Francesco Flachi in ESCLUSIVA: “Rimpianto Fiorentina, orgoglio Sampdoria. A Genova come Antognoni! Contro l’Inter…”

L’amore viscerale per la Fiorentina, la passione per i colori blucerchiati, i gol e il rapporto con compagni e allenatori: Francesco Flachi ha ripercorso le tappe principali della propria carriera ai nostri microfoni

Francesco Flachi, ex Fiorentina e Sampdoria
Francesco Flachi, ex Fiorentina e Sampdoria @imagephotoagency

L’istinto a guidare una carriera scandita dai gol. Amore e follia, gioia e dolore, genio e sregolatezza, opposti che nella vita di Francesco Flachi si attraggono e convergono verso un comune epicentro. Come il giorno che diventa notte quando il sole completa la sua inesorabile discesa, sancendo il passaggio definitivo dalla luce alle tenebre: un naturale momento di transizione che descrive in modo perfetto, quasi poetico, una carriera senza compromessi, spesa alla ricerca di quell’istante in cui sole e luna si avvinghiano come amanti nel più passionale dei baci. Mai banale Francesco Flachi, come un gol in rovesciata, simbolo principe di spontaneità e specialità della casa. Un gesto tecnico che lo dipinge senza filtri nel momento stesso in cui, attraverso una rotazione quasi innaturale del corpo, si passa dalla posizione iniziale a quella proverbiale a testa in giù. Metafora di vita, allegoria di un’esistenza divisa equamente tra memorabili gesta e crolli inaspettati.

Un amore viscerale per la Fiorentina, una passione irrefrenabile per la Sampdoria. Il viola e il blucerchiato che si fondono e creano sfumature cromatiche visionarie e impensabili degne del miglior Monet. Colori accesi intervallati dal bianco e dal nero, dalle prodezze e dai peccati che, del resto, rendono più umano e mortale chi nel calcio viene considerato sovrumano e immortale. Questo il vero filo conduttore della storia raccontata ai nostri microfoni da Francesco Flachi, entrato di diritto nella storia della Sampdoria e rimasto profondamente innamorato della sua Fiorentina.

Gol a valanga segnati nelle giovanili dell’Isolotto. É vero che, prima di trasferirti alla Fiorentina, era arrivata la chiamata del Napoli di Luciano Moggi?

“Sì, è tutto vero. Sono stato tre giorni ad allenarmi al Centro Paradiso, le squadre che mi volevano con maggiore insistenza erano proprio Napoli e Fiorentina. Il Napoli offriva più soldi e questo per un attimo aveva spiazzato la Fiorentina”.

Fiorentina-Cosenza, primo gol in maglia viola. Cosa hai provato a vedere il tuo nome sul tabellino dei marcatori accanto a quelli di Effenberg e Batistuta? Cosa si prova, da fiorentino doc, ad esultare sotto la Fiesole?

“Il massimo per un ragazzo che, come me, nasce in curva. É successo tutto in fretta: ho fatto tutta la trafila del settore giovanile, qualche volta mi sono allenato con la prima squadra e poi è arrivata la svolta in occasione del Torneo Anglo-Italiano. Mancava qualche giocatore e, di conseguenza, ho avuto l’opportunità di confrontarmi con i grandi in partite ufficiali. Mi ricordo che sono entrato in campo mentre stavamo perdendo 1-0 contro il Portsmouth, decidendo la partita con un gol e un assist per Banchelli. Da quel momento in poi sono rimasto in prima squadra, esordendo a Cesena e debuttando subito dopo al Franchi già con la maglia numero 10 indosso. Venti giorni prima salivo gli scalini per entrare in Curva Fiesole, venti giorni dopo entravo nello stadio dei miei sogni dall’ingresso principale. É stato tutto talmente veloce che non ci ho nemmeno pensato e forse è stato meglio così, perché non avevo tante pressioni e questo mi ha permesso di gestire al meglio anche questa situazione. Con il Cosenza il primo gol in Serie B, un’emozione bellissima e indescrivibile per un tifoso della Fiorentina come me.

Curva Fiesole, Fiorentina
Curva Fiesole, Fiorentina

Dopo le brevi esperienze con Bari e Ancona e la straordinaria stagione marchigiana, ti saresti aspettato maggiore considerazione da parte della Fiorentina?

“All’inizio ero la terza o quarta scelta nelle gerarchie dell’allenatore, poi con il tempo la Fiorentina si è rafforzata sempre di più per raggiungere obiettivi importanti e, nel frattempo, il mio spazio si riduceva. Quindi andavo in prestito per farmi le ossa, com’è giusto che sia. Dopo l’ottima esperienza ad Ancona, speravo che la Fiorentina decidesse di puntare su di me o, più che altro, mi desse la possibilità di dimostrare sul campo se valevo o meno la maglia viola. Ma questa opportunità non è mai arrivata: la prima volta, la seconda volta, la terza volta, alla quarta ho pensato che forse era arrivato il momento di cambiare strada. Avevano deciso di mandarmi a Perugia in prestito con diritto di riscatto e, a quel punto, ho deciso a malincuore di dire basta, anche perché ero anche in scadenza di contratto e avevo bisogno di maggiore stabilità”.

Baiano, Batistuta, Banchelli, Robbiati, Rui Costa, poi Edmundo e Oliveira. Ti senti più fortunato ad aver giocato in un un attacco del genere o più sfortunato per le difficoltà incontrate nel trovare lo spazio che avresti meritato?

“Mi sento fortunato ad aver giocato con questi grandi campioni perché mi hanno insegnato tutto a livello di tecnica, valori e modo di comportarsi in campo. Per me Baiano è stato un maestro, ho appreso tanto da lui sotto il profilo dei movimenti. Sono stato sfortunato, invece, perché non ho mai avuto la possibilità di avere continuità, dimostrare il mio valore e meritare con le prestazioni questa maglia”.

Con i campioni presenti in rosa, pensi che la Fiorentina avrebbe potuto fare di più in quegli anni a livello di risultati?

“In quegli anni c’erano tanti campioni e la Serie A era molto competitiva. Anche le squadre che lottavano per non retrocedere davano filo da torcere a tutti fino alla fine, quello italiano era il campionato migliore al mondo e tutti volevano venirci a giocare. Sicuramente la Fiorentina, un anno o due, avrebbe potuto vincere lo Scudetto, come quando si è fatto male Batistuta e ha vinto un Milan che, secondo me, aveva una rosa inferiore a quella viola. Forse sono mancate la forza e l’esperienza che contraddistinguono le grandi squadre, quell’abitudine a vincere e a gestire nel miglior modo possibile questo genere di situazioni. O anche il rinforzo giusto di metà stagione, quando è arrivato Ficini invece di un giocatore che regalasse a Firenze il salto di qualità definitivo. In quel caso potevi e dovevi azzardare un po’ di più, anche perché la Fiorentina in quegli anni se la giocava con tutti in Italia e all’estero, come dimostrano le vittorie di Coppa Italia e Supercoppa Italiana”.

Fiorentina 1996/97
Fiorentina 1996/97

L’1 aprile è stato il compleanno di Giancarlo Antognoni. Cosa rappresenta per un tifoso viola?

Antognoni rappresenta la storia del calcio fiorentino, è il simbolo di Firenze sia come giocatore che come persona per tutto quello che ha fatto per questi colori. Io ho avuto il piacere di conoscerlo e sono d’accordo su tutto quello che viene detto di lui, è una persona eccezionale. Ha sempre detto che il fiorentino ti restituisce tanto se tu gli dimostri rispetto con i fatti e non con le parole e penso che siano parole sacrosante. Facendo un piccolo paragone, lui per Firenze rappresenta quello che io ho rappresentato per Genova.

Da Iachini a Prandelli fino al Iachini bis. Prima di andarsene, proprio Prandelli ha confessato di non rispecchiarsi più nel calcio di oggi. Ti trovi d’accordo con lui?

“É cambiato tutto, prima avevamo più personalità, più appartenenza alla maglia che si indossava. Ora si lavora molto sul singolo giocatore e non sul gruppo e, anche se non sono nel mondo del calcio da tanto tempo, un gruppo lo si riconosce subito. La Fiorentina, in questo momento, non lo è. In generale c’è più freddezza nei confronti dei tifosi, mentre è forse uno degli aspetti più belli camminare in mezzo alla gente sia quando le cose vanno bene che quando invece non vanno per il verso giusto. Bisogna rimanere ancora più uniti nelle difficoltà, i giocatori devono prendersi le proprie responsabilità anche nelle interviste. Queste cose non ci sono più, anche perché i calciatori non fanno nemmeno in tempo ad affezionarsi che vanno via e, dopo qualche partita giocata bene, il loro valore di mercato sale alle stelle. Questo incide sullo spogliatoio, i social hanno cambiato tutto: ai nostri tempi il gruppo era sacrosanto, guai se trapelava qualcosa all’esterno. Non solo Prandelli, anche Allegri ha detto qualcosa di simile in una recente intervista. Il tutto e subito è sbagliato, si dà troppa importanza in poco tempo al singolo e questo ti porta a sentirti immediatamente appagato e a non sudarti il raggiungimento di un certo livello. La nostra epoca è cresciuta sulla strada, si è fatta le ossa giocando con i più grandi, prendendo gli schiaffi, imparando la malizia e la voglia di non perdere mai. Se perdevamo e dovevamo andare al ristorante, si cancellava subito la prenotazione…Quando da piccolo iniziavi a giocare, non c’erano 2-3 bambini bravi, ce n’erano 22, quindi quando li saltavi voleva dire che valevi veramente. Oggi facciamo ancora troppa fatica, forse anche perché c’è ancora troppa poca gente nel calcio che ha vissuto veramente questo sport.

Dall’amore viscerale per la Fiorentina a quello per la Sampdoria. C’è stato un episodio preciso dopo il quale hai pensato che saresti potuto diventare una bandiera blucerchiata?

L’amore viscerale per la Fiorentina mi è sempre rimasto. Non voglio assolutamente mancare di rispetto ai tifosi della Sampdoria, ma ho sognato di fare a Firenze il tipo di carriera che ho fatto a Genova. A livello calcistico, però, guai a chi mi tocca la Sampdoria, perché ho avuto e ho tutt’ora un rapporto speciale con i tifosi blucerchiati. Ripeto, sono stato a Genova quello che è stato Antognoni a Firenze. Un episodio preciso? No, è stato un qualcosa di graduale e molto naturale. Con il passare degli anni facevo sempre meglio, raggiungevo volti noti della Sampdoria nella classifica delle presenze e mi sarebbe piaciuto vedere dove sarei arrivato senza tutte le cazzate che ho commesso, perché avevo ancora 32 anni e tanti record da raggiungere. Questo è il mio unico rammarico. Ti devi meritare sul campo l’investitura di bandiera e io ho avuto la fortuna e la qualità di riuscire ad entrare sempre nei progetti degli allenatori che arrivavano”.

Flachi, ex attaccante della Sampdoria
Flachi, ex attaccante della Sampdoria

L’arrivo di Cagni sulla panchina della Sampdoria può essere considerato il momento chiave della tua carriera?

“Il primo anno a Genova ho fatto fatica perché, arrivando a parametro zero, non ero stato scelto dall’allenatore, ma dalla società. L’arrivo di Cagni ha cambiato tutto, perché mi ha dato fiducia. Mi ha sempre detto ‘Io ti ho dato fiducia, più di quello non potevo fare. Dopo sei stato bravo tu’. Anche il rapporto con gli allenatori, ai miei tempi, era molto diverso. Non avevi tutto questa confidenza, gli allenatori cercavano di scuoterti, di motivarti, alle volte si arrivava anche faccia a faccia per tenere alta l’attenzione perfino durante gli allenamenti. Quando si perdeva non volava una mosca fino all’ultima mezzora della partitella del martedì. Noi eravamo preoccupati della reazione del tecnico il giorno dopo, oggi vedo tanti allenatori che, anche in caso di sconfitta, abbracciano allegramente i propri giocatori a fine partita. C’è poca appartenenza, una volta lo spogliatoio si condivideva e non ottieni i risultati che ha conquistato la Sampdoria in quegli anni senza la forza del gruppo”.

Terzo marcatore di tutti i tempi nella storia della Sampdoria dopo i gemelli del gol Vialli e Mancini. Qual è stato il gol più bello segnato in maglia blucerchiata?

“Sarebbe facile ricordare un gol segnato in rovesciata, invece dico quello realizzato contro il Messina che ci ha dato la sicurezza della permanenza in Serie B. Quello è stato un anno un po’ particolare perché, nonostante avessimo una squadra costruita per tornare in Serie A, abbiamo incontrato grandi difficoltà, rischiando di retrocedere in Serie C. Mi ricordo che la scadenza del mio contratto era vicina, avevo già fatto quasi 60 reti tra campionato e coppa e mi voleva il Monaco. Non ho accettato, anche per un sentimento di riconoscenza nei confronti del popolo blucerchiato, e quella forse è stata la svolta nella storia d’amore tra Francesco Flachi e la Sampdoria.

La spettacolarità delle tue reti rispecchia un po’ il tuo carattere istintivo?

Io ho sempre giocato e vissuto d’istinto. Spesso ho litigato con gli allenatori che mi chiedevano di fare quello che dicevano loro e io invece sentivo la necessità di distinguermi dagli altri e seguire il mio istinto. Quando hanno iniziato a capire che non dovevo avere troppe regole in campo, come nella vita, mi hanno lasciato più libero”.

Fabian Valtolina, ai nostri microfoni, ha descritto così Novellino: “É sempre stato molto schietto, una persona vera che ha sempre detto quello che pensava nel bene e nel male”. Ti trovi d’accordo con il tuo ex compagno di squadra?

Tutto vero, confermo quello che ha detto Fabian. Bisogna imparare a conoscerlo. Forse all’inizio, se non hai carattere e personalità, puoi soffrirlo perché è un rompicoglioni dalla mattina alla sera (ride ndr). Mi ha insegnato tanto, ad essere continuo e a non fare una partita si e venti no, ad allenarmi sempre con la cattiveria giusta e a non pensare come se avessi già il posto assicurato. Fortunatamente mi sono impuntato a voler rimanere a Genova, nonostante le iniziali incomprensioni. Nell’anno delle rovesciate, dopo l’ottava giornata, Novellino è venuto da me e si è scusato per avermi giudicato troppo presto. Da lì è nato un rapporto di profondo rispetto, tanto che lo considero tutt’oggi un padre calcistico. Oggi, in Italia, soprattutto a livello difensivo, ce ne sono pochi come il mister, anche perché si dà troppa importanza alla fase offensiva e troppo poca a come si difende. Bisogna sempre trovare il giusto equilibrio, come dice Allegri il calcio è semplice: il portiere non può fare la mezza punta o il difensore non può fare l’attaccante”.

Durante la tua permanenza a Genova, anche una clamorosa rimonta subita contro l’Inter. Che ricordi hai di quella partita e che cosa scatta nella testa di un giocatore negli ultimi minuti di una gara del genere?

“Alla fine della partita eravamo comunque consapevoli di aver fatto una grande prestazione. Vincevamo 2-0, lo stadio si stava svuotando, ma la grande squadra è anche questa ed è quella che ti costringe a non abbassare mai la tensione. Tanto dispiacere, ma anche tanto orgoglio per aver messo in difficoltà una grande squadra e questo ci ha dato anche maggiore consapevolezza nei nostri mezzi. Antonioli ha parato anche le mosche e noi abbiamo capitalizzato al massimo tutte le occasioni che abbiamo avuto contro una squadra ricca di campioni. Un aneddoto? A cinque minuti dalla fine io esco e Novellino fa entrare Carrozzieri, dicendogli ‘Prenditi anche tu la gloria’. Non l’avesse mai detto…In fondo, nonostante tutto, quella partita me la ricordo con piacere, se la fanno rivedere spesso vuol dire che, a prescindere, è una cosa bella”.

Qual è l’attaccante con cui ti sei trovato meglio in campo?

“Dipende da tanti fattori. A livello di carriera e per il fatto che sono fiorentino è stato un grande onore giocare con Batistuta, per affiatamento in campo, caratteristiche e amicizia dico Bazzani. Non eravamo invidiosi l’uno dell’altro e il nostro rapporto andava aldilà del calcio, tanto che è stato anche il mio testimone di nozze. Bastava uno sguardo per trovarsi in campo, anche perché quello che facevamo lo facevamo non per noi stessi ma per il bene della Sampdoria.

Il difensore più difficile da affrontare?

“Una lista impressionante, a cominciare da Nesta, Thuram e Cannavaro. Ma, se devo essere sincero, mi piaceva confrontarmi con Cordoba. Un giocatore sanguigno, molto leale, che ti dava ancora più voglia di dimostrare il tuo valore contro di lui”.

Meglio Flachi-Bazzani o Cassano-Pazzini?

“Non bado a chi era più forte o più debole, ognuno va giudicato nel periodo di riferimento. Noi abbiamo fatto bene nel nostro periodo, Cassano e Pazzini hanno fatto bene nel loro. Quello che è più importante è che tutti abbiamo agito nel bene della Sampdoria. Diplomatico? Ormai ho un po’ di esperienza (ride ndr)”.

Flachi, ex attaccante della Sampdoria
Flachi, ex attaccante della Sampdoria

Quanto è stato difficile lasciare la Sampdoria senza il saluto del tuo pubblico a causa della condanna per doping?

“É stato molto difficile, mi è sembrato quasi di essere fuggito e, per come sono fatto io, non ci sono abituato. Sono abituato a lottare. In quel momento avevo perso la fiducia in questo mondo, perché nel caso calcioscommesse mi avevano tirato in ballo per delle cose che non avevo fatto. Sono stato squalificato solo perché hanno presunto che avessi fatto una cosa del genere e questa situazione l’ho pagata mentalmente. Lippi mi aveva chiamato in Nazionale, avevo fatto due reti in tre partite in campionato e, poi, è crollato tutto. Nella vita ognuno reagisce in un modo diverso, non tutti abbiamo lo stesso carattere, bisogna sempre trovarsi di fronte ad una determinata situazione. Io ho reagito male, l’ho sempre ammesso, ma non ho fatto male a nessuno e ho sbagliato su me stesso. Alla fine mi sono tolto una piccola soddisfazione, quella di portare 8.000 persone allo Stadio La Sciorba e un contributo da 15.000 euro all’Ospedale Gaslini. Per la prima volta mi sono sentito davvero orgoglioso di Francesco Flachi perché, nonostante tutte le cazzate commesse, rimane la gioia di aver fatto qualcosa di importante. Se uno non è mai entrato in un ospedale del genere non può capire. É la prima volta che mi sono detto ‘Bravo Francesco’, come levarmi un peso da 75 Kg di negatività per tutto quello che mi è successo, per colpa mia si intende. Dopo episodi del genere vieni etichettato per tutta la vita e devi imparare a convivere con i tuoi errori: sui social ti massacrano, prima ci stavo più attento, mentre ora cerco di farmi scivolare certe cose addosso perché, se dai importanza alle persone che ti giudicano, non fai altro che metterle in evidenza e dargli risalto. Io sono uno del popolo, sono uno di loro, sono passati tanti anni e sono convinto che, finita la squalifica, Francesco Flachi possa ancora fare ancora qualcosa di buono nel calcio.

Francesco Flachi, ex attaccante della Sampdoria
Francesco Flachi, ex attaccante della Sampdoria

Di cosa ti occupi oggi?

Collaboro con il Signa e, a tal proposito, tengo a ringraziare la società e il presidente per avermi accolto e per avermi dato un’opportunità importante nonostante la squalifica. A livello di campo mi occupo principalmente di ragazzi 2004, 2005, 2006, 2007, per me è una passione e un grande orgoglio poter insegnare calcio.

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