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Incidente Eriksen: sfortunata fatalità o frutto dei troppi impegni?

Passato lo spavento per il brutto episodio, del quale si è reso partecipe Christian Eriksen, inizia il tempo delle riflessioni. Stiamo parlando di un caso sfortunato o vi è una correlazione diretta con le tante, forse troppe, partite disputate?

I calciatori della Danimarca attorno ad Eriksen @imagephotoagency
I calciatori della Danimarca attorno ad Eriksen @imagephotoagency

Attimi di paura

Siamo al ’43 di un primo tempo quasi a senso unico, la Danimarca ha sfiorato il gol già in qualche occasione, un paio di volte proprio con Eriksen. Poi il dramma: Chris cade da solo, senza nessun contatto, vicino alla linea laterale senza rialzarsi. La situazione è grave, lo si nota sin dai primi istanti, dalle prime reazioni dei protagonisti in campo, da quel massaggio cardiaco iniziato da Simon Kjaer e poi proseguito dai medici, anche con l’uso del defibrillatore. A Copenaghen non si sente un rumore, se non quello dei medici al lavoro, nessuno fiata, tutti sono immobili, sembra quasi che il tempo non passi più, poi qualcosa succede. Il cordone umano dei giocatori della Danimarca si apre, Chris esce in barella, con le lenzuola bianche che lo circondano e tutto lo stadio che applaude, e infine la foto.

L’immagine dell’anno non è un gol, non è un giocatore o una squadra che festeggiano un grande trofeo, ma Christian Eriksen sveglio su quella barella. La mano portata alla fronte e gli occhi che non esprimono tanta lucidità ma ci sono, sono su quel campo e c’è anche Chris, ancora con noi. Le ore successive sono un susseguirsi di splendide notizie e di messaggi di affetto nei confronti dell’uomo, prima ancora che del calciatore. La Danimarca, su richiesta dello stesso Eriksen, rientra in campo applaudita non solo dai suoi avversari, ma da tutto il mondo. Il risultato finale, per quanto storico dal punto di vista finlandese (prima vittoria in una competizione internazionale) va messo in secondo piano perché, in fondo, è stata una vittoria di tutti.

Eriksen, trequartista della Danimarca
Eriksen, trequartista della Danimarca @imagephotoagency

Più che un semplice gioco

Le immagini arrivate ieri dal Telia Parken di Copenhagen rimarranno nelle menti di tutti gli appassionati di calcio, e non solo, per molto tempo. In particolare le reazioni dei ragazzi della Danimarca e del loro leader, e capitano, Simon Kjaer. In molti lo hanno definito come un “eroe” ma, molto probabilmente, Kjaer non si sente così. Probabilmente lui, insieme a tutti quei ragazzi che non si chiamassero Christian Eriksen, hanno fatto solo quello che gli è venuto più naturale: aiutare un uomo, un compagno e un amico in difficoltà. Allora perché ci sorprende così tanto? Di Simon Kjaer probabilmente ci sorprende la freddezza e la lucidità con la quale ha prestato i primi soccorsi, secondo molti decisivi, al suo compagno di squadra. Ci sorprende forse la sensibilità con la quale lui e Kasper Schmeichel, altro uomo chiave di quella Nazionale, siano andati a tranquillizzare Sabrina (moglie di Chris). Ci sorprende quella corazza umana, quella testuggine romana, quel muro danese eretto intorno a Chris, per proteggerlo dalle troppe telecamere.

O forse ci sorprende tutto questo insieme: gli applausi dei finlandesi, le lacrime, i cori dei tifosi, lo storico gol di Joel Pohjanpalo, il quale è pronto a esultare ma si ferma improvvisamente e sembra quasi chiedere scusa di essere stato per un attimo felice, nella stessa partita in cui un suo collega ha rischiato la vita. Tutto questo sorprende perché in molti sono ancora convinti che si parli ancora di un semplice gioco, che questi ragazzi siano mossi solo da interessi economici, che non ci siano più i “valori del calcio di una volta”. Danimarca e Finlandia, ieri, hanno dato una lezione a tutti i miscredenti del calcio di oggi, che a noi, ovviamente, piace sempre di più.

Sfortuna o responsabilità?

Passata la paura e migliorate le condizioni di Eriksen la mente si raffredda, e sorgono alcune domande. Sarà stato soltanto l’ennesimo episodio sfortunato o c’è dell’altro? Sarà che questi ragazzi, nelle ultime due stagioni, non si sono praticamente mai fermati? Sarà che il corpo umano è una macchina e il riposo è la sua benzina? In tanti se lo sono chiesti, tra i primi proprio un giocatore: Asmir Begovic. Il portiere del Bournemouth, con un Tweet polemico, ha voluto puntare il dito contro l’organizzazione Uefa e i tanti, forse troppi, impegni ravvicinati.

Che nell’ultimo anno e mezzo il riposo sia un po’ mancato è un dato di fatto, come testimoniano i tanti infortuni stagionali, che sino all’ultimo hanno condizionato i giocatori e le loro squadre. Campionati nazionali, coppe europee e impegni internazionali, nessuno ha mai voluto fare un passo indietro. “Non c’è tempo” la risposta degli organi calcistici. “Sono pagati per giocare, e pure tanto, che vadano a fare i loro lavoro senza lamentarsi” quella di qualche tifoso, e non solo. Poi quando avvengono episodi come questi inizia la caccia alle streghe, una costante ricerca del colpevole prima ancora che della verità.

La correlazione, tra l’orribile incidente del quale è stato vittima Christian Eriksen, e i numerosi impegni ravvicinati non è certa, come testimoniano i casi Morosini e Astori, o le parole dei medici. Tuttavia rivedere in parte i calendari, per Uefa e Fifa, non sarebbe una cattiva idea, anche e soprattutto in ottica Qatar 2022.