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Maurizio Sarri, tra Napoli e Lazio passando per Londra e Torino: morire nella bellezza

Il tecnico Maurizio Sarri continua a inseguire la sua passione più grande: diventato grande al Napoli, ora vuole riaffermarsi alla Lazio

Maurizio Sarri (Lazio) @Image Sport
Maurizio Sarri (Lazio) @Image Sport

Maurizio Sarri, morire nella bellezza

Qualcuno una volta ha detto che in Brasile il calcio è il ballo di chi non sa cantare, collocando così anche il “futebol” nella macroarea delle arti. Il concetto dell’arte e del bello, dell’estetica applicata al pallone che arriva anche nel Vecchio Continente. Per la precisione, un pensiero che si insedia nelle terre slave e viene sintetizzato dall’espressione “umirati u lepoti”, ovvero morire nella bellezza. Perché in fin dei conti i tifosi vogliono lo spettacolo, a volte preferiscono perdere e vedere i dribbling del proprio fantasista piuttosto che vincere. Questo è Maurizio Sarri, un tecnico partito dal basso che ha inseguito la sua passione più grande.


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Oggi si è giunti al bel gioco, al fraseggio di prima e ad una produzione offensiva in grado di coinvolgere, dal difensore centrale all’attaccante, tutta la squadra. Un gioco spettacolare che, però, non possono permettersi tutti gli allenatori: servono i giocatori giusti e una società pronta al rischio, pronta a mettere il gioco e il progetto a lungo termine prima dei risultati. Difficile far coesistere tutte queste situazioni nel calcio odierno. Un sistema economico troppo pesante anche per le sue solide fondamenta in cui i presidenti puntano ad arricchirsi, quando fino a pochi anni fa andavano solo a perderci perché, prima, ogni presidente era il primo tifoso della propria squadra. Ma c’è ancora spazio per un’idea di calcio più romantica e per questo rivoluzionaria? Il Napoli di Sarri in questo senso è stato uno degli esempi più fulgidi e quello che più si è avvicinato anche al trionfo. Peccato per l’oligarchia istituita dalla Juventus, che col suo cinismo non ha lasciato spazio ai sogni partenopei. Ma l’allenatore toscano, dopo le annate all’ombra del Vesuvio, perché non è riuscito a trovare un altro ambiente amico e favorevole alle sue idee calcistiche?

Maurizio Sarri
Maurizio Sarri, ex tecnico dell’Empoli

Il piacere di allenare e gli incidenti di percorso

L’assalto al “palazzo del potere“, quella voglia di piegare e sconfiggere chi in alto è abituato a stare con regolarità: tra Empoli e Napoli il sarrismo si è affermato in Serie A. Contro la Juventus è sempre stata la sua partita.  Adesso che siede sulla panchina della Lazio, dopo aver anche seduto sulla panchina della formazione bianconera, le sensazioni saranno probabilmente accentuate. Un’esperienza che ha portato nella bacheca lo scudetto 2019-20 e tanta, tantissima amarezza per il banchiere diventato allenatore. “Uno scudetto neanche festeggiato”.

Effettivamente è andata proprio così. Sarri, che aveva preso la pesante eredità di Allegri, per tutta la stagione fu un corpo estraneo in un ambiente aristocratico in cui quell’imposizione di giacca e cravatta stonava con un personaggio di campo, verace, sempre in tuta e possibilmente con un mozzicone in bocca. Non è mai stata semplicemente una questione di look, di outfit. L’abbigliamento casual e sportivo di Maurizio, figlio di un operaio toscano, è espressione di un pensiero chiaro, definito e preciso. Più Mazzone che Ferguson, per intenderci. Ecco che le avventure con Chelsea e Juventus sono terminate così in fretta e quasi in malo modo, bypassando anche gli obiettivi raggiunti e i progressi dei giocatori.

Juventus
Juventus, Sarri con Agnelli

Il suo approdo alla Lazio anche non è scontato. Una società che non ha bisogno di un gestore ma di un allenatore che faccia rendere bene la squadra. Nel club biancoceleste ha ritrovato la gioia di allenare, di esprimersi in totale libertà nella sua comfort zone. Il rinnovo di contratto fino al 2025 dimostra come il vulcanico Lotito e Sarri abbiano trovato una sintesi e un progetto sul medio-lungo termine capace di poter portare risultati. Non si tratta di essere un gradino sotto rispetto ai top manager, ma di rispondere a quell’esigenza parossistica di battere chi si trova in cima. Sarrismo puro, nel gioco e nelle idee.

L’avventura con i biancocelesti è appena iniziata e fare una previsione di cosa sarà il suo operato, adesso pare difficile. Il materiale su cui lavorare c’è, del resto a centrocampo il Sergente Milinkovic-Savic e il Mago Luis Alberto sono giocatori in linea con il suo gioco. Roma sembra poter essere la piazza ideale per arrivare a sedersi all’ultimo piano del palazzo senza essere uno di loro. Ha provato perché noi, almeno una volta nella vita, desideriamo provare ad essere loro. Ci ha provato, ha vinto, ma non poteva rimanere ingabbiato dalla giacca e la cravatta. Di sicuro Maurizio, figlio di un operaio toscano, continuerà a professare il suo sarrismo. Una filosofia da ereditare, anche dopo di lui. Un pensiero che si mette sempre in discussione ma rimanendo immanente, immutabile, immobile. In un limbo temporale, storico e spaziale tra ciò che è stato e ciò che sarebbe potuto divenire, morendo lentamente nella sua immensa bellezza.