15 Ottobre 2019 | 03:17
  • Roma

Abel Balbo in ESCLUSIVA: “Totti? Vi dico che…” AUDIO

Devi avere cinque qualità per essere un campione: testa, cuore, coraggio, talento e fortuna: se le hai arrivi. Abel Balbo

Nato per giocare a calcio. Abel Balbo, classe 1966, dall’Argentina all’Italia, il percorso inverso di Daniele De Rossi. La sua carriera da professionista inizia in Argentina ma prosegue in Italia dove rimane (scudettato) fino al 2002. Newell’s Old Boys (1987) e River Plate (1988). Poi Udinese (1989-1993), Roma (1993-1998), Parma (1998) e Fiorentina (1999). Chiude come detto in bellezza ancora alla Roma (2000-2002) con il mitico scudetto del milione di tifosi al Circo Massimo. Tornerà in Argentina, al Boca Junior, per chiudere definitivamente la carriera nel 2003.

Anche con la nazionale argentina la sua carriera è sfolgorante: ha giocato tre mondiali (1990, 1994, 1998) convocato da tre diversi C.T. (Bilardo, Basile, Passarella) e due Coppa America (1989, 1995). In entrambe le competizioni è stato protagonista di momenti esaltanti per la sua nazione.

All’inizio del 2009 Balbo diventa l’allenatore del Treviso ma dopo 4 partite si dimette. La ragione è la disorganizzazione del club. Nel 2010 diventa invece responsabile dell’area tecnica dell’Arezzo. Da ultima in classifica, e probabile retrocessione, l’Arezzo sale al sesto posto in meno di tre mesi. E sempre con l’Arezzo, dopo un brevissimo prologo nel 2011, Balbo torna ad allenare.

Abel, sei stato dirigente sportivo, allenatore e calciatore: quale il ruolo più bello e quale quello più difficile? “Il ruolo più bello è stato quello di calciatore, senz’altro. Il più difficile quello da allenatore: lì devi gestire molte altre cose”.

Abel, puoi dirci quali sono secondo te le differenze principali tra il calcio italiano e quello argentino?Il calcio argentino si basa soprattutto sulla tecnica, sulla fantasia e sull’individualità del giocatore. Il calcio italiano è molto tecnico, si cura più la parte fisica e tattica. Dunque, se levo la fantasia al giocatore, cambia il nesso. In Argentina il giocatore ha molta più libertà di esprimersi”.

Cosa pensi dell’arrivo di De Rossi al Boca? E come mai, secondo te, nella storia del calcio argentino solo tre calciatori italiani sono arrivati nel massimo campionato dell’Argentina? “Penso che l’arrivo di Daniele al Boca sia una cosa molta importante per il Boca, per l’Argentina, per il calcio argentino. E anche per Daniele stesso. È un’esperienza unica, un’esperienza in un Club come pochi al mondo dove c’è un tifo molto particolare. Vivrà emozioni che non dimenticherà mai e conoscerà un altro paese. Penso che per lui sarà molto bello. Sono arrivati pochi giocatori italiani in Argentina penso soprattutto per una questione economica. Dal sudamerica i giocatori vanno in Europa dove il potere economico è più grande e possono guadagnare di più e avere una carriera diversa. In Europa si giocano competizioni come la Champions League: in Argentina non potrebbero giocarla”.

Quali sono al momento i tuoi rapporti con gli ex compagni di squadra a cominciare da Maradona e Totti? “Ho avuto una carriera in cui non ho mai litigato con nessuno, e i rapporti con i miei ex compagni di squadra sono fantastici, compresi Maradona e Francesco. Li ricordo con affetto e quando ci incontriamo ci salutiamo con calore. Logicamente non ci frequentiamo perché abbiamo vite diverse e soprattutto abitiamo in posti diversi”.

Qual è l’emozione calcistica più forte che ricordi di avere avuto in Italia? “L’emozione più forte che ho vissuto è stata vincere lo scudetto con la Roma e vincere lo scudetto in Italia con una squadra come la Roma è stata un’emozione unica. Devi essere anche fortunato e capitare al posto giusto al momento giusto perché vincere così pochi scudetti in tanti anni vuol dire che devi essere una persona fortunata”.

Tutti i tifosi della Roma ti chiederebbero cosa ne pensi dell’addio di Francesco Totti? “Penso, come tutti i tifosi, ad una grande tristezza perché è andato via un grandissimo campione, un grandissimo giocatore una grande persona. Però l’età arriva per tutti e forse il momento era quello giusto, lascia il calcio da grandissimo, senza continuare a giocare in una condizione in cui solo fisicamente – e non tecnicamente e mentalmente – non sarebbe più in grado di competere con i ragazzi più giovani”.

Abel sei stato un giocatore di assoluta importanza sia in Serie A che in nazionale. In molti si chiedono come mai nella tua esperienza di allenatore e di dirigente non sei riuscito ad incidere come ci si sarebbe aspettato da un fuoriclasse come tu sei. “Non sono riuscito ad incidere soprattutto perché non è stata la mia prima scelta. La mia prima scelta è stata la famiglia, a cui ho sempre dato la priorità. Sia l’allenatore che da dirigente l’ho fatto così, senza grandi pretese e ambizioni. E poi per arrivare ad avere successo in quei campi devi avere la struttura, società i giocatori e anche fortuna. Non dipende solo dalla bravura dell’allenatore o del dirigente”.

Come nasce il professionista Balbo? Raccontaci brevissimamente i tuoi anni al Newell’s Old Boys prima e al River Plate poi. “Il professionista nasce da piccolo, da quando avevo 6 anni. Avevo già in mente che volevo giocare in serie A e da allora ho lavorato per questo fino all’esordio. Ho dedicato la mia vita esclusivamente al calcio, lasciando da parte tutto. Volevo solo giocare al calcio. È stata facile anche perché poi ho avuto il talento che mi ha aiutato. A tutti i ragazzi che iniziano dico sempre che devono possedere cinque qualità per essere un calciatore di successo: testa, cuore, coraggio, talento e fortuna: se hai queste qualità arrivi. Prima se te ne mancava una forse arrivavi, oggi è tutto così competitivo che non può mancare nulla, devi possederle tutte per essere un giocatore di Serie A di alto livello”.

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