16 Ottobre 2019 | 13:51
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Roma e Lazio, non solo derby: “Scusi, chi ha fatto palo?!”

Roma e Lazio, se fosse stato un incontro di boxe, probabilmente lo avrebbero vinto ai punti. Eppure, il paragone non regge: lì un montante ti stende, in certi casi, invece, ti tiene letteralmente “a galla”. C’è stato qualcuno che, addirittura, si è divertito a creare una sorta di “tiro al bersaglio”: la chiamano “Crossbar challenge” e consiste nel colpire più volte la traversa per portarsi a casa la posta in gioco. Peccato che i protagonisti di questo sport si dilettino a cimentarsi in certe sfide solo al di fuori dal campo. Lo facessero di proposito sul rettangolo verde, dovrebbero ben guardarsi dal rientrare negli spogliatoi, sperando di tornare a casa integri. Già, perché quando è il momento di fare sul serio, quando è il momento di giocare a calcio, e non ad una delle sue tante varianti ibride come il calcio-tennis, il pensiero non può andare altro che alla sfortuna e al sospetto che qualcuno al di sopra o vicino a noi, si stia divertendo alle nostre spalle.

Neanche un certo Diego Armando Maradona che, leggenda vuole, stanco di segnare, si mise a mirare ai piccioni, fu perdonata una “birboneria” simile: giocava nelle giovanili dell’Argentinos e la sua squadra vinceva con uno scarto abbastanza ampio (perdonerete se rimaniamo sul vago ma, si sa, ogni leggenda si perde nella notte dei tempi). L’Argentinos stava stravincendo, dicevamo, quando l’allenatore, un certo Francisco Cornejo, accortosi che il fenomeno stava facendo di testa sua, lo richiamò in panchina. Perchè? Nonostante si dica che chi gioca a calcio deve innanzitutto divertirsi, chi indossa gli scarpini è chiamato ad uno e un solo compito: segnare, far tripudiare le folle. Appunto, tripudiare, non imprecare. Ora, se ti chiami Maradona, hai 10 anni, e una sorta di “radiocomando” installato sui piedi, per farti tornare sulla “retta via” basta chiederti di smetterla, ma se ad accanirsi sul povero tifoso è un’entità astratta e maligna, questi è del tutto legittimato a riformare il calendario e, magari, a santificare chi lavora, di solito, la domenica, ma di certo non fa il prete.

Maradona
Diego Armando Maradona ai tempi del Napoli

Ai bambini, si sa, può anche essere perdonato tutto, immaginatevi in uno stadio stracolmo di gente che, dopo aver pagato il biglietto, e atteso quel derby, LazioRoma, per chissà quanto tempo, si trova a dover fare i conti con ben 6 pali colpiti in una sola partita. Quel suono così “secco”, quel nome così allusivo, che assomiglia tanto alla “pillola indorata” dell’ “E, però, almeno ci siamo andati vicino” oppure del “Dai, ma abbiamo giocato meglio noi”. Una magra consolazione, se poi, sul successivo rimbalzo, la squadra avversaria riparte e ti punisce in contropiede. Per fortuna, la storia non ci ha consegnato un compito tanto improbo, perché, nelle partite che vi andremo a raccontare, gol su capovolgimenti di fronte non sembrano essercene stati. E’ comunque significativo che una partita come il derby della Capitale, che di solito fa già “storia a sè”, sia entrata negli annali come la gara in cui sono stati colpiti il maggior numero di pali e traverse.

Una partita “leggendaria”: “Chi ha fatto palo?”

Si suol dire che, spesso, il risultato non rispecchia quanto visto in campo: bene, il derby tra Lazio e Roma dello scorso 1 settembre non ha di certo fatto eccezione. L’1-1 segnato sul tabellino è un risultato a dir poco bugiardo. Chi è stato allo stadio avrà di certo rischiato le coronarie, oltre a una scomunica perpetua. Due squadre con la voglia estrema di vincere, ma costrette a “fermarsi al palo” avendone colti ben 6 nell’arco di una sola partita. Come ogni eccezione che infrange le regole, magari anche i protagonisti del Derby avrebbero desiderato, quel giorno, che le regole stesse venissero riscritte. Magari che venisse rivista, per l’occasione, la larghezza della porta che, loro malgrado, ha costretto, prima Lucas Leiva, poi Immobile, Correa e Parolo, infine, per ben due volte, Zaniolo, a vedersi negare la gioia del gol.

Una situazione grottesca che richiama, alla memoria dei più goliardici, la voce del compianto Nando Martellini annunciare il “palo!” colpito dall’Italia, nell’indimenticabile match di Wembley contro l’Inghilterra, reso immortale dalla genialità di Luciano Salce e Paolo Villaggio nel “Secondo tragico Fantozzi”. Anche su quella gara sarebbero circolate voci leggendarie di un’Italia capace di vincere per 20-0 e di mandare Zoff in goal da calcio d’angolo. Impossibile non saziare la propria curiosità, a costo di prendersi un dritto in pieno volto, bisognava saperlo: “Chi ha fatto palo?”. Roba da film, verrebbe da pensare. E invece, per i fortunati, o sfortunati, a seconda dei punti di vista, spettatori della stracittadina di domenica scorsa, non c’è stata “Corazzata Potemkin” a tenere banco: chi era allo stadio, le emozioni della gara le ha potute assaporare dal vivo e, magari, sente ancora forte l’eco della disperazione accompagnata da quel suono violento, come una sentenza.

Fantozzi
Paolo Villaggio in Il secondo tragico Fantozzi

Per restare in tema di filmografia e di derby, un’altra palla all’incrocio (dei pali, ovviamente) sarebbe potuta costare al grande Angelo Bernabucci un soffocamento “causa supplì”: la pellicola, neanche a farlo apposta, si intitolava “Tifosi” e l’attore rivestiva i panni del supporter romanista “freddato” dal tiro di “Quer zozzo der cileno”, Marcelo Salas. Stavolta, a rimanere “soffocati” sono stati i laziali, costretti a ricacciare in gola la gioia del gol, a causa di un errore sottoporta da parte di “bomber” Ciro Immobile. Quando il pallone non vuole saperne di entrare….

“Clamoroso all’Olimpico”, è traversa! Anzi, no…..

Ma come ogni sortilegio che si rispetti, per infrangerlo, occorre ricorrere a una contro-maledizione. Chiedetelo a Domenico Berardi che, proprio con una maledetta“, ha spezzato una maledizione che, la Roma, sembrava essersi portata dietro anche ieri, nel match contro il Sassuolo: anche stavolta 4 legni, con la Roma che ha colpito 2 pali e una traversa e il Sassuolo che ha partecipato alle danze “grazie” a Defrel. Sul risultato di 4-0, è stato, dunque, Berardi a spezzare la “maledizione”: la palla calciata dai 25 metri ha prima “baciato” la traversa per poi insaccarsi alle spalle di Pau Lopez. Un gol inutile ai fini del risultato ma che, a nostro avviso dimostra almeno una cosa: “Anche i pali hanno un’anima. Dopo essere stata martoriata più volte dalle bordate dei tanti giocatori andati al tiro, e aver comunque respinto le conclusioni in maniera stoica, anche la porta dell’ “Olimpico” si è dovuta inchinare a un grande gesto tecnico. Una conclusione che sarebbe stato davvero un peccato non poter annoverare tra le marcature di questo torneo. “Che diamine, Berardi: la spinghi dentro, almeno lei….”.

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