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Roma e “Il silenzio dei colpevoli”: Friedkin e Mourinho, gli agnelli continuano a gridare

Poco o nulla sembra essere cambiato a Roma dall’avvento dei Friedkin e dall’approdo in giallorosso di Mourinho: dalla sconfitta nel derby alla disfatta contro il Bodo Glimt, gli agnelli continuano a gridare dalle parti della Città Eterna

Mourinho versione Hannibal Lecter
Mourinho versione Hannibal Lecter

Il silenzio dei colpevoli. Tranquilli, non si tratta di una maldestra rivisitazione dell’inarrivabile capolavoro cinematografico interpretato magistralmente da Anthony Hopkins, nei panni di un geniale cannibale con la passione per il fegato umano accompagnato, perché no, da un piatto di fave e da un buon Chianti d’annata. Eppure, qualche attinenza con la nostra storia è possibile coglierla e non perché la stagione della Roma sia equiparabile ad un film horror né tantomeno perché, dalle parti della Capitale, il culto dell’abbacchio venga preso decisamente sul serio. Le principali e più evidenti analogie sono rintracciabili, invece, in un interrogativo che, in prossimità dei titoli di coda, il Dottor Hannibal Lecter pone all’agente speciale dell’FBI Clarice Starling prima del suo consueto “spuntino” serale. Piatto del giorno? Il Dottor Chilton con contorno di patate al forno e verdure grigliate.

Gli agnelli hanno smesso di gridare?. Decisamente no, nonostante il cambio di rotta societario e tecnico partito con l’avvento dei Friedkin e di Mourinho ad elettrizzare e galvanizzare una piazza depressa e frustrata dalle precedenti gestioni e, ancor di più, da un’astinenza prolungata da trofei. Un entusiasmo innegabilmente giustificato: se hai intrapreso, tuo malgrado, un regime di dieta ferrea e davanti a te appare in lontananza un piatto di lasagne o una guantiera di cannoli (nel caso specifico i soldi dei Friedkin e il carisma di Mourinho), che tu sia credente o meno, non puoi non pensare ad un segno del destino o a una manifestazione mistica. Ma, mentre fantastichi su quel mix devastante di ricotta, cialda croccante, granella di pistacchi e canditi e su come sarebbe liberatorio e taumaturgico quel primo boccone, ecco che arrivano gli altri convitati, affamati quanto te ma molto meno esitanti. Così, senza nessun preavviso, addio cannoli.

Anthony Hopkins in Hannibal Lecter
Anthony Hopkins in Hannibal Lecter

La Roma, in egual misura, rischia ancora una volta di rimanere a bocca asciutta e di veder scivolare via un’altra stagione, che potrebbe anche aver raggiunto il suo picco più alto con quella preseason ricca di illusioni fragili e suadenti speranze. Nessuno, nemmeno i tifosi giallorossi con certificata capacità di intendere e di volere, ha mai chiesto allo Special One di far saltare il banco al primo giro o ai Friedkin di accaparrarsi in quattro e quattr’otto il rispetto e l’adorazione di una piazza che vive di furore e impetuosità come quella capitolina: ad essere invocata a gran voce è quantomeno una rivisitazione integrale del passato, della serie errare humanum est, perseverare autem diabolicum. E invece sempre la stessa solfa, perfettamente aderente alla definizione scolastica di consuetudine, ovvero “Ripetizione costante di un determinato comportamento da parte della generalità dei soggetti, accompagnato dalla convinzione della sua obbligatorietà giuridica”. Ma quanto è complicato estirpare una convinzione, quanto è faticoso disintossicarsi dall’assuefazione alla mediocrità degli ultimi anni, quanto è difficile rinnegare e mettere in discussione l’obbligatorietà di quel preciso comportamento. Una struttura rigida, uno schema di Propp al contrario: nelle fiabe l’equilibrio iniziale, dopo le peripezie affrontate dall’eroe, si ristabilisce nel finale; a Roma, sponda giallorossa, l’equilibrio è solito rompersi definitivamente al presentarsi delle prime difficoltà. Il prosciugarsi dell’entusiasmo dopo la sconfitta in occasione della sempre attesissima stracittadina come l’umiliazione tennistica subita ad opera di un Bodo Glimt qualunque, la scissione quasi irreversibile all’interno dello spogliatoio o l’ansia da prestazione che cresce proporzionalmente all’importanza di un match: tutte diapositive di una stagione che sembra appiattirsi sempre sugli stessi stereotipi.

Bodo Glimt-Roma 6-1
Bodo Glimt-Roma 6-1

Rischia di diventare uno stereotipo il silenzio assordante dei Friedkin, saliti in cattedra con il compito di far dimenticare una gestione, quella di Pallotta and friends, che aveva destato più di qualche perplessità sotto il profilo economico-finanziario, gestionale e, soprattutto, “sentimentale”. Quel sentimento che andrebbe alimentato come il fuoco con la legna e che, invece, si è affievolito inesorabilmente e fin troppo rapidamente a causa della lontananza prolungata dei proprietari a stelle e strisce dal cuore pulsante della Capitale. Una rivoluzione fin troppo silenziosa quella dei Friedkin che, in poco più di un anno di presidenza, si sono rivelati loquaci come un ninja addestrato pronto ad entrare in azione al chiaro di luna nel bel mezzo di una landa deserta. “Poche parole, soltanto fatti”, scelta saggia ma fin troppo rischiosa in una realtà plasmata e dominata da chi la voce la alza eccome senza preoccuparsi troppo di sovrastare i decibel dimessi dei competitors. E il gioco del silenzio diventa ancor più pericoloso, sfibrante e fragoroso quando la barca giallorossa stenta a stare a galla e i tifosi avrebbero bisogno di rassicurazioni rasserenanti ed energiche pacche sulla spalla. Della serie “Finché la barca va lasciala andare”, ma se non va prova a darle una spinta perlomeno (ci scuserà Orietta Berti per aver audacemente parafrasato).

Dan e Ryan Friedkin, nuovi proprietari della Roma @imagephotoagency
Dan e Ryan Friedkin, nuovi proprietari della Roma @imagephotoagency

Come lo Yin e lo Yang, la quiete dei Friedkin fa ancora più fracasso se accostata al turbinio di parole ed emozioni che contraddistingue da sempre José Mourinho, burrascoso e tarantolato in panchina e in conferenza come un leone in gabbia. Ma “in medio stat virtus” e, come il silenzio assoluto, anche l’eccessivo frastuono può destabilizzare. Come destabilizza, ad esempio, la stilettata velenosa inferta alle riserve in occasione della tragica spedizione norvegese contro il Bodo Glimt, arrivata troppo presto e, forse, dopo un’analisi fin troppo frettolosa. Turnover sì, ma ragionato: presentarsi al fischio d’inizio buttando nella mischia nove elementi su undici utilizzati con il contagocce nel corso del primo scorcio di stagione rappresenta quantomeno una bricconata nei confronti degli stessi e una scelta ardita lungo un percorso che ti deve condurre ancora all’equilibrio e alla compattezza caratterizzanti una squadra vera. Se poi aggiungiamo che la goleada (quella vera!) è arrivata proprio con l’ingresso in campo dei titolarissimi Cristante, Mkhitaryan, Pellegrini e Abraham capiamo ancor di più quanto sia severo additare tutte le responsabilità di una disfatta a suo modo storica a Villar, Borja Mayoral & co (peraltro tra i più positivi della scorsa stagione).

Frammenti di un’annata che sembra accartocciarsi sempre sui momenti decisivi, come quelli che Henri Cartier Bresson amava catturare attraverso la sua storia Leica. Ecco perché, se in questo momento fossimo davanti ad un piatto di fave a ad un buon Chianti d’annata, risponderemmo così ad Hannibal Lecter, compagno di abbuffate e piacevole interlocutore immaginario: “No, caro Hannibal. Gli agnelli continuano a gridare, a dimenarsi, ad agitarsi dalle parti della Città Eterna, forse perché consapevoli di essere destinati al macello.