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Prima la Juve e la Lazio, poi Inter, Atalanta, Roma e Milan: l’Italia guarda all’Europa… con la mascherina

Prima la Juve e la Lazio, poi Inter, Atalanta, Roma e Milan: l'Italia guarda all'Europa... con la mascherina
Prima la Juve e la Lazio, poi Inter, Atalanta, Roma e Milan: l'Italia guarda all'Europa... con la mascherina

E’ un’Europa diversa, afflitta dal male che ha condizionato l’ultimo anno, che ha minato un’economia già in difetto, che ha condizionato la vita dell’umanità; da piccoli, quando tutto era da comprendere, si raccontavano le vicende amorose di Renzo e Lucia, quando il Manzoni di turno provava a romanzare le avventure del cuore, turbate da una realtà surreale e che, nonostante una più lontana pandemia, vinceva questioni di fatto, di sopravvivenza.

E la peste non era certo questo Coronavirus di rassegnazione, di emarginazione. Viviamo, noi italiani, in un pianeta di risorgimento, quando la rivoluzione appare come la perla nera sprofondata nell’oceano più alto; quando, ad onor di popolo, le passioni non possono che prendere valore secondario. Eppure quel calcio bellissimo, anche senza cori e tifosi (almeno in Italia), riesce ad esaltare i più scettici e a portare un tricolore anche in un paese che di internazionale, adesso, a fin troppo poco.

Un’Italia europea che parla con il pallone tra i piedi e lo fa con i protagonisti di acclamazioni ed entusiasmo, sui social naturalmente (lasciateci almeno questo), quei tifosi che non perdono tempo tra sfottò e pronostici irrealizzabili. L’Europa in Italia, quella del pallone, l’unica ad essere vera e assoluta in una dimensione di non proficua rassegnazione.

Alvaro Morata, attaccante della Juventus @imagephotoagency
Alvaro Morata, attaccante della Juventus @imagephotoagency

E allora, si valorizzano le imprese bianconere, quando i gol di Morata esplodono in uno stadio più moderno, rispetto a quanto visto sin qui in questa ridicola paura tricolore, fatto di persone e canti, fatto di cuori e vita; e si gode ancor di più quando Immobile paralizza la Germania ( quella priva di alcuna paura, anche se con la mascherina), regalando a quel briciolo di nazionalismo che ci resta la gioia di una superiorità di campo, manco poco.

Le italiane procedono per passo leggero; chi in casa non può godere di calore, chi all’estero può affrontare il cuore di altri; eppure l’Italia resta viva, contro tutti, nonostante tutto. Il calcio in Italia vince anche contro chi, dice oggi, “Non ne capisco niente” e poi chiede piani di risoluzione (il nome non lo facciamo, per stima a chi ha ascoltato); quelli che non possono certo essere affrontati da chi non può capire l’amore del popolo, già tumefatto da questioni economiche di vita.

Un governo costretto a vedere, a guardare, l’esaltazione d’Italia coinvolta nell’industria più proficua del paese; quell’Italia pronta a chiudere tutto nonostante primati e obiettivi da raggiungere; oggi, più che mai, l’Italia dei poveri vince sull’Europa. Domani e dopodomani sarà altra battaglia, con l’entusiasmo di un popolo pronto a fare di tutto pur di distrarre l’attenzione da una pandemia che restituisce (da oltre 8 mesi) rassegnazione, delusione e stupore.

Alejandro Gomez, attaccante dell'Atalanta @imagephotoagency
Alejandro Gomez, attaccante dell’Atalanta @imagephotoagency

Tocca all’Atalanta difendere il colore, rimaneggiando quel pensiero che porta a Parigi; toccherà all’Inter dell’esperienza di Antonio Conte, dimenticare l’Europa persa per un soffio per ripartire da quella dei più grandi. E sarà la volta del Milan, con quell’Ibrahimovic che ancora fa gola ai tanti; e a quella Roma di rivoluzione che, di pochi esemplari, proverà a far della Capitale il regno d’Europa ( e non ci sono dubbi). Un’Italia dal sapore di un nazionalismo dimenticato, chiuso nelle case, senza aria, senza meta, senza poi; un’Italia che dalle passioni può rilanciare il valore – vitale – di esaltazione, quel mero diagramma che per i popoli del nuovo millennio significa vittoria. Perché a conti fatti, nel Mondo, la battaglia più grande si sta perdendo e, attenzione, non è certo colpa di una banale influenza…ai posteri l’ardua sentenza.

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