo se i giocatori avessero dei posti fissi o meno. Una volta dovevo andare in pullman con la prima squadra per un ritiro in Versilia, arrivai un’ora prima e l’autista mi fece salire ad aspettare. Man mano che arrivavano i giocatori, salivano e vedevo qualcuno sghignazzare. Alla fine ho scoperto di essermi seduto nientemeno che al posto di Baresi. Ovviamente tutto è finito tra le risate generali”.

Franco Baresi, ex difensore del Milan
Franco Baresi, ex difensore del Milan

Quanto è difficile per un giocatore cresciuto in quell’ambiente ripartire dalla C1? E quanto è stato importante quel biennio alla Pro Sesto per assumere la giusta consapevolezza nei tuoi mezzi?

“Difficile è uscire dalla Primavera e iniziare a confermarti e a crescere. Per me lasciare il Milan e approdare alla Pro Sesto era già un premio perché, anche se un giocatore sogna subito di affermarsi in Serie A, non è semplice avere la possibilità di metterti in gioco immediatamente nel professionismo. Per me ha rappresentato un punto di partenza, Pro Sesto è stata una piazza molto importante, anche perché non c’erano tante pressioni e sono potuto crescere in un ambiente ideale. Sono stati due anni fondamentali: il primo anno avevo di mezzo anche il militare e non riuscivo ad allenarmi con continuità. Spesso arrivavo il giovedì, il mister ti vedeva solo un giorno e non era semplice da questo punto di vista. Oggi i giocatori dovrebbero capire che, quando esci dalla Primavera, la squadra e la categoria che ti hanno scelto costituiscono un punto di partenza, non un punto di arrivo. Hai bisogno di fare esperienza, di giocare e crescere. Prima di salire di categoria dovevi dimostrare e dimostrare parecchio, non bastavano poche partite come oggi. Nel calcio moderno, quando un giovane si mette in evidenza anche solo una volta, si inizia a straparlare di lui e, per questo, può succedere che il ragazzo si perda. Ogni giocatore ha i suoi tempi, ne esistono pochi che non patiscono il passaggio dal settore giovanile alla prima squadra. Si chiamano predestinati.

10 maggio 1998. Dopo le esperienze al Bologna e al Chievo, l’arrivo al Piacenza e quel capolavoro in rovesciata nel 3-3 contro la Roma. Il gol più bello e significativo della tua carriera, visto che è stato fondamentale anche per la salvezza?

Sicuramente il più bello e importante, perché ci ha dato l’opportunità di mantenere la categoria in una partita rocambolesca. Fino a pochi secondi prima non dico che eravamo retrocessi, ma comunque poco ci mancava. Portare via un punto a quella Roma è stato come aver vinto, ci ha dato anche quella carica in più che serviva per andare ad affrontare l’ultima gara contro il Lecce”.

Con il Venezia forse l’esperienza più bella e intensa. Quanto vale una salvezza conquistata negli anni d’oro del calcio italiano?

“In quell’epoca salvarsi in piazze come Piacenza o Venezia era come vincere il campionato in una Serie A davvero tosta. Per società che, nella loro storia, hanno avuto poca continuità nella massima serie, mantenere la categoria è stato qualcosa di straordinario. Un’impresa per società, tifosi e ambiente. A Piacenza sono rimasti per diversi anni in Serie A, anche grazie ad un’organizzazione societaria ben precisa; a Venezia questo aspetto è un po’ mancato, sono cambiati tanti presidenti e si riparte troppo spesso da zero. Dietro una squadra che vuole raggiungere degli obiettivi, ci deve essere sempre una proprietà importante e non dico solo dal punto di vista economico. Negli anni di Piacenza la squadra era tutta italiana, una scelta ben precisa che ha portato evidentemente i suoi frutti. Questo non è un ‘no allo straniero’, ma un fatto che sottolinea la programmazione di un club. Poi c’è anche da dire che i canoni di una società del genere sono ben diversi da quelli di un top team di oggi: con lo stipendio di Cristiano Ronaldo, probabilmente, si sarebbero pagati tutti i giocatori per almeno un quinquennio.

Fabian Valtolina, ex giocatore del Venezia
Fabian Valtolina, ex giocatore del Venezia

In quegli anni anche un episodio spiacevole, quello di Venezia-Cagliari. Ci racconti cosa è successo?

“Niente di particolare. Stavamo vincendo 3-0 e i giocatori del Cagliari erano delusi e arrabbiati. In campo qualche battibecco c’è sempre e, nel tunnel, diciamo che è volato qualche spintone e qualche parola di troppo. In campo abbiamo fatto il nostro dovere, sul 3-0 non potevamo permetterci di rallentare. Altre volte siamo stati presi di mira proprio per mancanza di cattiveria o impegno. Quando vinci, chi perde spesso non ci sta. Con Diego Lopez, poi, ci siamo visti al corso per allenatori a Coverciano e abbiamo avuto modo di parlarci, chiarirci e riderci su. Purtroppo sul rettangolo verde qualche battibecco può capitare”.

Massimo Moratti ha sempre detto di avere un debole per Recoba. Avendolo avuto come compagno al Venezia, pensi che avrebbe potuto dare ancora di più al calcio nel corso della sua carriera?

“Sicuramente sì, oltre ad essere un ragazzo eccezionale Recoba aveva delle doti incredibili. Gli è mancata un po’ di continuità, forse perché non ha incontrato qualcuno che gli desse fiducia al 100%. Non parlo dei presidenti e delle società in cui ha giocato, ma degli allenatori. A Venezia, quando ha sentito la fiducia da parte di club allenatore e compagni, ha fatto cose fuori dal normale. L’ho incontrato l’anno scorso a Cesena, era un ragazzo eccezionale ed è rimasto tale. E’ stato un gran campione e ha dato tanto. Magari poteva fare qualcosina in più, ma di certo non ha fatto male nel corso della sua carriera. Anche in allenamento era impressionante e quello che riusciva a fare in allenamento lo replicava anche in partita. Un giocatore completo.

Venezia e Palermo, gioie e dolori. Trovi delle similitudini nella gestione dei due club da parte di Zamparini?

“Zamparini ha fatto grandi cose sia a Venezia che a Palermo. In Sicilia non so cosa sia successo e per quale motivo sia finito il suo percorso; a Venezia, invece, c’era il discorso dello stadio. Era tutto apparecchiato, compresi terreno e progetti, ma non riuscirono a farglielo costruire. Forse per questo decise di cambiare aria. Appena arrivato a Palermo ha fatto cose pazzesche, portando i rosanero in Serie A e in Europa. Non so, poi, cosa si è rotto e cosa non gli ha permesso di avere la continuità dei primi anni”.

Hai avuto Novellino sia al Venezia che alla Sampdoria: quanto è stato importante nella tua carriera? Che differenze trovi con gli altri due tecnici avuti al Venezia, Spalletti e Prandelli?

Novellino è stato sempre molto schietto, ha sempre detto quello che pensava nel bene e nel male. Una persona vera, con dei principi importanti. Anche fuori dal campo, trattava i suoi giocatori in maniera corretta. A differenza di Prandelli e Spalletti che, fuori dal rettangolo verde, si vedevano poco. Quando finisce l’allenamento o la partita, ogni allenatore ha un modo diverso di rapportarsi con i giocatori. Novellino è stato più partecipe, tanto che il vero successo del suo Venezia è sempre stato il gruppo; con Prandelli e Spalletti, invece, è un po’ mancata quella coesione.

Walter Novellino, ex allenatore del Venezia
Walter Novellino, ex allenatore del Venezia

Abbiamo detto che sei cresciuto nel settore giovanile del Milan. Che partita è stata il derby di Coppa Italia? L’errore dei rossoneri, aldilà dell’espulsione di Ibrahimovic, forse è stato quello di ritornare in campo con un atteggiamento più arrendevole nonostante il vantaggio?

“Nel primo tempo è stata una partita molto equilibrata. Credo che il derby l’abbia perso il Milan con le sue scelte. Dopo quel battibecco a fine primo tempo, fossi stato al posto dei due allenatori avrei tolto sia Lukaku che Ibrahimovic. Si sono resi protagonisti di una scena un po’ bruttina che magari, con la presenza del pubblico, non avrebbe comunque ricevuto la stessa attenzione. Essendo stati ammoniti tutti e due, si sapeva che avrebbero pagato caro il primo errorino. Hanno sbagliato Conte e Pioli a riproporli in campo. Dopo l’espulsione non c’è stata gara, l’Inter ha dominato e meritato ampiamente la vittoria. Il difetto dei nerazzurri è che creano tanto e capitalizzano poco, dovrebbero imparare ad essere più cinici davanti alla porta. A chi pensa che l’Inter giochi male, però, io dico che ci sono tante squadra che giocano peggio. Eppure non vengono criticate allo stesso modo. Anche nelle sostituzioni Conte ha tanta qualità a disposizione, tornare a vincere è solo questione di tempo. E già quest’anno lotteranno fino alla fine, l’importante è non rompere il giocattolo parlando dell’allenatore, di questo o quest’altro”.

La sblocca Eriksen: un gol importante che, secondo te, può cambiare la storia del danese all’Inter?

“Sono contento per questo ragazzo, che ritengo un giocatore fondamentale. Poi è l’allenatore che sceglie ed è Eriksen che deve dimostrare di avere qualcosa in più degli altri. Il danese deve trovare la continuità che gli chiede l’allenatore e che, probabilmente, non è nelle sue corde. Queste sono, ovviamente, opinioni esterne: bisogna capire cosa chiede l’allenatore, come si allenano e valutare tanti fattori. Eriksen non adatto al gioco di Conte? Sicuramente è così, a Conte piacciono giocatori cattivi agonisticamente come Barella, Vidal o Lukaku. Ed è complicato cambiare le caratteristiche di un giocatore, se è abituato a giocare sul velluto difficilmente ti va a fare la lotta in campo”.

Christian Eriksen, centrocampista dell'Inter @Image Sport
Christian Eriksen, centrocampista dell’Inter @Image Sport

Ad un derby del genere è mancata soltanto una cosa: il pubblico. Quanto pesa l’assenza di tifo in una partita del genere?

“Credo che, con il tempo, i giocatori si siano abituati a giocare senza pubblico. Anche se rimane davvero orrendo vedere una partita senza tifo”.

Pronostico Serie A. Tante squadre in pochi punti, chi è favorito? Potremo assistere ad un campionato equilibrato fino alla fine?

“Ad oggi dico che Inter, Milan, Juventus, Roma e Atalanta hanno qualcosa in più degli altri. E’ un campionato equilibrato ed è bello vedere, non me ne vogliano i tifosi della Juventus, che dopo nove anni lo Scudetto non è solo appannaggio bianconero. Non c’è una squadra che stravince, ogni partita è importantissima e si lotterà fino alla fine. Adesso che torna la Champions, gli impegni ravvicinati potrebbero favorire qualcuno. Anche se i giocatori ormai sono abituati a giocare ogni tre giorni. Cambia solo la gestione, giocando così tanto ti alleni poco e chi non ha i novanta minuti nelle gambe fa difficoltà. E da qui alla fine ogni squadra avrà bisogno anche di chi gioca meno.

Di cosa si occupa Fabian Valtolina oggi?

“Mi diverto con i ragazzi, alleno in una società storica affiliata al Milan, l’Aldini Milano. Si tratta di una società che sforna tanti giocatori che arrivano in Serie A, non ultimo Paleari del Genoa. Quindi lavoro con i giovani, anche se in questo momento non è per nulla semplice per via del Covid”.

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