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Ibrahimovic (Milan)

Milan, Zlatan Ibrahimovic: la divinità rossonera

Nel primo editoriale di questa rubrica si era già scritto del perché essere tifoso milanista aveva in sé una diversità. Il corteo che fra cori e fumogeni dei colori rossoneri ha accompagnato il pullman del Milan allo stadio, dove, di lì a non molto, si sarebbe disputato il derby, ne è conferma: non solo di natura sentimentale.

La rivisitazione della vetta della classifica, la serie rilevante di successi via via inanellati nell’ultimo periodo (ottobre 19/oggi 20); finalmente, la recuperata armonia fra l’azionista ed i responsabili dell’area tecnica, erano tutti elementi positivi, che sono stati tempestivamente colti dal popolo milanista; e per questo, la tifoseria era lì a testimoniarlo, ideando e poi partecipando ad un corteo: che sarebbe stato piacevole comunque, ma che, in epoca di Covid-19, è risultato quasi stupefacente. Così come appariva, avvolto in una coreografia felliniana. In penombra piena, tra fiaba, illusione, speranza del tifoso e momento attuale della squadra. La nostra gente, e non già sulla base di algoritmi dettati dalla statistica, alla vigilia del derby, aveva avvertito che il Milan avrebbe se non vinto, almeno giocato la partita con l’Inter, alla pari.

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Per effetto di una situazione che non aveva cagionato il caso, ma appropriate scelte dell’area tecnica, e che l’area tecnica a fatica era riuscita ad imporre alla proprietà. Innanzitutto il rinnovo di IBRA. La divinità. Che poi avrebbe premiato i dirigenti che in lui avevano riposto fiducia assoluta, giocando la stracittadina da marziano e che da marziano la avrebbe risolta. Senza nell’intanto dismettere la funzione del docente, cui compete il difficile compito di erudire i giovani allievi, non tanto sotto il profilo tecnico – ve ne sono diversi di iper dotati – quanto piuttosto nella emancipazione della loro psiche. Per far capire a tali potenziali campioni, che indossare la maglia rossonera significa vestire la maglia del calcio internazionale, seconda, allo stato, esclusivamente a quella del Real.

Milan, non solo Ibrahimovic: il derby è stata la vittoria del gruppo

Le variabili dettate dal caso, che pure hanno contribuito a suggellare il successo milanista, hanno fatto il resto. In questo senso potrebbero essere interpretate le occasioni non sfruttate da Lukaku nell’ultima mezz’ora del match, e l’occasione non ottimizzata da Hakimi ove il potrebbero è d’obbligo, perché a tante rivendicazioni (v. intervista di Conte a Sky nel post partita), devono essere opposte le conclusioni di Krunic (maldestra) e di Leao (sfortunata), che pure erano idonee a sacramentalizzare la vittoria milanista con il terzo goal. Proprio questa simmetria di vicendevoli ed antagoniste opportunità, importa una doverosa esaltazione del Milan: divenuto squadra e non più sommatoria di parametri zero, di giocatori in prestito e di player di media qualità, contrabbandati per talenti (Birsa, per fare un nome).

E che sia stata squadra è vero, limitandoci a considerare le prove siderali dei due di centrocampo (Bennancer ha contrastato fino a sopirlo, il falloso e focoso Barella, mentre ha seguitato ad impostare; Kessie ha annullato Vidal ed ha aiutato Romagnoli su Lukaku), di Calabria, che malgrado il deficit strutturale fisico, ha blindato Perisic, di Kjaer che ha troneggiato al centro della difesa; di Leao, che ha dimostrato quale sia il proprio bagaglio atletico e tecnico (rimane da verificare la caratura di pensiero), di Saelemaekers che ha raccordato la tela: ovvero i reparti. Nemmeno fosse un Evani di sacchiana memoria.

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Salvo aggiungere che la squadra si è poi trasformata in iper–squadra, grazie ad Ibra: che si è concesso, scivolando in un tardo pomeriggio di metà ottobre, dalle stelle, sul mondo terreno: località San Siro. Guidando la truppa rossonera. Tutti i giocatori appena menzionati, insieme anche a Tonali, entrato per pochi minuti, ma di per sé sufficienti per ribadirne le qualità, hanno supplito agli altri. Meno pronti. Chi per essere rientrato da un lungo stop (Romagnoli), chi per essere imbattuto in una serata no (Theo), chi per non essere da Milan (Krunic e Castillejo).

In buona sostanza, l’essere stata squadra in campo, l’essere ormai squadra anche fuori dal campo, fotografa l’attuale momento del Milan e sostanzia la premessa, per facilitare una più ampia e più marcata oscillazione del pendolo: che come vuole il titolo della rubrica, ormai da mesi, ha iniziato a muovere. Traendo spunto da questo quadro di assieme, per sviluppare una analisi completa, non possono essere però tralasciate tre riflessioni di chiusura.

Zlatan Ibrahimovic (Milan)
Zlatan Ibrahimovic (Milan) @Image Sport

La prima. Anche se la squadra non si dovesse confermare a livelli da leader, rimane in ogni caso da apprezzare una risultanza. La (tardiva) esistenza di un progetto. Mancato per troppi anni, in contemporanea o in parallelo con la eruzione del Vesuvio, che metaforicamente parlando, ha avuto il gravissimo demerito di cancellare per anni “l’area settentrionale della costiera amalfitana” (id est: la gloriosa epopea berlusconiana, tracciata nella sua risalente era augustea).

La Seconda. L’enigma dell’allenatore. A questo proposito si avverte la necessità di spiegarsi meglio. Pioli non è un ragazzo. E’ un allenatore maturo, che nell’espletamento di alcuni precedenti incarichi ha anche dimostrato capacità. Fermo però rimanendo che, sebbene non più giovanissimo, non ha vinto nulla. Quasi fosse un altro allenatore inadeguato, che avrebbe pertanto trovato posto sull’affollato treno sul quale, di recente, hanno viaggiato diversi allenatori del Milan, ancora in divenire. Né per superare le perplessità, ora enunciate, valga scomodare la comparazione di Pioli con Sacchi: anch’egli, quando ingaggiato da Berlusca, anonimo. La comparazione è sbagliata, non foss’altro perché, sebbene sconosciuto, nel momento in cui venne investito del ruolo, Sacchi era giovane.

Stefano Pioli, allenatore del Milan @imagephotoagency
Stefano Pioli, allenatore del Milan @imagephotoagency

Milan, Stefano Pioli: professionista dentro e fuori dal campo

Le perplessità in trattazione, a ben vedere, sono magnificate da chi pur in difetto di prova contraria, riconduce l’exploit di Pioli alla presenza in squadra e nell’ambiente Milan della divinità IBRA. Ciononostante e quindi, al di là del dubbioso e insinuante prologo, vi è da attestarsi su elementi obiettivi; e conseguentemente non si può non riconoscere come Pioli: abbia gestito in modo brillante l’ultimo periodo della passata stagione, lavorando con professionalità indubitabile, al di sopra delle voci (convergenti e martellanti) che lo davano per già sostituito; sia stato capace di creare un clima di aggregazione all’interno del gruppo, virtù di pochi e non sempre propria dei mister che la critica accredita per più bravi; si sia posto in condizione di dialogare e di non subire Ibra: la divinità; abbia inanellato una serie enorme di risultati positivi: che si commentano da soli.

E poco importa se con i portoghesi del RioAve, incontrovertibilmente modesti, Pioli abbia sbagliato molto. A prescindere delle assenze. Inserendo il baby Maldini in una antiestetica posizione da prima punta che non gli appartiene. Ad ogni modo, cabala più successi, allo stato, sono dalla parte di Pioli. E per mutuare un insegnamento di Tosatti, rispetto al dato statistico, anche nel calcio, non esiste obiezione tecnica che regga. Perché alla fine Pioli, vuoi come vuoi, ha centrato pure l’obbiettivo della qualificazione in Europa League.

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Giusto, insomma, oggi, encomiarlo. Da verificare quel che farà nel proseguo della annata; quale sarà l’utilizzazione di Tonali (il capolavoro della campagna acquisti, concluso da Maldini); quale la capacità di cambiare modulo e di leggere le partite. Sicchè, in conclusione, da tifoso, non può che essergli augurata la disapplicazione della regola di esperienza, in forza della quale il talento si esprime, generalmente, senza attendere troppi anni. Regola che non dovrebbe valere per lui. La terza. Dietro la più condivisibile conferma di Maldini, con la derivata imposizione della continuità nella conduzione del club, pare che arieggino due realtà, da valutare in stretta connessione. L’una: la figura di Arnault. Vera garanzia di stabilità del club.

Zvonimir Boban, ex calciatore e dirigente del Milan
Zvonimir Boban, ex calciatore ed ex dirigente del Milan

L’altra: lo stadio, che, poi, per la stampa prevalente, significa sicuro la entrata di Arnault nel cosmo milanista; e, che, comunque, implica patrimonializzazione del club, asset che potrebbe invogliare anche investitori diversi dal magnate del lusso. Aspetto (questo dello stadio) inspiegabilmente trascurato dalla reggenza berlusconiana. Il desiderio di chiusura per il Milanista doc, è che con Arnault e con lo stadio, o con altro investitore, rientri in scena pure Boban. L’uomo che forse più di ogni altro, ha brigato con fermezza e dignità, per riattivare la ritmica del pendolo, ancora blanda. Ma ben visibile. Ritmica che lascia intravedere spiragli di rinascita del caro vecchio Diavolo.

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