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Lorenzo Insigne, attaccante e capitano del Napoli @imagephotoagency

Napoli, da Ancelotti a Gattuso: cronache di una squadra autolesionista

Le quattro giornate di Napoli passano alla storia come episodio di insurrezione popolare contro i militari nazifasciti, che permise alla città di liberarsi dall’oppressione nemica prima dell’arrivo degli Alleati. Una delle insurrezioni più gloriose della città di Napoli. L’ammutinamento dei giocatori dopo Napoli-Salisburgo ha certamente dato l’impressione di volersi erigere a insurrezione gloriosa, proprio come quella del 1943 tuttavia il colpo sembra essere esploso in canna. Quale fosse l’intento degli ammutinati ancora oggi non è chiaro: volevano andare contro la società? Esigevano un cambio in panchina? Hanno alzato la voce per richiedere il modulo di gioco a loro funzionale? Eppure, l’unica conseguenza è stata la disfatta più totale.

Un fallimento su tutti i fronti, dalle multe ai giocatori all’esonero di Ancelotti. Volevano l’insurrezione delle quattro giornate e si sono beccati la disfatta di Caporetto.
Il cambio in panchina ha portato Gennaro Gattuso alle pendici del Vesuvio, che probabilmente ha sussultato vedendolo arrivare, così grintoso e avvelenato. Volevano liberarsi dei militari e – forse con amara ironia – De Laurentiis ha portato loro un condottiero, un leader carismatico, un soldato. Tuttavia, gli ammutinati sembrano gradire il loro nuovo allenatore, lo ammirano e lo seguono; lui dà loro il 4-3-3 loro rispondono con le prestazioni. I risultati non arrivano però, non subito quantomeno. Ma tra alti e bassi, il Napoli si piazza settimo e vince la Coppa Italia, che mancava dal 2014.


Napoli, Gattuso non basta: serve un cambio di mentalità

Il mercato estivo è ardito, le prime partite del campionato dicono che il Napoli è di nuovo lì, in alto, a smentire chi già lo vedeva perso, e l’apice viene raggiunto al San Paolo contro l’Atalanta: un 4-1 sinuoso che forse sta stretto alla squadra di Gattuso, che si è mossa in totale armonia e con lucidità, disegnando calcio e forse ai più nostalgici sembra di rivivere le emozioni che provavano guardando il Napoli di Sarri.
Poi la discesa verso Inferi: sconfitta con l’AZ in Europa League dopo una prestazione irritante, le vittorie faticate con Benevento e Real Sociedad, la sconfitta in campionato con il Sassuolo. Il Napoli delude, non convince, dà quasi fastidio a chi lo guarda.

Gattuso si mette sempre in prima linea e si addossa tutte le colpe, ma la colpa non può essere sempre solo sua: “Ci sono cose che non mi piacciono, ci può stare di prendere un gol, ma gli atteggiamenti non mi piacciono e mi rimangono dentro, mi fanno stare male. […] A noi manca lo step della mentalità, di mettersi a disposizione e aiutarsi”. Il Napoli non lotta e annoia, è mediocre e dozzinale. Alla fine gli ammutinati hanno vinto, non dopo quattro giornate ma dopo un anno: chi è rimasto non ha più nulla da dare, basti vedere Mertens camminare in campo – non sarà di certo un gol a far dimenticare le prestazioni inconcludenti delle ultime giornate –, gli errori banali di Koulibaly e Fabiàn Ruiz che lasciano non pochi dubbi sulle loro capacità, i terzini superficiali e spesso inesistenti.

Era stata promessa una rivoluzione, dopo l’esonero di Ancelotti, una rivoluzione contro gli insorti di Novembre e invece non sembrerebbe essere cambiato granchè rispetto alle ultime stagioni. Questo è ciò che succede quando si ascoltano i desideri della piazza – troppo legata sentimentalmente alle personalità dei calciatori – e non si fa pugno duro. Nessuno si salva da solo scrive Alessandro D’Avenia e il Napoli va salvato, proprio da se stesso.

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