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Lazio, Inzaghi l’asso di Coppa (Italia): ma per quanto può bastare?

Il tecnico biancoceleste è considerato da tutti uno dei tecnici più promettenti del nostro panorama calcistico. Lanciato da Lotito quando ancora allenava la primavera, il tecnico ha, però, spesso palesato alcuni limiti, soprattutto nelle scelte di formazione, che ne hanno compromesso la definitiva consacrazione

Lazio, Inzaghi incompiuto tra gli incompiuti

Una Coppa Italia e una Supercoppa Italiana in tre stagioni o poco più. Il palmares di Simone Inzaghi, allenatore della Lazio, potrebbe fare invidia a chiunque, soprattutto se si considera che l’ex centravanti biancoceleste è un tecnico giovanissimo, di appena 43 anni. Eppure, in casa Lazio, i risultati che contano stentano ad arrivare. Inzaghi e la Lazio sembrano quasi due anime gemelle, fatti l’uno per l’altra. Se nelle intenzioni d’inizio stagione, le aquile partono sempre con la voglia di spiccare il volo definitivo verso le sfere alte della classifica, il rendimento della squadra, a lungo andare, tradisce sistematicamente le aspettative. L’obiettivo dichiarato della Lazio è quello di puntare decisa alla qualificazione in Champions, eppure l’evolversi di queste prime giornate di campionato ha confermato l’incedere di una squadra incostante, che alterna prestazioni incoraggianti ad altre deludenti che ne bloccano il processo di crescita definitiva. Ma quali sono i motivi principali che vedono la Lazio arrancare rispetto alle squadre di vertice?

Lazio, un mercato scialbo che non corrisponde alle ambizioni

Vavro
Vavro, difensore della Lazio

Non che Inzaghi abbia tutte le colpe: il tecnico della Lazio si trova a fare i conti con una rosa che, soprattutto nel reparto difensivo, manca di alternative all’altezza in grado di poter garantire la disputa di una stagione ad alti livelli su più fronti. Non che i vari Acerbi (tra l’altro in grado di ritagliarsi uno spazio sempre maggiore in Nazionale), Luiz Felipe e Radu siano centrali non pronti per esibirsi su certi palcoscenici, ma l’organico sembra comunque difettare in alcuni ruoli chiave che non consentono ad Inzaghi di applicare un turnover proficuo. Lo dimostrano le sconfitte contro la Spal, in cui Inzaghi ha dovuto rinunciare a Luiz Felipe (affaticato) ed è stato costretto a schierare Patric, oggetto misterioso arrivato dal Barcellona che, in cinque anni di Lazio, ha collezionato più panchine che soddisfazioni.

Al posto di Patric, autore di una pessima prova contro gli estensi, Inzaghi ha inserito Dennis Vavro: il “gigante” classe 1996 è arrivato in estate dall’Anderlecht e, nonostante la prestanza fisica suggerisca per lui un radioso avvenire, bisogna fare i conti con un periodo di adattamento al calcio italiano, che si rende imprescindibile per chi non ha mai giocato ad altissimi livelli. Vavro è un’altra invenzione del DS Tare, costretto da Lotito a fare di necessità virtù. Proprio il patron biancoceleste, demiurgo di una creatura che non perde occasione di glorificare, è il maggior responsabile dell’incompiutezza laziale. Inzaghi ha ricevuto dalle mani del suo superiore una squadra grezza, che si specchia nei suoi pochi gioielli in vetrina: parliamo, ovviamente, di Angel Correa e Milinkovic-Savic, gli unici due giocatori davvero in grado di far fare alla squadra il salto di qualità, togliendo, spesso, ad Inzaghi più di una castagna dal fuoco.

Lazio, le colpe di Inzaghi: scelte di turnover e sostituzioni sbagliate

Ma visto che li abbiamo citati, non possiamo fare a meno di parlarne: proprio da Correa e Savic iniziano ad emergere i limiti di Inzaghi. Innanzitutto, e ne ha dato prova anche quest’anno, il mister non ci pare capace di accompagnare in modo adeguato i momenti della squadra. Torniamo indietro di qualche settimana, a quello Spal-Lazio 2-1 che ha segnato la prima grande débacle della squadra biancoceleste: Correa e Milinkovic, fino ad allora, erano stati tra gli uomini più in forma della rosa, ma Inzaghi ha deciso di concedergli riposo dopo le fatiche (Milinkovic aveva giocato solo mezzora ndr), sostenute con le rispettive Nazionali. Risultato: centrocampo abulico e Lazio costretta a soccombere dopo che, nel derby della giornata precedente, aveva meritato di imporsi contro la Roma. Altro snodo fondamentale: Inter-Lazio, turno infrasettimanale di campionato. In altre circostanze, qualche esperimento ce lo si potrebbe concedere, ma non contro la squadra di Antonio Conte, lanciata in vetta alla classifica, e che ha collezionato quattro vittorie su quattro in campionato. E Inzaghi, cosa decide di fare? Far partire titolare Jony, ventottenne che, fino ad allora, non aveva mai giocato e che, non a caso, risulterà uno dei peggiori in campo.

Turnover mal calcolato, che costerà alla Lazio anche un debutto amaro in Europa League contro il Cluj, spingendo Inzaghi ad affermare che la partita era stata condizionata da un rigore inesistente e che l‘Europa League poteva essere un’occasione per sperimentare nuove soluzioni. Dulcis in fundo, quando la sorte sembra voler mantenere in piedi una situazione complicata, ci pensano i cambi a fare il resto: è successo nell’ultima gara di Serie A col Bologna: Lazio sotto due volte e rimasta in 10 dopo l’espulsione di Leiva. Immobile, con una doppietta, prova a mantenere Inzaghi e i suoi a galla, finchè, per coprirsi dopo l’espulsione, il tecnico piacentino non decide di toglierlo per inserire Parolo. L’attaccante campano era il solo in grado di poter fare reparto da solo e, nella circostanza, far uscire Correa sarebbe stata la scelta più propizia. Ulteriore aggravante, proprio Correa sbaglierà il rigore della vittoria al minuto 88′, con Inzaghi che non ha mancato occasione di scaricargli le responsabilità dell’errore addosso: e se a batterlo fosse stato Immobile? Ma con i se e con i ma non si va da nessuna parte.

Lazio, Inzaghi asso di Coppa (Italia): ma fino a quando basterà?

Simone Inzaghi
Simone Inzaghi, allenatore della Lazio

Come sottolineato all’inizio dell’articolo, Inzaghi può, tuttavia, vantare già alcuni successi personali: due finali di Coppa Italia (una vinta e una persa), dimostrano l’abilità di un uomo che, in partita secca, riesce a dare sempre quel qualcosa in più. Un “quid” che manca quando si devono affrontare competizioni sul medio-lungo periodo, che impongono di tenere alta la concentrazione e instillare alla squadra la cattiveria necessaria per aggredire qualsiasi avversario. Sono caratteristiche che alla Lazio mancano e che, ci dispiace per lui, Inzaghi dovrebbe essere in grado di trasmettere. Se la Lazio vuole finalmente sbocciare, senza giocarsi il “Jolly” di fine stagione, dovrà fare appello a tutte le proprie risorse, in campo, in panchina e, ovviamente, in tribuna d’onore.