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NBA, il ritiro di Michael Jordan: la fine di un’era

Il 13 gennaio 1999 Michael Jordan annunciava il proprio ritiro dal basket dopo il sesto titolo vinto con i Chicago Bulls

Michael Jordan
Michael Jordan

Il 13 gennaio 1999 non fu un giorno come tanti per la NBA e per il basket mondiale. La stagione regolare, che di solito inizia nel mese di ottobre, non aveva ancora preso il via a causa del lockout. I giocatori avevano protestato contro la lega per questioni salariali generando lo “sciopero” più lungo nella storia del basket a stelle e strisce: dal 1° luglio 1998 al 20 gennaio 1999.  Una settimana prima della ripresa delle trattative, però, che porteranno poi ad un inizio di stagione spostato al 5 febbraio, e ad una regular season di sole 50 partite, il mondo è sconvolto da una notizia che era, sì, nell’aria da tempo, ma della quale, fino all’ufficialità, si sperava arrivasse la smentita. Michael Jordan, il più grande giocatore di tutti i tempi, decide di ritirarsi, per la seconda volta.

Michael Jordan
Michael Jordan

La fine di un’era

“Lo stiamo rifacendo ancora, per la seconda volta”. Furono queste le parole con le quali il numero 23 aprì la conferenza stampa nella quale stava per annunciare il suo secondo addio ai Chicago Bulls. La prima volta, nel 1993, dopo il primo three-peat, MJ si era ritirato a causa dell’assassinio di suo padre, morto a causa di un tentativo di rapina ai suoi danni finito in tragedia mentre si trovava ancora a Wilminton, North Carolina, la città dove la famiglia aveva vissuto per tanti anni. Stavolta, “fortunatamente”, le motivazioni sono soltanto di carattere sportivo. Il general manager Jerry Krause, infatti, ha deciso di rifondare completamente la squadra, scambiando o lasciando andare alcuni dei veterani, tra i quali Scottie Pippen e Dennis Rodman, ed esonerando Phil Jackson, l’allenatore che con la sua interpretazione del sideline triangle, o triple-post-offense, ha portato i Bulls alle grandi vittorie degli anni ’90. Tra i due il rapporto non è mai stato idilliaco, e Krause, ancora prima dell’inizio della stagione 1997-98, aveva deciso che quello sarebbe stato l’ultimo anno di Coach Zen.

Michael Jordan
Michael Jordan

The Last Dance

Il titolo della famosa docu-serie vista su Netflix è anche quello che Phil Jackson, che dava una sorta di titolo, di frase-simbolo ad ogni campionato che stava per iniziare, comunica ai giocatori nello spogliatoio, nella prima riunione della stagione. I Chicago Bulls vengono da cinque titoli in sette anni: dopo il primo three-peat (1990-91, 1991-92 e 1992-93), l’addio di Jordan aveva messo in crisi la squadra, che aveva mancato l’appuntamento con l’anello nelle due stagioni successive. Il ritorno del loro leader, a metà stagione 1994-95, dà nuova carica alla squadra, e i Bulls tornano a vincere. La stagione 1995-96 è quella del clamoroso record di 72 vittorie e 10 sconfitte, che reggerà fino al 2015-16, quando saranno i Golden State Warriors allenati, ironia della sorte, da Steve Kerr, giocatore proprio di quei Bulls, a riscrivere la storia chiudendo la stagione a 73-9. Quell’anno arrivò il quarto titolo, bissato anche l’anno successivo in una memorabile serie contro gli Utah Jazz, nella quale si colloca l’ormai leggendario Nausea Game del numero 23. La stagione 1997-98, però, non si apre con i migliori auspici. Scottie Pippen, che negli ultimi mesi ha avuto qualche acciacco di troppo, rifiuta di operarsi in estate, preferendo farlo durante la stagione e lasciando i suoi compagni senza il loro secondo violino. Al suo ritorno è Dennis Rodman, che aveva particolarmente apprezzato la sua “promozione” a braccio destro di Jordan in assenza di Da Pip, a dare problemi, con il famoso permesso di 48 ore diventato una vera e propria fuga a Las Vegas durata quasi il doppio.

Chicago Bulls 1997-98
Dennis Rodman, Scottie Pippen, Michael Jordan, Ron Harper e Toni Kukoč, giocatori dei Chicago Bulls della stagione 1997-98

Il percorso verso il sesto titolo

Con un record di 62 vittorie e 20 sconfitte, i Chicago Bulls si qualificano ai playoff come primi nella Eastern Conference. Dopo aver liquidato con un comodo 3-0 i New Jersey Nets al primo turno e con un 4-1 senza patemi gli Charlotte Hornets nelle semifinali, la sfida delle Finali di Conference contro gli Indiana Pacers di Reggie Miller è la più difficile. Per la seconda volta nei sei anni di dominio dei Bulls, una serie di playoff finisce a Gara-7, con la vittoria della squadra in red-and-black per 4-3. Si va alle NBA Finals e, come lo scorso anno, sono gli Utah Jazz di John Stockton, Karl Malone, Jeff Hornacek e coach Jerry Sloan. Questa volta i mormoni hanno lo stesso record degli avversari e, grazie alle vittorie ottenute contro i Bulls in stagione, hanno dalla loro il fattore-campo. Gara-1 va a Utah, per 88-85 dopo un overtime. In Gara-2 la squadra della Windy City pareggia, 88-93, e riporta la serie allo United Center. Gara-4 è una Caporetto per Stockton e compagni: i Bulls dominano e lasciano gli avversari a soli 54 punti, chiudendo 96-54 e passando in vantaggio. Gara-4 è ancora vinta dai Bulls: 86-82. Nessuna squadra prima di allora aveva mai ribaltato una serie di Finals dopo essere stata sotto 3-1. In Gara-5 la reazione d’orgoglio dei Jazz riporta la serie, per le ultime, decisive partite, al Delta Center, con un 81-83 che dà ancora speranza.

L’ultima partita

Gara-6 è decisiva: i Bulls sono in disfacimento totale, Jordan continua a dire che non ha intenzione di giocare per nessun altro allenatore che non sia Phil Jackson, Pippen è tormentato da problemi alla schiena che gli impediscono di giocare e Rodman, tra un allenamento saltato e un’apparizione in WCW con Hulk Hogan (lotterà anche in un match, a Bash at the Beach nel luglio 1998, nel main event insieme allo stesso Hogan, vincendo contro Karl Malone e il tre volte campione WCW Diamond Dallas Page), vuole trovare una via d’uscita, un modo per non risentire della distruzione di una squadra come era già avvenuto ai suoi “Bad Boys”, i Detroit Pistons dei due titoli del 1988-89 e del 1989-90. La partita è in bilico fino agli ultimi 40 secondi. Da quel momento in poi, Michael Jordan è l’unico per i Bulls a toccare il pallone. Con i Tori sotto per 86-83, il numero 23 riceve palla da una rimessa, entra in area ed appoggia al tabellone, portando la sua squadra a -1. Sull’azione successiva, con Karl Malone marcato da Rodman, MJ finge di seguire il taglio di Hornacek, per poi tornare indietro e rubare palla a The Mailman. Preso il pallone, Jordan si invola verso l’area avversaria e si trova davanti Bryon Russell. Nei 18 mesi durante i quali MJ era ritirato e si era dedicato al baseball aveva incontrato proprio il numero 3 dei Jazz, allora solo un rookie, che lo aveva preso in giro chiedendogli perché si fosse ritirato, e dicendogli che avrebbe potuto facilmente marcarlo. Jordan, non esattamente una persona che si lascia scivolare addosso le provocazioni, lo aveva puntato fin da allora. In quella serie, Russell è stato il difensore contro il quale era andato più volte in uno contro uno e contro il quale aveva segnato più punti. Ma questo non conta, adesso. Mancano cinque secondi alla fine della partita, è il momento della leggenda. Michael Jordan entra in area, con Russell incollato addosso. Con una finta e un cambio di direzione lo fa scivolare a terra, per poi lasciar andare il tiro: 86-87. I Chicago Bulls vincono il loro sesto titolo, completando il secondo three-peat. Michael Jordan è, per la sesta volta, l’MVP delle Finals, e Phil Jackson entra in campo urlando “That was brilliant! That was brilliant!”

Michael Jordan-The Last Shot
Michael Jordan-The Last Shot

La fine

Dopo la celebrazione della vittoria al Grant Park di Chicago, comincia l’opera di Krause: rifondazione totale. Il presidente dei Bulls Jerry Reinsdorf chiama Jordan chiedendogli di tornare, ma con una squadra totalmente nuova e MJ, fedele a quanto detto mesi prima, rifiuta. Il lockout e la protesta dei giocatori ritarda qualsiasi decisione, ma la squadra è smantellata: Scottie Pippen si accasa ai Portland Trail Blazers, Dennis Rodman vivrà una stagione non esaltante ai Los Angeles Lakers. Phil Jackson viene rilasciato e sostituito da Tim Floyd. Quando è ormai chiaro che lo sciopero sta per finire, Jordan convoca una conferenza stampa per annunciare ufficialmente la propria decisione: “Non credo di sentire più dentro di me lo stesso desiderio di sfida, la stessa voglia di competizione: so che dal punto di vista individuale, per quello che riguarda la mia carriera, ho raggiunto ogni obiettivo che volevo raggiungere”. Alla domanda su un possibile ripensamento, per tre anni Michael Jordan ha risposto con un secco “No”. “Al 99.9% sono molto sicuro della mia decisione”, dirà. Quello 0.1% si avvererà tre anni dopo quando, a 38 anni, Jordan deciderà di tornare per gli ultimi due anni con i Washington Wizards, dei quali era presidente. Sarà un ritorno sottotono, data l’età, le condizioni fisiche del numero 23 e il livello della squadra, in generale molto basso. Perciò, i tifosi considerano questo come il vero ritiro di Michael Jordan, il vero ultimo atto di quello che, da molti, è considerato il più grande giocatore di tutti i tempi.

Michael Jordan
Michael Jordan