Giancarlo De Sisti, ex calciatore di Roma e Fiorentina
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Giancarlo De Sisti in ESCLUSIVA: “Vi racconto Liedholm e Italia-Germania 1970. Vlahovic? Fossi la Fiorentina lo terrei, ma…”

L’ex centrocampista di Roma e Fiorentina Giancarlo De Sisti è intervenuto in esclusiva ai nostri microfoni ripercorrendo le tappe principali della sua carriera in terra capitolina e nella culla del Rinascimento, soffermandosi anche sull’attualità del calcio nostrano, sulle difficoltà stagionali della formazione gigliata e sul possibile addio a fine stagione di Dusan Vlahovic

De Sisti: “Vlahovic? Lo terrei, ma la Fiorentina deve rinforzare la rosa”

Giancarlo De Sisti è un ex allenatore di calcio, dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista, campione europeo nel 1968 e vicecampione mondiale nel 1970 con la Nazionale italiana. Soprannominato “Picchio”, ha vinto a livello di club uno scudetto, due Coppe Italia, una Coppa Mitropa ed una Coppa delle Fiere in quasi vent’anni di carriera professionistica. Oggi abbiamo avuto l’onore di averlo in esclusiva ai nostri microfoni.

La Roma ha annunciato Mourinho come allenatore dalla prossima stagione. Secondo te, il portoghese riuscirà a vincere qualcosa nella Capitale?

“Questo è difficile da ipotizzare. Sono certo che ci proverà con tutte le sue forze. Quando si comincia un’attività è difficile dirlo. Uno gioca per vincere sempre, bisogna anche vedere i giocatori che gli daranno”.

La Fiorentina viene da una stagione negativa. Cosa non ha funzionato secondo te?

“Io pensavo che andasse meglio in questa stagione, sinceramente. La Fiorentina, a parte il fatto che ha venduto Chiesa che era determinante per l’organico, ha comunque i giocatori per fare bene, da Vlahovic a Ribery, Castrovilli, Milenkovic. Ha dei giocatori per fare decisamente di più rispetto a quello che ha fatto. E’ logico dire che qualcosa non ha funzionato, anche il cambio di allenatore ne è la prova”.

Esultanza Vlahovic (Fiorentina) @Image Sport
Esultanza Vlahovic (Fiorentina) @Image Sport

Vlahovic, invece, ha stupito tutti ed è sempre più leader della Viola. Cosa gli manca per diventare un fuoriclasse?

“Secondo me gli manca l’occasione, l’opportunità in una grandissima squadra. Questo è il suo primo grande anno da protagonista, perché ha giocato con frequenza e quindi ha colto tutte le occasioni. É migliorato anche nel contrasto fisico, si è dimostrato un combattente. Io credo che però debba provare a giocare in una squadra più forte, che punta a vincere il campionato per diventare un fuoriclasse”.

Quindi non gli consiglieresti di restare alla Fiorentina?

“Io come tifoso di Roma e Fiorentina gli consiglio il meglio. Gli potrei consigliare anche di restare, ma è naturale che si debba costruire una squadra più forte perché sarebbe sprecato per la salvezza. E’ logico che per confermare un ragazzo che vogliono almeno 6-7 big di tutta Europa non è facile. Io comunque mi auguro possa restare alla Fiorentina ma si deve rinforzare la rosa, questo è fuori dubbio. Speriamo che la squadra viola abbia altri progetti, altre ambizioni rispetto a quelli di quest’anno. Servono i fatti, altrimenti come già successo in passato la Fiorentina potrebbe anche privarsi di un talento come lui”.

Che ricordi ha della tua esperienza alla Roma? Ci parli della vittoria della Coppa Italia e della Coppa delle Fiere

“La vittoria della Coppa Italia la sento un po’ mia. Sono stato protagonista davvero. La Coppa delle Fiere che sarebbe l’attuale Europa League la sento meno mia perché ho giocato qualche partita. Ero abbastanza giovane nel 1971, non ero ancora un titolare nella squadra giallorossa. Diciamo che ho dato un piccolissimo contributo. A volte i titoli vengono assegnati anche a chi per esempio fa parte dell’organico di 29 o più calciatori che vanno a disputare una competizione. Solo il fatto che uno si trova in un determinato gruppo vincente vuol dire che ha vinto. Non dovrebbe essere così”.

Giancarlo De Sisti, ex calciatore di Roma e Fiorentina
Giancarlo De Sisti, ex calciatore di Roma e Fiorentina

Sei stato allenato da Nils Liedholm, uno dei più grandi allenatori della storia del calcio. Che personaggio era?

“Siamo di fronte ad un fenomeno. Era un campione in tutti i sensi come calciatore e poi come allenatore. Era un maestro di calcio, ci insegnava tutto. Le tematiche tecniche, quelle tattiche, quelle di tecnica veloce. Ha aiutato un sacco di ragazzi, per esempio, ha impiegato tantissimo tempo con Francesco Rocca, prima che si facesse male, per insegnargli a fare il muro con il piede sinistro. Lui arrivava molto prima degli altri a farsi tutto il campo con le sue galoppate e poi aveva il vizio di fermarsi con il sinistro e crossare col destro e Liedholm non gli voleva far perdere quel tempo di gioco. Ha impiegato tantissimo tempo ad insegnargli ad usare il sinistro anche e soprattutto per questo. Poi, purtroppo, Francesco si fece male, altrimenti avrebbe giocato 100 partite in Nazionale perché era un grandissimo calciatore. Liedholm diceva: ‘Se un tennista ha bisogno di migliorare col dritto, lungo linea o incrociato, dà 100-200 colpi alla pallina, noi dobbiamo fare gli stop da 10-20-30 mt per migliorarci'”.

Un aneddoto su Liedholm?

“Stavamo alla Fiorentina e Liedholm fece fare ad ogni calciatore degli stop con la palla. Ogni calciatore prendeva la palla e la calciava verticalmente a 15-20 mt in alto, poi un altro doveva andare a domarla quando scendeva giù. C’erano quei ragazzi che sembravano già padroni di tutti i gesti tecnici e lo prendevano con superiorità, io invece ero sempre sul pezzo. Lui mi diceva: “Sei molto concentrato in quello che fai”, io gli ho risposto “Mister, un giorno mi potrebbe servire questo suo grande insegnamento”. La domenica dopo la palla aveva cambiato direzione ed era andata a finire a 10 mt. Io, quasi nella preoccupazione di non arrivarci, ho cominciato a correre forte per recuperare il pallone e riuscii a stopparla. Lui diceva che quello che avevo fatto era un esempio classico per tutti quanti. Era uno che lavorava molto su questo, non consentiva che non si sapesse come uscire da un dribbling, da una mischia, da un contatto, senza averne la proiezione di quello che sarebbe venuto dopo. Era uno che il calcio l’ha sempre studiato nei minimi particolari e poi faceva certe robe in allenamento! Certi tiri dal limite che andavano tutti a finire all’incrocio dei pali! Era buono però fino ad un certo punto, fino a quando c’era il rispetto. Io credo che fosse un allenatore completo pieno di fascino, era un fenomeno. Potevi solo imparare da uno come lui”.

Roberto Falcao, Niels Liedholm e Cerezo: ex attaccanti ed ex allenatore della Roma
Roberto Falcao, Niels Liedholm e Cerezo: ex attaccanti ed ex allenatore della Roma

Ci racconti qualche retroscena sulla sua cessione alla Fiorentina

“Sono andato alla Fiorentina che avevo 22 anni. Questa voleva trovare un giovane regista per far crescere i suoi giovani, era definita Jeje, perché era composta da parecchi giovanotti. Avevano appena lasciato andare Umberto Maschio ed hanno comprato me. La Fiorentina aveva puntato su di me ed io ero onorato di questo. Mi ricordo che stavo facendo il militare ad Orvieto. É venuto il comandante della Compagnia Atleti col Corriere dello Sport in mano e c’era scritto Giancarlo De Sisti alla Fiorentina per 250 milioni e Benaglia. Così ho saputo del trasferimento. Quando sono arrivato a Firenze mancava solo la banda del paese che m’accogliesse. Ho sentito l’amore di una società. Ho giocato la mia prima partita in Viola a Bergamo ed ho subito fatto un goal. Mi ricordo che Baglini, il presidente, mi disse ‘De Sisti, lei deve tornare a casa domani?’ Gli ho detto ‘Si, domani devo tornare in caserma, ma domani sera’, allora lui dice ‘Può restare?’. Mi ha portato a cena con i suoi amici industriali milanesi e mi portava come se fossi la Nuova Ferrari o l’orologio d’oro che non aveva nessuno, tanto era orgoglioso di me. Uno si sente lodato di questo”.

Hai fatto una bella carriera alla Fiorentina anche per questo?

“Diciamo che la carriera di un calciatore nel mio periodo si svolgeva da 20 a 32 anni. Tanti adesso vanno molto più avanti. All’epoca io da 22 anni a 31 anni sono stato con la Fiorentina, è chiaro che in quel momento lì sono maturato, diciamo che ero uno dei migliori centrocampisti. Giocavo anche in Nazionale. Purtroppo o per fortuna nella Fiorentina ero più considerato rispetto a quando non lo fossi alla Roma, perché nella Capitale ero troppo giovane prima e troppo maturo quando sono tornato. Non mi posso lamentare però, ho fatto 10 anni con la Roma e 9 con la Fiorentina”.

Cosa ricordi della tua esperienza a Firenze?

“Nella Fiorentina nel 1983 abbiamo fatto il miglior calcio d’Italia. Lo dissero Platini e Boniek, non due persone qualunque. Giocavamo con 3 difensori marcatori e c’erano i due esterni che erano Pasquale Iachini, ex Genoa, che era una mezz’ala e Massaro, che forse era un po’ sprecato lì. A centrocampo c’era Oriali, che era un grande calciatore ed abbiamo fatto davvero grandi cose quell’anno”.

Giancarlo De Sisti, ex calciatore di Roma e Fiorentina
Giancarlo De Sisti, ex calciatore di Roma e Fiorentina

Hai giocato con tanti campioni, chi ti ha colpito di più?

“Ho giocato con tantissimi campioni, tanti mi hanno colpito. Orsi che è stato mio capitano per tanto tempo, Lo Iacono, Manfredini, Schiappino, ho imparato tantissimo da loro. Mi ispiravo soprattutto a Schiappino. Lui vedeva in me la capacità di intuire, di leggere le azioni e di capire quello che volevano fare i centrocampisti avversari. Ha lavorato su di me per farmi migliorare sotto questo aspetto, per esempio diceva ‘Devi avere la percezione di tutto ciò che ti circonda, del punto dove ti ritrovi e cosa in quel momento stai a fare. Devi sapere dov’è il portatore di palla avversario e dove sono i compagni più immediati ai quali tu la puoi passare nel giro di pochi metri, parliamo di frazione di secondo. Quando avrai fatto questa valutazione, non guardi più il pallone, devi guardare gli occhi dell’avversario’. Ci abbiamo lavorato giorno dopo giorno ed è stato determinante nella mia carriera”.

Qual era la tua forza come centrocampista?

“Intercettare il passaggio avversario, perché avevo preso al volo l’insegnamento di Schiappino“.

Qual è la vittoria più bella in assoluto della tua carriera?

“Beh, c’è poco da dire. Italia-Germania 4-3”.

Ci racconti quella partita?

“Italia-Germania 4-3 credo sia qualcosa di indimenticabile, qualcosa che è rimasto negli annali. Quest’anno c’è stato il cinquantenario. La Federazione ha voluto che partecipassimo ai festeggiamenti, alle interviste, agli incontri con l’ambasciata messicana a Roma. Ci sono stati un sacco di festeggiamenti per quella gara. Questa è stata considerata “la partita del Secolo”. É un onore averci partecipato. É una partita che non è che si può descrivere in 2 minuti. Una partita che nasce da uno scontro tra due grandissime squadre che si sono equivalse alla grande, una partita da ping pong. Siamo andati noi in vantaggio, poi loro hanno impiegato tutto il secondo tempo per rimontare. Ci sono riusciti al 92’ e lì si innesca quel concetto dei tempi supplementari che sono stati qualcosa di fantastico. Quante emozioni ci sono state: la paura di andare a casa, la gioia di essere i primi nel Mondo o di andare in Finale. Il cuore mi batteva forte forte. Quella è stata una partita che la gente ha apprezzato per questo, una cosa irripetibile, incredibile. Mi rimarrà sempre nel cuore. E’ vero che ho vinto lo scudetto con la Fiorentina che è il concentrato di una stagione, di sacrifici fatti, però la risonanza mondiale che ha avuto quella partita non ha eguali. Questa inorgoglisce i partecipanti ed anche l’Italia intera. Penso che se avessimo vinto quel Mondiale ognuno di noi sarebbe diventato sindaco della propria città a vita (ride ndr)”.

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In quale giocatore di oggi ti rivedi ?

“Adesso si gioca un altro calcio. Ci sono alcuni ragazzi che giocano bene. É cambiato molto. É logico che chi sa giocare ora, sapeva giocare 50 anni fa e saprà giocare tra 50 anni. Qualche anno fa c’era Pizarro che mi assomigliava. Vedevo anche molto bene Pecci quando allenavo. Liedholm trovava delle somiglianze in ogni calciatore: Campagna era il nuovo Rivera, Cavatorti il nuovo Haller, Piccinetti il nuovo Bettega. Io allora gli dissi: ‘Mister, c’è qualcuno che assomiglia a lei?’. E lui ‘Impossibile, sono inimitabile‘”.

Ci parli di Pesaola, altro grande allenatore, che differenza c’è tra lui e Liedholm?

“Pesaola è stato con me per ben 2 anni perché poi andò al Napoli, dopo che vinse lo scudetto con la Fiorentina. Liedholm e Pesaola sono stati 2 grandissimi allenatori. Ad un certo punto, mi hanno consegnato le chiavi tattiche. Loro dicevano che io vedevo il calcio come un allenatore. Siccome pensavano che la trasmissione degli incarichi dalla panchina al campo era difficile, se non impossibile per via della confusione che c’è quando ci sono i tifosi, mi autorizzavano a fare i cambi di posizione. Con Pesaola stavamo perdendo col Napoli e suggerii al Mister di cambiare le posizioni dei nostri esterni alti. Rimontammo la gara per 2-1. Da quel giorno, mi disse “La faccia lei la formazione”. (ride ndr)

Avevi un bel rapporto con Pesaola?

“Si, certo. Una volta gli ho detto che avevo bisogno urgente di andare a Roma per concordare delle cose. Lo sai che m’ha detto? ‘Forse non ha capito, lei è il padrone‘. Ad uno così gli dai l’anima, c’è poco da dire. Così mi compravano. Sapevano che io ero uno serio, non facevo mai cavolate. Facevo la vita di atleta, ho sempre rispettato tutto”.

Bruno Pesaola, ex allenatore della Fiorentina
Bruno Pesaola, ex allenatore della Fiorentina

Secondo te com’è cambiato il calcio adesso rispetto a quello dei tuoi tempi?

“É cambiato tanto, dentro al campo, dietro le scrivanie, nella programmazione. Già stava cambiando durante gli allenamenti dei miei tempi, figurati adesso che sono passati tanti anni da quando io giocavo. Quando avevo cominciato ad allenare, ricordo che ci incontrammo con l’associazione allenatori e parlammo della necessità di allenare il calciatore sulle distanze. Abbiamo studiato tanto i migliori allenatori d’Europa. C’era la necessità di allenarsi sulla resistenza, perché non si poteva tenere il ritmo alto per tutta la partita. Poi è entrata in scena la tattica in campo, le squadre hanno cominciato a giocare a zona. Sono cambiate un sacco di cose adesso. Uno gioca la domenica, uno gioca la prossima partita. C’è la televisione che comanda. Una volta, tutto era più regolare. Se tu parli con quelli della mia generazione tutti soffriamo di nostalgia.

Se fossi ancora allenatore, come si comporterebbe con Lukaku, Hakimi, Young e Perisic che avrebbero violato le restrizioni da Covid-19?

“Li multerei in base a quelli che sono i regolamenti. Questi sono dettati dalla civiltà. Tutti dobbiamo rispettare per ora queste restrizioni per il bene di tutto il Mondo. Se ognuno fa come gli pare non è bello. Non sono d’esempio sicuramente comportandosi in questo modo. Tutta colpa degli ingaggi. Sono troppo onerosi. I calciatori oggi con un anno possono comprarsi quello che vogliono. Non va bene. Hanno mancato di rispetto a se stessi, ai loro compagni e a tutti. Io li farei pagare dazio veramente. Non si possono permettere di fare come gli pare”.

Ai suoi tempi gli ingaggi erano più bassi?

“Nel 1973 mia moglie mi ha detto di comprare una casa a Firenze, che è una città bellissima. Sono andato a vedere un appartamento che stava vicino allo Stadio, a 300 mt, volevano 36 milioni di lire. Io ne prendevo 35 in un anno. Questo significa che io con un anno di ingaggio potevo comprarmi un appartamento. Adesso invece i calciatori sono diventati delle aziende”.

Negli ultimi anni dal settore giovanile di squadre italiane sono usciti talenti come Chiesa e Barella. Tante squadre, però, ancora non puntano sui giovani. Perché si sfrutta poco il settore giovanile?

“I settori giovanili li ricordiamo solo quando esordisce qualcuno. Spesso gli allenatori vogliono andare sul sicuro perché se non arrivano i risultati c’è il licenziamento. Si preferisce un calciatore che ha meno risorse energetiche, ma uno status di titolarità, con la sensazione che ti garantisca chissà che. Delle volte invece il giovane, proprio perché è spensierato potrebbe essere più utile. Noi potremmo ottenere di più dai vivai, perché abbiamo tanta gente forte. Però, si parla tanto di giovani, ma poi non si arriva mai ai fatti…”

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