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Francesco Moriero in ESCLUSIVA: “L’Inter è ancora la squadra da battere. In Italia gli allenatori sono troppo schiavi del risultato…”

Ennesima sfida per Francesco Moriero, che oggi siede sulla panchina della Nazionale delle Maldive: ai nostri microfoni, l’ex ala di Roma e Inter, ha raccontato in ESCLUSIVA la sua esperienza da c.t, soffermandosi anche sulla situazione della nostra Serie A

Francesco Moriero, ex Inter
Francesco Moriero, ex Inter

Francesco Moriero è stato uno di quei calciatori capaci di entrare immediatamente nel cuore dei propri tifosi. Abile nel dribbling, quasi funambolico, dotato di uno scatto fulminante e molto forte in acrobazia. Uno di quei giocatori che ogni allenatore vorrebbe con sé. Partito dal basso, sudandosi ogni traguardo della sua carriera: esordisce col Lecce, la squadra della sua città, per intraprendere un lungo viaggio che lo porterà anche guadagnarsi la Nazionale, con la quale giocherà – da titolare – la rassegna iridata di Francia’98. Nel mezzo le avventure in un Cagliari leggendario, capace di spingersi fino alle semifinali di Coppa UEFA, il passaggio alla Roma di Mazzone e l’approdo all’Inter del Fenomeno Ronaldo, insieme al quale solleva al cielo quella Coppa UEFA più volte sfiorata in carriera. Conclude il suo viaggio al Napoli, dopo quasi 20 anni di onorata carriera.

Oggi Moriero insegna calcio in quella cornice mozzafiato che sono le Maldive, mettendosi alla prova in un paese cui il calcio è un movimento in espansione. L’ennesima sfida della sua carriera da allenatore, che l’ha portato a confrontarsi con diversi mondi e diverse culture, aumentando notevolmente il suo bagaglio personale. Tanta esperienza al servizio dei giovani, il fulcro di questo sport per Moriero che, da allenatore, non ha mai optato per le mezze misure, rinunciando anche a incarichi importanti pur di seguire la sua filosofia di pensiero. Oggi, da selezionatore delle Maldive, può trasmettere tutto il suo sapere e tutta la sua professionalità ai giovani calciatori, lontano dalla concezione – tipicamente italiana – di essere schiavi del mero risultato.

Francesco Moriero, nuovo ct delle Maldive

Una nuova sfida: insegnare calcio alle Maldive

Le chiedo, innanzitutto, come procede l’avventura sulla panchina delle Maldive e quali sono le principali difficoltà che si sta ritrovando ad affrontare nel ruolo di c.t

“Per ora il lavoro principale consiste nel cercare nuovi talenti e avere conferme dai giocatori che già sono nel giro della Nazionale. Ho iniziato a lavorare con la squadra in un torneo, anche se non ho potuto lavorare più di tanto poiché sono stato lì soltanto due settimane. Le risposte della squadra sono state abbastanza buone. Si poteva fare sicuramente meglio, ma non potevo pretendere più di tanto, anche perché di mio c’era ben poco. In qualità di selezionatore visiono gli allenamenti delle squadre che, al momento, sono impegnate nella Coppa del Presidente, l’equivalente della nostra Coppa Italia, che si gioca però in un mese. Le squadre giocano ogni 3 giorni e questo mi ha facilitato il lavoro, permettendomi di conoscere più giocatori possibili”.

Quali sono gli obbiettivi che si pone in questa esperienza?

“La Federazione, con a capo il presidente Bassam, sta cercando di cambiare un po’ la mentalità e assieme allo stato stanno investendo sulle strutture e gli impianti sportivi. Ovviamente il livello è ancora distante da quello italiano, anche perché il posto è abbastanza piccolo e quindi anche le strutture, ad ora, non sono tantissime. A differenza di quello che si potrebbe pensare qua c’è molta qualità, ci sono molti giovani di talento; c’è da lavorare, però, dal punto di vista atletico, della forza e dell’intensità. Bisogna tenere conto che i ragazzi sono dei semiprofessionisti e perciò il calcio non è l’unica cosa a cui si devono dedicare. Il mio obbiettivo è quello di inculcare loro un nuovo metodo di lavoro fatto anche di tanto lavoro fisico. Nel calcio moderno se vuoi competere con le altre nazioni è necessario adattarsi e modificare il tuo metodo di lavoro”.

Un cuore giallorosso e Mazzone come mentore

Lei è di Lecce ed è cresciuto calcisticamente nella squadra giallorossa: come giudica il lavoro di Baroni alla guida dei salentini?

“Essendo leccese e tifoso del Lecce cerco sempre di seguire la squadra. É normale che non riesca a vedere tutte le partite perché qui riesco a seguirle solo su internet e, viste le tante ore di fuso orario, non sempre mi è possibile. Il cammino del Lecce in questa stagione è molto positivo e il lavoro di Baroni sta dando i suoi frutti. All’inizio c’erano un po’ di dubbi perché la squadra faticava ad ingranare, ma ora credo che il mister sia riuscito a trovare il giusto assetto. Vedremo in che modo la squadra ripartirà dopo la sosta, ma credo che la società stia cercando di puntellare la rosa nel mercato di gennaio. Per me il Lecce vorrà puntare a vincere il campionato, anche se la Serie B è molto difficile”.

Già dai tempi del Lecce il suo mentore è stato Mazzone: che tipo di allenatore è stato per lei e che ricordi ha di lui?

Mazzone utilizzava un metodo di lavoro che oggi è quasi sparito e molti allenatori hanno preso spunto da lui. Pretendeva il massimo, come giusto che sia, dai suoi calciatori e reputava lo sport una cosa seria dove per poter emergere, specie da giovani, bisognava fare tanti sacrifici. Oggi il calcio si è evoluto, si basa molto di più sulla tattica, per cui l’ allenatore magari conta di più rispetto ai tempi di Mazzone, in cui il tecnico doveva essere un gestore, più che altro. Prima c’era più qualità e spesso la partita veniva decisa dalla tecnica di noi calciatori, a differenza di oggi dove la mano dell’allenatore è più importante”.

Moriero-Lecce
Moriero-Lecce

L’approdo in un Cagliari formidabile

Lo stesso Mazzone l’ha voluta poi al Cagliari, dove è rimasto per due stagioni: che squadra erano i rossoblù in quegli anni?

“L’ultimo anno al Lecce avevo un accordo con l’Inter già da gennaio, ma decisi di rimanere fino a giugno perché la squadra era in difficoltà, dovevamo salvarci e non volevo abbandonare i miei compagni e la città in quel momento. Finito quel campionato Mazzone andò al Cagliari e mi chiamò con lui. Qui trovai una squadra giovane, formata da un bel mix di calciatori tra cui spiccavano Francescoli e Matteoli. A fine anno raggiungemmo la qualificazione in Coppa UEFA e fu un’annata storica per il Cagliari. L’anno dopo lui passò alla Roma, io rimasi in Sardegna e assieme ai miei compagni ci spingemmo fino alla semifinale di Coppa UEFA”.

Quale fu la svolta in quella cavalcata europea? Quando avete capito di poter puntare davvero in alto?

“Avevamo una squadra davvero forte. Si andava a vincere a Torino contro la Juventus, avevamo battuto anche l’Inter. Eravamo una squadra veramente forte, fatta di giovani con tanta voglia di fare carriera, trasportati da una città fantastica. Arrivammo fino alla semifinale contro l’Inter vincendo la gara di andata per 3-2 e perdendo quella di ritorno per 3-0. Ma dentro di noi c’era la convinzione di poter arrivare fino in fondo e vincere la Coppa“.

La squadra sarda sta faticando parecchio nelle ultime due stagioni, crede Giulini e la società stiano commettendo qualche errore di troppo?

“Parlare col senno di poi è facile. Io credo che Giulini, insieme a tutto lo staff, stia cercando di fare del proprio meglio, poi è normale che ci siano annate in cui le cose vanno bene e altre in cui vanno male. Comunque sia il Cagliari sta dimostrando di essere in corsa per la salvezza e le ultime due vittorie sono state davvero pesanti. Nel prossimo turno sfiderà la Roma e proverà a sfruttare il brutto momento dei giallorossi, che vengono da alcune sconfitte eclatanti. Aspettiamo a fine anno per trarre un giudizio sulla stagione, ma non dimentichiamoci che Giulini sta dando una stabilità economica al Cagliari, cosa non di poco conto”.

Giulini
Giulini, presidente del Cagliari

La Roma non è per tutti

Nella sua carriera anche la maglia della Roma: come giudica le difficoltà della squadra giallorossa?

“Sono totalmente d’accordo con Mourinho quando dice che alcuni giocatori non sono pronti a giocare nella Roma. Io ci ho trascorso tre anni e posso assicurare che non è assolutamente facile, perché le responsabilità sono tante e la piazza è molto importante ed esigente. La squadra viene da anni difficili, non si è potuto operare più di tanto sul mercato e questo bisogna metterlo in conto. C’è chi dice che Mourinho non sia all’altezza di guidare la Roma e questo, onestamente, mi fa un po’ sorridere. Tanti pensano che basti prendere un allenatore del genere per vincere il campionato, ma il campionato si vince soprattutto grazie all’organico. La società dovrà operare sul mercato per migliorare una rosa che non è ancora pronta per arrivare tra le prime quattro ma che, lasciando lavorare l’allenatore con tranquillità, potrà ambire col tempo a traguardi importanti. A Roma ci vuole equilibrio, perché la tifoseria come ti esalta dopo due vittorie è capace di trascinarti in basso dopo due sconfitte di fila e i giocatori che ci sono ora non hanno il carattere per reggere questo tipo di pressioni”.

Si aspettava di più da Mourinho a livello di impatto mentale sulla squadra?

“In Italia si cade spesso nell’errore di giudicare un allenatore solamente a seconda dei risultati. Mourinho è un grande allenatore, ha vinto tanto ed è sempre stato abituato ad allenare un certo tipo di calciatori. Ovvio che alla Roma abbia trovato una rosa differente da quelle a cui era abituato, tra i giallorossi ci sono tanti giovani e questi vanno fatti crescere con pazienza. Chiaramente in squadre come Inter e Milan si può giudicare maggiormente l’allenatore, perché i giocatori in organico sono forti e già pronti a vincere. Quando hai tanti giocatori giovani bisogna focalizzarsi più sul lavoro svolto in settimana e sulla crescita della squadra”.

Josè Mourinho (Roma)
Josè Mourinho (Roma)

Un’Inter Fenomenale e il trionfo in Coppa UEFA

Dalla Roma è passato poi all’Inter, qui il successo in Coppa UEFA in una squadra colma di talento: avete vinto poco rispetto al vostro potenziale?

“Si, già con la Roma ero andato vicino a vincere la Coppa UEFA, ma la beffa con lo Slavia Praga compromise tutto. Fortunatamente ci sono riuscito poco tempo dopo con l’Inter, in una squadra formata da tanti elementi di qualità che si mettevano a disposizione dei compagni. Quell’anno avremmo meritato di vincere anche lo scudetto, perché eravamo la squadra più forte, purtroppo non ci siamo riusciti per diversi motivi. Anche negli anni successivi la squadra era molto competitiva, quando arrivò Lippi l’Inter aveva una delle rose più forti in assoluto. Con lui iniziammo benissimo, ma poi ci fu un calo inspiegabile che ci precluse la possibilità di lottare per vincere”.

Moriero e Ronaldo ai tempi dell'Inter
Moriero e Ronaldo ai tempi dell’Inter

L’Inter ha vinto di recente la Supercoppa italiana e sta dominando in campionato: cosa ha portato in più Inzaghi rispetto all’era Conte?

“Sono due allenatori totalmente differenti. Antonio ha gettato le basi e vincere lo scudetto in Italia non è mai facile. Lui ci è riuscito e ha riportato il tricolore in casa Inter dopo tanti anni, dando una struttura tattica importante alla squadra. Inzaghi dà un maggior peso alla tecnica e alla fantasia e lascia i suoi giocatori più liberi dai tatticismi. Sono due filosofie molto diverse, Inzaghi è stato bravo, nonostante le assenze di Lukaku e Hakimi, a sfruttare al meglio la struttura lasciata in eredità da Conte“.

Insigne, una scelta obbligata

Lei ha chiuso la carriera al Napoli: cosa ne pensa della scelta di Insigne di lasciare i partenopei per trasferirsi al Toronto?

“Secondo me ha fatto benissimo, ha fatto un’ottima scelta. Aveva deciso di rimanere a Napoli ma i matrimoni si fanno in due. Insigne pretendeva, giustamente, un contratto di massimo rispetto per un giocatore del suo calibro, la società non era dello stesso avviso e lui giustamente ha colto al volo l’allettante proposta del Toronto. Sono contento che vada a portare un po’ di Italia all’estero. É normale, poi, che giocare in America non è la stessa cosa che giocare in Europa, per cui se vorrà rimanere nel giro della Nazionale dovrà giocare e allenarsi sempre al massimo”.

Lorenzo Insigne, attaccante del Napoli
Lorenzo Insigne, attaccante del Napoli

Il Napoli ha ancora speranze per lo scudetto o vede le due milanesi troppo distanti?

“Il Napoli finché ha avuto tutti i giocatori a disposizione ha dimostrato di poter lottare per lo scudetto. É una squadra che gioca un bel calcio con un allenatore molto preparato, ma deve competere con club più attrezzati. Al completo può battere chiunque, poi è chiaro che appena iniziano a mancare 2-3 pedine va in difficoltà: servirebbe una rosa un po’ più ampia. In questo momento è l’Inter la squadra da battere, ma al gran completo il Napoli può concorrere per lo scudetto”.

Mai schiavo del risultato

Nella sua carriera da allenatore ha girato tante squadre: cosa ha imparato da tutte queste esperienze e cosa hanno aggiunto al suo bagaglio?

“Ho iniziato a fare l’allenatore perché mi piaceva l’idea di inculcare la mia mentalità da professionista ai ragazzi. La mia prima esperienza in panchina l’ho vissuta in Africa, per mettermi da subito in discussione, e al primo colpo ho vinto lo scudetto. Sono tornato in Italia e sono partito dal basso, fino a raggiungere la Serie B. Ho avuto degli alti e dei bassi, ma questo fa parte della vita di un allenatore. É un lavoro molto appagante, ma ha anche i suoi lati negativi: si è scritto tante volte che sono stato esonerato, ma in realtà nella maggior parte dei casi sono io che me ne sono andato. Questo perché non condivido il pensiero di molti presidenti e di molti direttori sportivi, poiché quando ti ritrovi ad allenare una squadra di livello medio-basso, con tanti giovani, le difficoltà sono molte, ma si guarda solo al risultato. Questo è un problema tipico italiano, dove gli allenatori sono schiavi del risultato ed è una cosa che non condivido. Quando fai crescere tanti giovani, che poi fanno una carriera importante, vuol dire che hai fatto un buon lavoro. Le mie esperienze le giudico molto positive, perché hanno incrementato il mio bagaglio da allenatore e mi hanno permesso di portare la mia cultura calcistica in giro per il mondo. Quello che più mi dispiace è che gli allenatori italiani all’estero siano molto apprezzati, mentre in Italia vengono giudicati solo in base ai risultati della domenica. In questo modo i giovani giocano poco, fanno sempre più fatica e il calcio italiano non cresce”.

Francesco Moriero, ex difensore di Inter e Roma
Francesco Moriero, ex difensore di Inter e Roma

Nel suo periodo all’Inter ha ottenuto anche la maglia della Nazionale, guadagnandosi il Mondiale del 1998: Quali sono le reali chance dell’Italia di qualificarsi a Qatar 2022?

“Secondo me veniamo da una beffa incredibile, abbiamo affrontato le qualificazioni in un momento molto particolare, anche sfortunato. Ho molta fiducia in Mancini e nei ragazzi, non bisogna dimenticare il gran lavoro del mister, che ha preso in mano una Nazionale ai minimi storici portandola sul tetto d’Europa. Ha avuto il coraggio di puntare su tanti giovani e ha messo su un gruppo fortissimo. Credo che l’Italia meriti di andare in Qatar, ci aspettano delle sfide impegnative ma i ragazzi di Mancini hanno già dimostrato di esaltarsi in questo tipo di incontri. Mi auguro che gli Azzurri vadano al Mondiale, perché  in tal caso sono certo farebbero un grandissimo torneo”.