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Italia da Oscar: Vialli e De Rossi migliori attori non protagonisti

Esempi positivi e uomini chiave di uno spogliatoio sempre più coeso: la vittoria azzurra passa anche da Gianluca Vialli e Daniele De Rossi

Abbraccio tra Mancini (Ct Italia) e Gianluca Vialli (Capo delegazione) @Image Sport
Abbraccio tra Mancini (Ct Italia) e Gianluca Vialli (Capo delegazione) @Image Sport

I magnifici 7 del Mancio

Un gruppo così forte e unito nella sua totalità non si vedeva da tanto tempo. Tanti campioni che, al di là del proprio ruolo e status, si sono messi totalmente a disposizione della squadra. Alcuni collaboratori sono stati scelti minuziosamente dal comandante Roberto Mancini, altri si trovavano già lì al suo arrivo ma poco cambia, l’imprinting è stato immediato. Gianluca Vialli, Daniele De Rossi, Gabriele Oriali, Attilio Lombardo, Fausto Salsano, Massimo Battara e Alberico Evani. Quest’ultimo lo scorso novembre aveva addirittura sostituito il Mancio in panchina, causa Covid-19, ma il risultato non era cambiato di una virgola. Come se il comandante non fosse importante, perché quella nave era stata costruita per andare avanti da sola.

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Una serie di nomi altisonanti, quasi ingombranti se messi tutti insieme, ma che non hanno mai lasciato sopraffare il proprio cognome. Come a dire: “Le nostre carriere sono terminate da un pezzo, adesso tocca a voi”. Questa è stata la vera forza degli uomini del Mancio, restare nell’ombra, apparire poco se non nell’unico luogo in cui le telecamere non hanno ragione d’esistere: lo spogliatoio. Buona parte della vittoria azzurra passa da quei magnifici 7, il dream team personale del CT Roberto Mancini.

De Rossi, ex centrocampista della Roma
De Rossi, ex centrocampista della Roma

Dall’Olympiastadion a Wembley: DDR ancora campione

Era stato uno dei protagonisti del Mondiale tedesco, la solita manifestazione di carattere e leadership, che si è portato dietro anche in questa cavalcata azzurra. Avere Daniele De Rossi all’interno del proprio spogliatoio è sempre qualcosa di speciale, al di là del fatto che sia con gli scarpini allacciati o in giacca e cravatta. È stato l’ultimo ad accasarsi nello staff azzurro, ma è come se ci fosse sempre stato. 15 anni dopo Berlino, 2 dall’addio alla sua amata Roma, 1 dal ritiro definitivo col Boca Juniors.

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Una carriera vissuta al servizio del calcio, cercando di dare sfogo sino all’ultimo alla sua passione, anche quando il fisico gli stava per dire “basta” come nell’avventura sudamericana. Quel rettangolo verde non l’ha voluto abbandonare nemmeno per un secondo, aveva subito intrapreso la strada per diventare allenatore, e nella scorsa estata sembrava quasi aver bruciato le tappe, con una Fiorentina pronta a farci più di un pensiero. Alla fine è arrivato prima il ritorno in azzurro di quello in Serie A e senza dubbio, per la sua crescita ma soprattutto per la sua felicità, è stato meglio così.

Gianluca Vialli, capo delegazione della Nazionale
Gianluca Vialli, capo delegazione della Nazionale

Il riscatto azzurro di “StradiVialli”

Una carriera in azzurro, iniziata nel 1985, che fin qui era stata avara di successi importanti. Due grandi competizioni, Euro ’88 e Italia ’90, nella quali si era dovuto arrendere a un passo dalla finale. Uno dei maggiori talenti del calcio italiano che, come tanti altri della sua generazione, era in possesso di un curriculum splendido, macchiato dalle cocenti delusioni in nazionale. Per Gianluca Vialli l’Italia è stata teatro di gioie e dolori, come per l’amico Mancini, sino a circa 10 giorni fa quando quella macchia è stata cancellata, e il suo curriculum è tornato a splendere.

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Per quel gruppo di ragazzi ha fatto tanto, come testimoniato dagli stessi protagonisti, restando sempre dietro le quinte. Si è pure prestato alla “scenetta del pullman”, ripetuta ossessivamente prima di ogni partita, tutto pur di allontanare gli spettri di Italia ’90. Alla fine l’abbraccio con il Mancio, in quello stesso stadio dove quasi 30 anni fa entrambi avevano versato lacrime amare, per via della sconfitta in un’altra finale europea contro il Barcellona. Una partita che avrebbe segnato la fine della sua avventura alla Sampdoria, ma anche dei “Gemelli del gol”. 30 anni dopo a Wembley ci sono tornati insieme, lui e il Mancio, con l’obiettivo di trasformare quelle lacrime amare in un pianto di gioia: Missione compiuta.

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