Riccardo Cucchi ESCLUSIVA: “Conte può tenere il passo? Ecco cosa ne penso”

Riccardo Cucchi in esclusiva: “Conte può fare un campionato importante”

Abbiamo intervistato in esclusiva Riccardo Cucchi, il radiocronista di Tutto il calcio minuto minuto che per anni ci ha fatto emozionare con la sua voce e le sue cronache ricche di passione e poesia applicata al calcio. Per ben 38 anni ha raccontato il nostro calcio a modo suo, senza mai dividere e raccogliendo un consenso unanime da tutte le tifoserie.

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Per la prima volta dopo tanti anni in Serie A c’è un bel testa a testa per lo scudetto. Che idea si è fatto? Le sarebbe piaciuto poterlo raccontare?  “Assolutamente. Mi sarebbe piaciuto raccontarlo perché quando il campionato è competitivo, quando ci sono più squadre che combattono fianco a fianco per il titolo è sicuramente tutto più affascinante. Debbo dire che in verità sono stato fortunato perché negli anni in cui ho raccontato il calcio, sopratutto tra gli anni ’80 e ’90, la competizione era molto alta. C’era anche una variazione anno dopo anno, c’erano molto possibilità di alternative. Anni in cui vinceva la Juventus, il Milan, il Napoli o l’Inter. Ha vinto anche la Lazio e la Roma, negli anni 2000 e 2001. Quindi, diciamo così, era sicuramente un campionato più competitivo. Mi auguro che presto si possa tornare a vivere emozioni che possano accompagnare la passione di tanti tifosi, di tutti i tifosi italiani”.

Secondo lei Conte riuscirà fino alla fine del campionato a tenere il passo della Juventus?  “Io credo di si. Conte ha tante caratteristiche importanti che lo hanno reso un allenatore decisivo e sicuramente tra i più forti e i più ricercati in Europa. La sua principale caratteristica è essere capace di creare il gruppo, di dare motivazioni e saper comprendere i valori delle squadre che allena. Ricorderete tutti la sua esperienza in azzurro con una squadra che sicuramente non aveva dei valori tecnici altissimi, eppure quella squadra è riuscita ad ottenere risultati importanti anche agli Europei. Quindi credo che Conte abbia tutte le caratteristiche e le prerogative per poter fare un campionato importante.

Rimanendo sulla Nazionale, il campionato sta mettendo in mostra le qualità di molti ragazzi italiani giovani e di grande talento che torneranno utili a Mancini. L’Italia del calcio ha finalmente un futuro? “Credo di si. Penso che il valore più importante del lavoro di Mancini fino ad oggi sia stata la sua capacità di trovare i ragazzi e i giovani calciatori che abbiamo visto all’opera con la maglia azzurra, cercandoli con attenzione nel campionato. Io sono convinto che la Nazionale, sopratutto dopo la notte di Berlino del 2006, abbia pagato un prezzo molto alto: la mancanza di una-due generazioni di campioni. Credo che Mancini stia tentando di recuperare questo gap. Non penso che ci sia al momento nel gruppo il fuori classe che spesso ha accompagnato la storia della nostra Nazionale, penso a Rivera a Mazzola a Totti o a Baggio. Questo manca, ma c’è un collettivo che ha voglia e sta imparando la lezione di Mancini e cioè raggiungere i risultati attraverso il gioco e la continuità. Questo ha consentito la qualificazione agli Europei in un girone sicuramente facile, ma che Mancini ha reso più facile con il suo lavoro. L’Italia segnato 38 e vinto 10 partite, significa che questa squadra crede nelle proprie qualità”.

Riccardo Cucchi
Riccardo Cucchi, giornalista RAI

Parlando sempre di azzurri, ma tornando al campionato, chi forse doveva esserci a lottare per lo scudetto è il Napoli. La stagione però ci sta dicendo altro. Lei che idea si è fatto? “Peccato, ero convinto e sono ancora convinto che il Napoli sia tra le squadre più importanti di questa stagione. Fin qui credo non abbia funzionato qualcosa all’interno, nei meccanismi e nei rapporti che purtroppo sono deflagrati in queste ultime settimane tra De Laurentiis, i tifosi e la squadra. Un po’ conosco Ancelotti e sono certo che lui stia cercando di mediare tra le diverse posizioni. Credo che il problema non si tecnico, al contrario sono convinto che il Napoli sia una squadra dai valori tecnici importanti pari, se non superiori, all’Inter. Ciò che non ha funzionato credo sia sopratutto un fatto legato allo spogliatoio, all’ambiente che è pieno di passione, lo sappiamo, ma a volte la passione può anche essere un peso anziché un aiuto quando diventa pressione esagerata. Se riusciranno a risolvere i problemi interni di rapporti, credo che Ancelotti abbia tutte le caratteristiche, la saggezza e l’intelligenza per poter far crescere questo Napoli. Non è ancora finita la stagione, sarebbe un grande errore se a Napoli si pensasse già ai bilanci e al futuro e non invece a ciò che ancora deve essere fatto. Tutto è ancora possibile”.

C’è qualche squadra che la sta sorprendendo in positivo?  “Assolutamente il Cagliari. C’è anche l’Atalanta che però non può più essere considerata una sorpresa visto che da alcune stagioni dimostra di inserirsi bene tra le grandi della Serie A e anche quest’anno mi pare stia cercando di confermarsi. Per questo credo che la novità sia rappresentata oggi dal Cagliari, che non è casualmente così in alto in classifica. Già durante l’estate, nel mercato, notavo l’intelligenza nella costruzione della squadra. Sono contento che Maran, allenatore che ho apprezzato in passato ma che non ha ancora avuto grande fortuna, abbia finalmente a disposizione un gruppo sul quale possa lavorare. É un tecnico che sa insegnare calcio. Credo dunque che il Cagliari non sia li a caso, c’è dietro un progetto. Mi auguro che possa continuare fino al termine e centrare l’obiettivo di un piazzamento europeo visto anche che il prossimo anno saranno 50 anni dallo scudetto di Gigi Riva. Sarebbe bello”.

Lei è stato per 38 anni uno dei punti di riferimento di Tutto il calcio minuto per minuto, mi saprebbe dire in cosa il calcio è migliorato e peggiorato in questi anni? “É difficile valutare perché alla mia età si rischia di guardare al passato con l’occhio della nostalgia e vedere nel passato cose più belle di quanto in realtà non ci siano state. La nostalgia è una pessima consigliera, non sono un passatista. Ogni epoca ha il suo calcio, così come ogni epoca ha ovviamente i suoi narratori e l’evoluzione del calcio accompagna l’evoluzione della società. Il calcio che ho iniziato ad amare io da bambino era un calcio più povero, non c’era ancora il business, i manager e l’affarismo. I calciatori parlavano direttamente con il presidente, non avevano procuratori che li rappresentassero. Poi è cambiato qualcosa. Direi che molto è cambiato con l’avvento delle piattaforme televisive a pagamento, negli anni ’90 si è capito che il calcio potesse rappresentare una fonte di ricchezza con la vendita dei diritti televisivi. Quando il denaro diventa in qualche modo ispirazione di progetti è chiaro che cambiano i rapporti e cambiano perfino i meccanismi che regolano i rapporti tra calciatori e giornalisti. Sono convinto che anche i tifosi si siano resi conto di questo cambiamento. Una volta il tifoso era colui che finanziava la squadra andando allo stadio e comprando il biglietto, oggi credo che il tifoso sia considerato come un sorta di “bancomat” da spremere per aumentare i ricavi. Non è sempre detto tra l’altro che aumentare i ricavi porti anche i risultati. Credo che il calcio avrebbe bisogno di riscoprire alcuni valori originari, senza con questo dimenticare il presente e guardare al futuro. Non si può tornare indietro, è evidente, ma ad esempio mi vengono in mente i tanti campioni che in passato hanno giocato per una o due squadre. Giocavano decenni con la stessa maglia, diventando un capitale non soltanto tecnico, ma anche morale. Oggi c’è invece una sarabanda di acquisti e cessioni che credo penalizzi la passione del tifoso che ha bisogno di avere delle bandiere”.

E poi nel calcio moderno c’è il Var, lei cosa ne pensa? “Il Var è una necessità, non c’è niente da fare. Il Var è stata una scelta obbligata per una semplice ragione: dal momento in cui il calcio è diventato un fenomeno completamente televisivo è del tutto evidente che tutti avevano a disposizione dei monitor tranne l’arbitro. Noi a casa potevamo vederlo e capire l’errore dai replay, l’arbitro invece era li in campo solo con i suoi occhi. Credo che fosse inevitabile che si arrivasse alla possibilità che l’arbitro potesse sfruttare il replay e le immagini. Il problema vero è come utilizzare questo sistema. Per ora il protocollo stabilito dalla Fifa pone dei paletti e crea a volte delle contraddizioni. Il grande errore credo sia quello di considerare il Var un totem e cioè considerare la tecnologia uno strumento per rendere perfetto il calcio. Il calcio non sarà mai perfetto. La tecnologia che funziona è quella delle linee sul gol o non gol, sui fuorigiochi, ma quando si parla di contatto tra calciatori, anche con le immagini a disposizione, sarà sempre necessaria la valutazione e l’interpretazione. Sarà sempre importante l’occhio del giudice che sia davanti alla televisione o che sia sul campo. Dobbiamo imparare ad accettare il giudizio dell’arbitro e magari far crescere la nostra cultura sportiva. Questo è il tema sul quale ci si dovrà consultare in futuro fermo restando che forse i protocolli dovranno essere adeguati dopo questi anni di sperimentazione”.

Tutto il calcio minuto per minuto inizia la sua storia nel 1960, un percorso fatto di voci che si sono legate al tessuto sociale e popolare di questo paese. Oggi nel 2019, nell’era di internet e del 5G, la radio rimane sempre li. Tutto passa ma il calcio in radio no? “Per fortuna direi di no. Il calcio radiofonico ha ancora una valenza importante sul piano della narrazione dell’evento sportivo e del calcio in particolare perché, è vero che non ci sono più i 25 milioni di ascoltatori che sentivano la trasmissione negli anni ’60, ma lo zoccolo duro della radio resiste. Ci sono diversi motivi, anzitutto ci sono alcuni che continuano a preferire il racconto radiofonico un pò romanticamente avvinti dal fascino della voce che evoca le emozioni dello stadio, ma più realisticamente dobbiamo dire che c’è un altro fenomeno molto evidente: il ricorso alle piattaforme televisive a pagamento ha secondo me creato una forbice in questo paese. Siamo sicuri che tutte le famiglie siano in grado di poter spendere cifre importanti per abbonarsi e vedere il calcio? Siamo purtroppo in una situazione di grande crisi economica e credo che molto spesso le famiglie diano priorità ad altre scelte. Poi si gioca tutti i gironi e, per fortuna, noi tutti abbiamo delle cose da fare e ci muoviamo. Ecco che quando ci muoviamo la radio è una nostra compagna fedele. La radio in questo senso ha un presente, un futuro e credo sopratutto che abbia una funzione sociale importante. Riequilibra tutto. Sono contento in tal senso che la Rai, e Rai Radio1 in particolare, continui a detenere i diritti di molte manifestazioni calcistiche. É un autentico ruolo di servizio pubblico”.

Facciamo un piccolo gioco, io le dico 3 frasi famosissime che lei ha detto in radiocronaca e lei mi dice di che partita si tratta e quale ricordo ha legato quella frase. (Ride). “Spero di ricordarmele”.

La prima è: “Sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio del 2000, la Lazio è Campione d’Italia” “É stato uno dei momenti più emozionanti della mia vita. Naturalmente l’ho svelato soltanto dopo aver smesso di lavorare, ma io sono tifoso della Lazio. Vissi lo scudetto del ’74, il primo scudetto di Maestrelli e Chinaglia, nella curva nord dello Stadio Olimpico immerso dall’abbraccio di tanti tifosi vicino a me e con la radiolina incollata alle orecchie e la voce di Enrico Ameri che gridava “Lazio Campione d’Italia”. In quel momento non sapevo che avrei fatto questo mestiere, per me era ancora un sogno, ma pensavo che sarebbe stato bellissimo riuscire a fare il lavoro di Enrico Ameri e un giorno gridare anche io “Lazio Campione d’Italia”. Non pensavo che avrei realizzato questo mio sogno ed invece sono stato estremamente fortunato”.

La seconda frase invece è: “Grosso. Rete! Campioni del Mondo!”  “Credo ancora oggi che quel calcio di rigore lo abbia vissuto personalmente come se fossi anche io sul dischetto insieme a Grosso. Tutti credo lo abbiano vissuto così. Tutti abbiamo fatto quella rincorsa, tutti abbiamo guardato il pallone come Grosso, tutti abbiamo alzato lo sguardo verso la porta, tutti ci siamo concentrati in quel momento e tutti abbiamo spinto Grosso a calciare quel pallone in rete. Credo che sia stato il rigore più importante della storia del calcio perché il titolo mondiale vinto nel ’82 arrivò in un’altro modo come arrivarono in un altro modo quelli raccontati da Carosio nel ’34 e nel ’38. Quello arrivò con un calcio di rigore, un calcio di rigore affidato a Fabio Grosso. Abbiamo corso insieme a lui, abbiamo tirato insieme a lui, abbiamo gridato insieme a lui. Io per primo”.

L’ultima frase è forse la più dolorosa: “Cedo a te la linea e questa volta posso dirlo: é davvero tutto a te Corsini” (Ride). “Non più dolorosa posso correggenti? Dicamo inevitabile. Mi viene in mente una frase di Boninsegna il quale disse in un’intervista che il calciatore è consapevole del fatto che la gioia di giocare a pallone durerà un tempo limitato nella sua vita. Nel mio caso era tanta era la passione per questo mestiere, tanta era la voglia di farlo e tanta la speranza di poterci riuscire che ho cominciato a lavorare pensando che sarebbe arrivato anche quel momento, per non renderlo poi troppo doloroso. Quindi diciamo cosi, quel giorno ero consapevole che era giunto al termine un ciclo della mia vita e stava per cominciarne un altro. Ho lasciato il microfono senza nostalgia, ma con la gioia di aver condiviso per tanti anni emozioni con milioni di persone di qualunque colore e fede calcistica e con la consapevolezza di essere stato fortunato a realizzare un sogno. Non è stato triste, diciamo è stato dolce anche grazie all’accoglienza straordinario che mi riservò San Siro e la curva nord dell’Inter che non è una curva tenera. Mi dedicò uno striscione fantastico che porto nel mio cuore”. 

Se dovesse spiegare ad un bambino di oggi cos’è Tutto il calcio minuto per minuto cosa gli direbbe? “Gli direi che non è vero che la radio non ha immagini. Questo è il difetto più grande che la radio potrebbe avere per le nuove generazioni che sono nate con lo schermo della tv e che oggi utilizzano tanti altri schermi. Per un bambino di oggi dunque la radio potrebbe essere un modello di racconto vecchio proprio perché non ha immagini, ma io gli direi che invece ne ha tantissime: sono quelle che si creano nella fantasia di chi ascolta. Questo è il fascino straordinario della radio che consente di mettere in moto la fantasia, un po’ come succede quando si legge un romanzo. Tutto questo vale solo se crediamo che la fantasia e l’immaginazione abbiano ancora un ruolo importante nella nostra vita”.

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Riccardo Cucchi ESCLUSIVA: “Conte può tenere il passo? Ecco cosa ne penso”

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Riccardo Cucchi in esclusiva: “Conte può fare un campionato importante”

Abbiamo intervistato in esclusiva Riccardo Cucchi, il radiocronista di Tutto il calcio minuto minuto che per anni ci ha fatto emozionare con la sua voce e le sue cronache ricche di passione e poesia applicata al calcio. Per ben 38 anni ha raccontato il nostro calcio a modo suo, senza mai dividere e raccogliendo un consenso unanime da tutte le tifoserie.

Per la prima volta dopo tanti anni in Serie A c’è un bel testa a testa per lo scudetto. Che idea si è fatto? Le sarebbe piaciuto poterlo raccontare?  “Assolutamente. Mi sarebbe piaciuto raccontarlo perché quando il campionato è competitivo, quando ci sono più squadre che combattono fianco a fianco per il titolo è sicuramente tutto più affascinante. Debbo dire che in verità sono stato fortunato perché negli anni in cui ho raccontato il calcio, sopratutto tra gli anni ’80 e ’90, la competizione era molto alta. C’era anche una variazione anno dopo anno, c’erano molto possibilità di alternative. Anni in cui vinceva la Juventus, il Milan, il Napoli o l’Inter. Ha vinto anche la Lazio e la Roma, negli anni 2000 e 2001. Quindi, diciamo così, era sicuramente un campionato più competitivo. Mi auguro che presto si possa tornare a vivere emozioni che possano accompagnare la passione di tanti tifosi, di tutti i tifosi italiani”.

Secondo lei Conte riuscirà fino alla fine del campionato a tenere il passo della Juventus?  “Io credo di si. Conte ha tante caratteristiche importanti che lo hanno reso un allenatore decisivo e sicuramente tra i più forti e i più ricercati in Europa. La sua principale caratteristica è essere capace di creare il gruppo, di dare motivazioni e saper comprendere i valori delle squadre che allena. Ricorderete tutti la sua esperienza in azzurro con una squadra che sicuramente non aveva dei valori tecnici altissimi, eppure quella squadra è riuscita ad ottenere risultati importanti anche agli Europei. Quindi credo che Conte abbia tutte le caratteristiche e le prerogative per poter fare un campionato importante.

Rimanendo sulla Nazionale, il campionato sta mettendo in mostra le qualità di molti ragazzi italiani giovani e di grande talento che torneranno utili a Mancini. L’Italia del calcio ha finalmente un futuro? “Credo di si. Penso che il valore più importante del lavoro di Mancini fino ad oggi sia stata la sua capacità di trovare i ragazzi e i giovani calciatori che abbiamo visto all’opera con la maglia azzurra, cercandoli con attenzione nel campionato. Io sono convinto che la Nazionale, sopratutto dopo la notte di Berlino del 2006, abbia pagato un prezzo molto alto: la mancanza di una-due generazioni di campioni. Credo che Mancini stia tentando di recuperare questo gap. Non penso che ci sia al momento nel gruppo il fuori classe che spesso ha accompagnato la storia della nostra Nazionale, penso a Rivera a Mazzola a Totti o a Baggio. Questo manca, ma c’è un collettivo che ha voglia e sta imparando la lezione di Mancini e cioè raggiungere i risultati attraverso il gioco e la continuità. Questo ha consentito la qualificazione agli Europei in un girone sicuramente facile, ma che Mancini ha reso più facile con il suo lavoro. L’Italia segnato 38 e vinto 10 partite, significa che questa squadra crede nelle proprie qualità”.

Riccardo Cucchi
Riccardo Cucchi, giornalista RAI

Parlando sempre di azzurri, ma tornando al campionato, chi forse doveva esserci a lottare per lo scudetto è il Napoli. La stagione però ci sta dicendo altro. Lei che idea si è fatto? “Peccato, ero convinto e sono ancora convinto che il Napoli sia tra le squadre più importanti di questa stagione. Fin qui credo non abbia funzionato qualcosa all’interno, nei meccanismi e nei rapporti che purtroppo sono deflagrati in queste ultime settimane tra De Laurentiis, i tifosi e la squadra. Un po’ conosco Ancelotti e sono certo che lui stia cercando di mediare tra le diverse posizioni. Credo che il problema non si tecnico, al contrario sono convinto che il Napoli sia una squadra dai valori tecnici importanti pari, se non superiori, all’Inter. Ciò che non ha funzionato credo sia sopratutto un fatto legato allo spogliatoio, all’ambiente che è pieno di passione, lo sappiamo, ma a volte la passione può anche essere un peso anziché un aiuto quando diventa pressione esagerata. Se riusciranno a risolvere i problemi interni di rapporti, credo che Ancelotti abbia tutte le caratteristiche, la saggezza e l’intelligenza per poter far crescere questo Napoli. Non è ancora finita la stagione, sarebbe un grande errore se a Napoli si pensasse già ai bilanci e al futuro e non invece a ciò che ancora deve essere fatto. Tutto è ancora possibile”.

C’è qualche squadra che la sta sorprendendo in positivo?  “Assolutamente il Cagliari. C’è anche l’Atalanta che però non può più essere considerata una sorpresa visto che da alcune stagioni dimostra di inserirsi bene tra le grandi della Serie A e anche quest’anno mi pare stia cercando di confermarsi. Per questo credo che la novità sia rappresentata oggi dal Cagliari, che non è casualmente così in alto in classifica. Già durante l’estate, nel mercato, notavo l’intelligenza nella costruzione della squadra. Sono contento che Maran, allenatore che ho apprezzato in passato ma che non ha ancora avuto grande fortuna, abbia finalmente a disposizione un gruppo sul quale possa lavorare. É un tecnico che sa insegnare calcio. Credo dunque che il Cagliari non sia li a caso, c’è dietro un progetto. Mi auguro che possa continuare fino al termine e centrare l’obiettivo di un piazzamento europeo visto anche che il prossimo anno saranno 50 anni dallo scudetto di Gigi Riva. Sarebbe bello”.

Lei è stato per 38 anni uno dei punti di riferimento di Tutto il calcio minuto per minuto, mi saprebbe dire in cosa il calcio è migliorato e peggiorato in questi anni? “É difficile valutare perché alla mia età si rischia di guardare al passato con l’occhio della nostalgia e vedere nel passato cose più belle di quanto in realtà non ci siano state. La nostalgia è una pessima consigliera, non sono un passatista. Ogni epoca ha il suo calcio, così come ogni epoca ha ovviamente i suoi narratori e l’evoluzione del calcio accompagna l’evoluzione della società. Il calcio che ho iniziato ad amare io da bambino era un calcio più povero, non c’era ancora il business, i manager e l’affarismo. I calciatori parlavano direttamente con il presidente, non avevano procuratori che li rappresentassero. Poi è cambiato qualcosa. Direi che molto è cambiato con l’avvento delle piattaforme televisive a pagamento, negli anni ’90 si è capito che il calcio potesse rappresentare una fonte di ricchezza con la vendita dei diritti televisivi. Quando il denaro diventa in qualche modo ispirazione di progetti è chiaro che cambiano i rapporti e cambiano perfino i meccanismi che regolano i rapporti tra calciatori e giornalisti. Sono convinto che anche i tifosi si siano resi conto di questo cambiamento. Una volta il tifoso era colui che finanziava la squadra andando allo stadio e comprando il biglietto, oggi credo che il tifoso sia considerato come un sorta di “bancomat” da spremere per aumentare i ricavi. Non è sempre detto tra l’altro che aumentare i ricavi porti anche i risultati. Credo che il calcio avrebbe bisogno di riscoprire alcuni valori originari, senza con questo dimenticare il presente e guardare al futuro. Non si può tornare indietro, è evidente, ma ad esempio mi vengono in mente i tanti campioni che in passato hanno giocato per una o due squadre. Giocavano decenni con la stessa maglia, diventando un capitale non soltanto tecnico, ma anche morale. Oggi c’è invece una sarabanda di acquisti e cessioni che credo penalizzi la passione del tifoso che ha bisogno di avere delle bandiere”.

E poi nel calcio moderno c’è il Var, lei cosa ne pensa? “Il Var è una necessità, non c’è niente da fare. Il Var è stata una scelta obbligata per una semplice ragione: dal momento in cui il calcio è diventato un fenomeno completamente televisivo è del tutto evidente che tutti avevano a disposizione dei monitor tranne l’arbitro. Noi a casa potevamo vederlo e capire l’errore dai replay, l’arbitro invece era li in campo solo con i suoi occhi. Credo che fosse inevitabile che si arrivasse alla possibilità che l’arbitro potesse sfruttare il replay e le immagini. Il problema vero è come utilizzare questo sistema. Per ora il protocollo stabilito dalla Fifa pone dei paletti e crea a volte delle contraddizioni. Il grande errore credo sia quello di considerare il Var un totem e cioè considerare la tecnologia uno strumento per rendere perfetto il calcio. Il calcio non sarà mai perfetto. La tecnologia che funziona è quella delle linee sul gol o non gol, sui fuorigiochi, ma quando si parla di contatto tra calciatori, anche con le immagini a disposizione, sarà sempre necessaria la valutazione e l’interpretazione. Sarà sempre importante l’occhio del giudice che sia davanti alla televisione o che sia sul campo. Dobbiamo imparare ad accettare il giudizio dell’arbitro e magari far crescere la nostra cultura sportiva. Questo è il tema sul quale ci si dovrà consultare in futuro fermo restando che forse i protocolli dovranno essere adeguati dopo questi anni di sperimentazione”.

Tutto il calcio minuto per minuto inizia la sua storia nel 1960, un percorso fatto di voci che si sono legate al tessuto sociale e popolare di questo paese. Oggi nel 2019, nell’era di internet e del 5G, la radio rimane sempre li. Tutto passa ma il calcio in radio no? “Per fortuna direi di no. Il calcio radiofonico ha ancora una valenza importante sul piano della narrazione dell’evento sportivo e del calcio in particolare perché, è vero che non ci sono più i 25 milioni di ascoltatori che sentivano la trasmissione negli anni ’60, ma lo zoccolo duro della radio resiste. Ci sono diversi motivi, anzitutto ci sono alcuni che continuano a preferire il racconto radiofonico un pò romanticamente avvinti dal fascino della voce che evoca le emozioni dello stadio, ma più realisticamente dobbiamo dire che c’è un altro fenomeno molto evidente: il ricorso alle piattaforme televisive a pagamento ha secondo me creato una forbice in questo paese. Siamo sicuri che tutte le famiglie siano in grado di poter spendere cifre importanti per abbonarsi e vedere il calcio? Siamo purtroppo in una situazione di grande crisi economica e credo che molto spesso le famiglie diano priorità ad altre scelte. Poi si gioca tutti i gironi e, per fortuna, noi tutti abbiamo delle cose da fare e ci muoviamo. Ecco che quando ci muoviamo la radio è una nostra compagna fedele. La radio in questo senso ha un presente, un futuro e credo sopratutto che abbia una funzione sociale importante. Riequilibra tutto. Sono contento in tal senso che la Rai, e Rai Radio1 in particolare, continui a detenere i diritti di molte manifestazioni calcistiche. É un autentico ruolo di servizio pubblico”.

Facciamo un piccolo gioco, io le dico 3 frasi famosissime che lei ha detto in radiocronaca e lei mi dice di che partita si tratta e quale ricordo ha legato quella frase. (Ride). “Spero di ricordarmele”.

La prima è: “Sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio del 2000, la Lazio è Campione d’Italia” “É stato uno dei momenti più emozionanti della mia vita. Naturalmente l’ho svelato soltanto dopo aver smesso di lavorare, ma io sono tifoso della Lazio. Vissi lo scudetto del ’74, il primo scudetto di Maestrelli e Chinaglia, nella curva nord dello Stadio Olimpico immerso dall’abbraccio di tanti tifosi vicino a me e con la radiolina incollata alle orecchie e la voce di Enrico Ameri che gridava “Lazio Campione d’Italia”. In quel momento non sapevo che avrei fatto questo mestiere, per me era ancora un sogno, ma pensavo che sarebbe stato bellissimo riuscire a fare il lavoro di Enrico Ameri e un giorno gridare anche io “Lazio Campione d’Italia”. Non pensavo che avrei realizzato questo mio sogno ed invece sono stato estremamente fortunato”.

La seconda frase invece è: “Grosso. Rete! Campioni del Mondo!”  “Credo ancora oggi che quel calcio di rigore lo abbia vissuto personalmente come se fossi anche io sul dischetto insieme a Grosso. Tutti credo lo abbiano vissuto così. Tutti abbiamo fatto quella rincorsa, tutti abbiamo guardato il pallone come Grosso, tutti abbiamo alzato lo sguardo verso la porta, tutti ci siamo concentrati in quel momento e tutti abbiamo spinto Grosso a calciare quel pallone in rete. Credo che sia stato il rigore più importante della storia del calcio perché il titolo mondiale vinto nel ’82 arrivò in un’altro modo come arrivarono in un altro modo quelli raccontati da Carosio nel ’34 e nel ’38. Quello arrivò con un calcio di rigore, un calcio di rigore affidato a Fabio Grosso. Abbiamo corso insieme a lui, abbiamo tirato insieme a lui, abbiamo gridato insieme a lui. Io per primo”.

L’ultima frase è forse la più dolorosa: “Cedo a te la linea e questa volta posso dirlo: é davvero tutto a te Corsini” (Ride). “Non più dolorosa posso correggenti? Dicamo inevitabile. Mi viene in mente una frase di Boninsegna il quale disse in un’intervista che il calciatore è consapevole del fatto che la gioia di giocare a pallone durerà un tempo limitato nella sua vita. Nel mio caso era tanta era la passione per questo mestiere, tanta era la voglia di farlo e tanta la speranza di poterci riuscire che ho cominciato a lavorare pensando che sarebbe arrivato anche quel momento, per non renderlo poi troppo doloroso. Quindi diciamo cosi, quel giorno ero consapevole che era giunto al termine un ciclo della mia vita e stava per cominciarne un altro. Ho lasciato il microfono senza nostalgia, ma con la gioia di aver condiviso per tanti anni emozioni con milioni di persone di qualunque colore e fede calcistica e con la consapevolezza di essere stato fortunato a realizzare un sogno. Non è stato triste, diciamo è stato dolce anche grazie all’accoglienza straordinario che mi riservò San Siro e la curva nord dell’Inter che non è una curva tenera. Mi dedicò uno striscione fantastico che porto nel mio cuore”. 

Se dovesse spiegare ad un bambino di oggi cos’è Tutto il calcio minuto per minuto cosa gli direbbe? “Gli direi che non è vero che la radio non ha immagini. Questo è il difetto più grande che la radio potrebbe avere per le nuove generazioni che sono nate con lo schermo della tv e che oggi utilizzano tanti altri schermi. Per un bambino di oggi dunque la radio potrebbe essere un modello di racconto vecchio proprio perché non ha immagini, ma io gli direi che invece ne ha tantissime: sono quelle che si creano nella fantasia di chi ascolta. Questo è il fascino straordinario della radio che consente di mettere in moto la fantasia, un po’ come succede quando si legge un romanzo. Tutto questo vale solo se crediamo che la fantasia e l’immaginazione abbiano ancora un ruolo importante nella nostra vita”.

Riccardo Cucchi in esclusiva: “Conte può fare un campionato importante”

Abbiamo intervistato in esclusiva Riccardo Cucchi, il radiocronista di Tutto il calcio minuto minuto che per anni ci ha fatto emozionare con la sua voce e le sue cronache ricche di passione e poesia applicata al calcio. Per ben 38 anni ha raccontato il nostro calcio a modo suo, senza mai dividere e raccogliendo un consenso unanime da tutte le tifoserie.

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Per la prima volta dopo tanti anni in Serie A c’è un bel testa a testa per lo scudetto. Che idea si è fatto? Le sarebbe piaciuto poterlo raccontare?  “Assolutamente. Mi sarebbe piaciuto raccontarlo perché quando il campionato è competitivo, quando ci sono più squadre che combattono fianco a fianco per il titolo è sicuramente tutto più affascinante. Debbo dire che in verità sono stato fortunato perché negli anni in cui ho raccontato il calcio, sopratutto tra gli anni ’80 e ’90, la competizione era molto alta. C’era anche una variazione anno dopo anno, c’erano molto possibilità di alternative. Anni in cui vinceva la Juventus, il Milan, il Napoli o l’Inter. Ha vinto anche la Lazio e la Roma, negli anni 2000 e 2001. Quindi, diciamo così, era sicuramente un campionato più competitivo. Mi auguro che presto si possa tornare a vivere emozioni che possano accompagnare la passione di tanti tifosi, di tutti i tifosi italiani”.

Secondo lei Conte riuscirà fino alla fine del campionato a tenere il passo della Juventus?  “Io credo di si. Conte ha tante caratteristiche importanti che lo hanno reso un allenatore decisivo e sicuramente tra i più forti e i più ricercati in Europa. La sua principale caratteristica è essere capace di creare il gruppo, di dare motivazioni e saper comprendere i valori delle squadre che allena. Ricorderete tutti la sua esperienza in azzurro con una squadra che sicuramente non aveva dei valori tecnici altissimi, eppure quella squadra è riuscita ad ottenere risultati importanti anche agli Europei. Quindi credo che Conte abbia tutte le caratteristiche e le prerogative per poter fare un campionato importante.

Rimanendo sulla Nazionale, il campionato sta mettendo in mostra le qualità di molti ragazzi italiani giovani e di grande talento che torneranno utili a Mancini. L’Italia del calcio ha finalmente un futuro? “Credo di si. Penso che il valore più importante del lavoro di Mancini fino ad oggi sia stata la sua capacità di trovare i ragazzi e i giovani calciatori che abbiamo visto all’opera con la maglia azzurra, cercandoli con attenzione nel campionato. Io sono convinto che la Nazionale, sopratutto dopo la notte di Berlino del 2006, abbia pagato un prezzo molto alto: la mancanza di una-due generazioni di campioni. Credo che Mancini stia tentando di recuperare questo gap. Non penso che ci sia al momento nel gruppo il fuori classe che spesso ha accompagnato la storia della nostra Nazionale, penso a Rivera a Mazzola a Totti o a Baggio. Questo manca, ma c’è un collettivo che ha voglia e sta imparando la lezione di Mancini e cioè raggiungere i risultati attraverso il gioco e la continuità. Questo ha consentito la qualificazione agli Europei in un girone sicuramente facile, ma che Mancini ha reso più facile con il suo lavoro. L’Italia segnato 38 e vinto 10 partite, significa che questa squadra crede nelle proprie qualità”.

Riccardo Cucchi
Riccardo Cucchi, giornalista RAI

Parlando sempre di azzurri, ma tornando al campionato, chi forse doveva esserci a lottare per lo scudetto è il Napoli. La stagione però ci sta dicendo altro. Lei che idea si è fatto? “Peccato, ero convinto e sono ancora convinto che il Napoli sia tra le squadre più importanti di questa stagione. Fin qui credo non abbia funzionato qualcosa all’interno, nei meccanismi e nei rapporti che purtroppo sono deflagrati in queste ultime settimane tra De Laurentiis, i tifosi e la squadra. Un po’ conosco Ancelotti e sono certo che lui stia cercando di mediare tra le diverse posizioni. Credo che il problema non si tecnico, al contrario sono convinto che il Napoli sia una squadra dai valori tecnici importanti pari, se non superiori, all’Inter. Ciò che non ha funzionato credo sia sopratutto un fatto legato allo spogliatoio, all’ambiente che è pieno di passione, lo sappiamo, ma a volte la passione può anche essere un peso anziché un aiuto quando diventa pressione esagerata. Se riusciranno a risolvere i problemi interni di rapporti, credo che Ancelotti abbia tutte le caratteristiche, la saggezza e l’intelligenza per poter far crescere questo Napoli. Non è ancora finita la stagione, sarebbe un grande errore se a Napoli si pensasse già ai bilanci e al futuro e non invece a ciò che ancora deve essere fatto. Tutto è ancora possibile”.

C’è qualche squadra che la sta sorprendendo in positivo?  “Assolutamente il Cagliari. C’è anche l’Atalanta che però non può più essere considerata una sorpresa visto che da alcune stagioni dimostra di inserirsi bene tra le grandi della Serie A e anche quest’anno mi pare stia cercando di confermarsi. Per questo credo che la novità sia rappresentata oggi dal Cagliari, che non è casualmente così in alto in classifica. Già durante l’estate, nel mercato, notavo l’intelligenza nella costruzione della squadra. Sono contento che Maran, allenatore che ho apprezzato in passato ma che non ha ancora avuto grande fortuna, abbia finalmente a disposizione un gruppo sul quale possa lavorare. É un tecnico che sa insegnare calcio. Credo dunque che il Cagliari non sia li a caso, c’è dietro un progetto. Mi auguro che possa continuare fino al termine e centrare l’obiettivo di un piazzamento europeo visto anche che il prossimo anno saranno 50 anni dallo scudetto di Gigi Riva. Sarebbe bello”.

Lei è stato per 38 anni uno dei punti di riferimento di Tutto il calcio minuto per minuto, mi saprebbe dire in cosa il calcio è migliorato e peggiorato in questi anni? “É difficile valutare perché alla mia età si rischia di guardare al passato con l’occhio della nostalgia e vedere nel passato cose più belle di quanto in realtà non ci siano state. La nostalgia è una pessima consigliera, non sono un passatista. Ogni epoca ha il suo calcio, così come ogni epoca ha ovviamente i suoi narratori e l’evoluzione del calcio accompagna l’evoluzione della società. Il calcio che ho iniziato ad amare io da bambino era un calcio più povero, non c’era ancora il business, i manager e l’affarismo. I calciatori parlavano direttamente con il presidente, non avevano procuratori che li rappresentassero. Poi è cambiato qualcosa. Direi che molto è cambiato con l’avvento delle piattaforme televisive a pagamento, negli anni ’90 si è capito che il calcio potesse rappresentare una fonte di ricchezza con la vendita dei diritti televisivi. Quando il denaro diventa in qualche modo ispirazione di progetti è chiaro che cambiano i rapporti e cambiano perfino i meccanismi che regolano i rapporti tra calciatori e giornalisti. Sono convinto che anche i tifosi si siano resi conto di questo cambiamento. Una volta il tifoso era colui che finanziava la squadra andando allo stadio e comprando il biglietto, oggi credo che il tifoso sia considerato come un sorta di “bancomat” da spremere per aumentare i ricavi. Non è sempre detto tra l’altro che aumentare i ricavi porti anche i risultati. Credo che il calcio avrebbe bisogno di riscoprire alcuni valori originari, senza con questo dimenticare il presente e guardare al futuro. Non si può tornare indietro, è evidente, ma ad esempio mi vengono in mente i tanti campioni che in passato hanno giocato per una o due squadre. Giocavano decenni con la stessa maglia, diventando un capitale non soltanto tecnico, ma anche morale. Oggi c’è invece una sarabanda di acquisti e cessioni che credo penalizzi la passione del tifoso che ha bisogno di avere delle bandiere”.

E poi nel calcio moderno c’è il Var, lei cosa ne pensa? “Il Var è una necessità, non c’è niente da fare. Il Var è stata una scelta obbligata per una semplice ragione: dal momento in cui il calcio è diventato un fenomeno completamente televisivo è del tutto evidente che tutti avevano a disposizione dei monitor tranne l’arbitro. Noi a casa potevamo vederlo e capire l’errore dai replay, l’arbitro invece era li in campo solo con i suoi occhi. Credo che fosse inevitabile che si arrivasse alla possibilità che l’arbitro potesse sfruttare il replay e le immagini. Il problema vero è come utilizzare questo sistema. Per ora il protocollo stabilito dalla Fifa pone dei paletti e crea a volte delle contraddizioni. Il grande errore credo sia quello di considerare il Var un totem e cioè considerare la tecnologia uno strumento per rendere perfetto il calcio. Il calcio non sarà mai perfetto. La tecnologia che funziona è quella delle linee sul gol o non gol, sui fuorigiochi, ma quando si parla di contatto tra calciatori, anche con le immagini a disposizione, sarà sempre necessaria la valutazione e l’interpretazione. Sarà sempre importante l’occhio del giudice che sia davanti alla televisione o che sia sul campo. Dobbiamo imparare ad accettare il giudizio dell’arbitro e magari far crescere la nostra cultura sportiva. Questo è il tema sul quale ci si dovrà consultare in futuro fermo restando che forse i protocolli dovranno essere adeguati dopo questi anni di sperimentazione”.

Tutto il calcio minuto per minuto inizia la sua storia nel 1960, un percorso fatto di voci che si sono legate al tessuto sociale e popolare di questo paese. Oggi nel 2019, nell’era di internet e del 5G, la radio rimane sempre li. Tutto passa ma il calcio in radio no? “Per fortuna direi di no. Il calcio radiofonico ha ancora una valenza importante sul piano della narrazione dell’evento sportivo e del calcio in particolare perché, è vero che non ci sono più i 25 milioni di ascoltatori che sentivano la trasmissione negli anni ’60, ma lo zoccolo duro della radio resiste. Ci sono diversi motivi, anzitutto ci sono alcuni che continuano a preferire il racconto radiofonico un pò romanticamente avvinti dal fascino della voce che evoca le emozioni dello stadio, ma più realisticamente dobbiamo dire che c’è un altro fenomeno molto evidente: il ricorso alle piattaforme televisive a pagamento ha secondo me creato una forbice in questo paese. Siamo sicuri che tutte le famiglie siano in grado di poter spendere cifre importanti per abbonarsi e vedere il calcio? Siamo purtroppo in una situazione di grande crisi economica e credo che molto spesso le famiglie diano priorità ad altre scelte. Poi si gioca tutti i gironi e, per fortuna, noi tutti abbiamo delle cose da fare e ci muoviamo. Ecco che quando ci muoviamo la radio è una nostra compagna fedele. La radio in questo senso ha un presente, un futuro e credo sopratutto che abbia una funzione sociale importante. Riequilibra tutto. Sono contento in tal senso che la Rai, e Rai Radio1 in particolare, continui a detenere i diritti di molte manifestazioni calcistiche. É un autentico ruolo di servizio pubblico”.

Facciamo un piccolo gioco, io le dico 3 frasi famosissime che lei ha detto in radiocronaca e lei mi dice di che partita si tratta e quale ricordo ha legato quella frase. (Ride). “Spero di ricordarmele”.

La prima è: “Sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio del 2000, la Lazio è Campione d’Italia” “É stato uno dei momenti più emozionanti della mia vita. Naturalmente l’ho svelato soltanto dopo aver smesso di lavorare, ma io sono tifoso della Lazio. Vissi lo scudetto del ’74, il primo scudetto di Maestrelli e Chinaglia, nella curva nord dello Stadio Olimpico immerso dall’abbraccio di tanti tifosi vicino a me e con la radiolina incollata alle orecchie e la voce di Enrico Ameri che gridava “Lazio Campione d’Italia”. In quel momento non sapevo che avrei fatto questo mestiere, per me era ancora un sogno, ma pensavo che sarebbe stato bellissimo riuscire a fare il lavoro di Enrico Ameri e un giorno gridare anche io “Lazio Campione d’Italia”. Non pensavo che avrei realizzato questo mio sogno ed invece sono stato estremamente fortunato”.

La seconda frase invece è: “Grosso. Rete! Campioni del Mondo!”  “Credo ancora oggi che quel calcio di rigore lo abbia vissuto personalmente come se fossi anche io sul dischetto insieme a Grosso. Tutti credo lo abbiano vissuto così. Tutti abbiamo fatto quella rincorsa, tutti abbiamo guardato il pallone come Grosso, tutti abbiamo alzato lo sguardo verso la porta, tutti ci siamo concentrati in quel momento e tutti abbiamo spinto Grosso a calciare quel pallone in rete. Credo che sia stato il rigore più importante della storia del calcio perché il titolo mondiale vinto nel ’82 arrivò in un’altro modo come arrivarono in un altro modo quelli raccontati da Carosio nel ’34 e nel ’38. Quello arrivò con un calcio di rigore, un calcio di rigore affidato a Fabio Grosso. Abbiamo corso insieme a lui, abbiamo tirato insieme a lui, abbiamo gridato insieme a lui. Io per primo”.

L’ultima frase è forse la più dolorosa: “Cedo a te la linea e questa volta posso dirlo: é davvero tutto a te Corsini” (Ride). “Non più dolorosa posso correggenti? Dicamo inevitabile. Mi viene in mente una frase di Boninsegna il quale disse in un’intervista che il calciatore è consapevole del fatto che la gioia di giocare a pallone durerà un tempo limitato nella sua vita. Nel mio caso era tanta era la passione per questo mestiere, tanta era la voglia di farlo e tanta la speranza di poterci riuscire che ho cominciato a lavorare pensando che sarebbe arrivato anche quel momento, per non renderlo poi troppo doloroso. Quindi diciamo cosi, quel giorno ero consapevole che era giunto al termine un ciclo della mia vita e stava per cominciarne un altro. Ho lasciato il microfono senza nostalgia, ma con la gioia di aver condiviso per tanti anni emozioni con milioni di persone di qualunque colore e fede calcistica e con la consapevolezza di essere stato fortunato a realizzare un sogno. Non è stato triste, diciamo è stato dolce anche grazie all’accoglienza straordinario che mi riservò San Siro e la curva nord dell’Inter che non è una curva tenera. Mi dedicò uno striscione fantastico che porto nel mio cuore”. 

Se dovesse spiegare ad un bambino di oggi cos’è Tutto il calcio minuto per minuto cosa gli direbbe? “Gli direi che non è vero che la radio non ha immagini. Questo è il difetto più grande che la radio potrebbe avere per le nuove generazioni che sono nate con lo schermo della tv e che oggi utilizzano tanti altri schermi. Per un bambino di oggi dunque la radio potrebbe essere un modello di racconto vecchio proprio perché non ha immagini, ma io gli direi che invece ne ha tantissime: sono quelle che si creano nella fantasia di chi ascolta. Questo è il fascino straordinario della radio che consente di mettere in moto la fantasia, un po’ come succede quando si legge un romanzo. Tutto questo vale solo se crediamo che la fantasia e l’immaginazione abbiano ancora un ruolo importante nella nostra vita”.

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