Allarme Turchia: Demiral e Under soldati in campo?

I due calciatori turchi, tra i più promettenti della nostra Serie A, non hanno esitato a manifestare il proprio appoggio nei confronti del regime di Erdogan impegnato in una sanguinosa, nonchè pretestuosa, operazione militare in Siria

Turchia, Demiral e Under apertamente schierati al fianco di Erdogan

C’è chi le guerre è costretto a combatterle e chi si diverte a simularle. Permetteteci una premessa che funge un po’ da provocazione: che due ragazzi, di 19 e 22 anni, pretendano di avere una qualche rilevanza in tematiche che non gli competono ci sembra quantomeno insolito. Cengiz Under e Merhi Demiral non hanno, a nostro parere, l’Ethos (qui inteso nell’eccezione aristotelica di “credibilità) necessario per poter condizionare l’opinione pubblica su quanto sta accadendo durante questi giorni in Siria, con l’esercito di Erdogan che ha lanciato un’ulteriore offensiva (la terza nel giro di un paio d’anni) all’indirizzo della comunità curda stanziata in territorio siriano. Un’operazione che, almeno secondo le intenzioni, dovrebbe servire a stabilizzare la situazione sul confine siriano minacciato, secondo i portavoce di Erdogan, dalle rivendicazioni del PKK (il partito dei lavoratori del Kurdistan) e del PYD (Partito dell’Unione Democratica in Siria), considerati in Turchia alla stregua di organizzazioni terroristiche.

Non ci andremo a soffermare in modo approfondito sulle cause che hanno scatenato il conflitto curdo-turco: non crediamo sia questa la sede più opportuna per dispensare lezioni di geo-politica, e il triste bilancio dell’attacco è sotto gli occhi di tutti, con almeno 18 vittime tra i civili e più di 200 feriti (dati riportati dal Messaggero ndr). Ciò che preme sottolineare a noi, che ci occupiamo di campo e di calcio giocato, è il comportamento ambiguo tenuto da uomini che, per il mestiere che svolgono e la visibilità che hanno, dovrebbero quantomeno osservare maggior accortezza nell’esternare i propri ideali, nonchè i giudizi altrettanto ambigui di una stampa e un’opinione pubblica che rischiano di cadere nella trappola dell’eurocentrismo.

La Nazionale turca e il saluto militare: secondo quale prospettiva giudicarlo?

Turchia
Turchia, il saluto militare dei giocatori

Se sbagliare una volta è umano, perseverare diventa diabolico. Si suole rimproverare così chi, consapevole dei propri errori, continua a commetterli in maniera impenitente. Cosa che hanno fatto i giocatori turchi, Under in modo particolare: il giovane fantasista della Roma si era già reso protagonista di una simile esultanza nel 5-2 rifilato al Benevento. Allora, il presidente Erdogan era alle prese con l’operazione “ramoscello d’ulivo” (altro simbolo cristiano, guarda caso), che avrebbe portato alla conquista della città di Afrin, avamposto curdo nella Siria settentrionale. A quel tempo, però, come fa giustamente notare Daro Saltari in un suo brillante articolo su l’Ultimo Uomo, non una sola voce indignata si levò a censurare il gesto del classe ’97. La critica occhialuta, che solo ora ha allargato la propria lente inquisitoria su Under e Demiral non aveva colto il significato del gesto o, semmai, non era stata allertata dall’ondata di riprovazione generale causata dalla guerra che sta imperversando, in queste ore, in Medio-Oriente.

Chiunque studi comunicazione è ben conscio che fattori come l’agenda setting (ciò che si propone al pubblico) e il framing (come lo si propone) contribuiscono non poco ad influenzare le opinioni di una folla facile alle prese di posizione di stampo manicheo. Così, far salire sul banco degli imputati Under e Demiral, fino a pochi giorni fa osannati come i campioni che giustamente sono, non giova assolutamente a un dibattito che aiuti a comprendere davvero il perchè di un consenso tanto plebiscitario nei confronti del militarismo di Erdogan. Perchè se più di 20 uomini sono capaci di propugnare e condividere un solo ideale convinto, tre sono le soluzioni: o vivono estraniati dalla realtà che esaltano, o siamo noi che conosciamo una sola faccia di quella realtà, o sono altri ad imporgli ciò che devono fare. Non abbiamo elementi per fornire risposte risolutrici nè, come avrete intuito, ci sentiamo in diritto di assumere posizioni nette e inflessibili.

Un invito alla tolleranza

Ciò non vuol dire che quanto fatto dai vari Demiral, Under, Calhanoglou sia condivisibile: le guerre e qualsiasi apologia al conflitto armato sono deprecabili e vengono rigettati dall’articolo 11 della nostra Costituzione. L’invito che si vuole fare è, però, ad assumere atteggiamenti più lucidi ed equilibrati. Che Demiral e Under vengano prima osannati per le loro gesta da campioni, per poi essere sottoposti alla “gogna” mediatica, non sta bene. Così come non fa bene a un pubblico che, invocando gli ideali di fraternità, libertà e uguaglianza, gli stessi che informano il pensiero occidentale (a proposito di eurocentrismo), augura sui social ad Under di andare a combattere in prima linea contro le truppe siriane. Si potrà obiettare che a parlare sui social siano sempre i soliti “scemi del villaggio”, ma se quegli scemi cominciano a diventare una moltitudine di gente animata da rancori mai sublimati, il rischio di estremizzare ancora di più le proprie convinzioni senza giungere a una reale consapevolezza è alto e va contro l’ideale di uomo razionale professata dall’illuminismo.

Calcio e politica: e se Meazza avesse fatto un passo indietro?

Meazza
Giuseppe Meazza, ex giocatore della Nazionale

Siamo proprio sicuri, infine, che il nostro “bel Paese” non sia mai stato interessato dagli intrecci tra calcio e politica? Cosa ne sarebbe stato della leggendaria Italia di Vittorio Pozzo capace di vincere due mondiali di fila e di entrare a pieno diritto nella storia universale di questo sport, se i vari Meazza, Orsi, Combi, Schiavio, Rosetta non avessero prestato pubblicamente giuramento al regime? Anche in quel caso si trattava di un atto di mera propaganda, così come tutto il torneo fu organizzato per celebrare la figura di un uomo, Mussolini, che solo cinque anni prima aveva ridotto il diritto di voto a un semplice pro forma. Pensiamoci un attimo: saremmo ancora così convinti, da appassionati di calcio e tifosi della Nazionale, a rinunciare per un attimo ai gol di Schiavio, alla classe di Meazza e a strapparci dal petto ben due allori iridati? Non si vuole qui fare il punto sulle reali condizioni di vita in Turchia, nè tracciare dei parallelismi storici. Si vuole solo invitare a riflettere: la negazione della libertà, così come il sentimento della paura, sono uguali in ogni tempo e in ogni luogo e possono condizionare, loro malgrado, le azioni di uomini che, comunque, si trovano in potere di cambiare le cose solo marginalmente. Under e Demiral, così come tutti i loro compagni di Nazionale, hanno espresso delle idee, giuste o sbagliate che siano. Alcuni di loro hanno rivendicato, in quel gesto, una propria identità comune. Possiamo o meno dubitare della loro buona fede, ma finchè non abbiamo argomenti per dimostrare che sono dalla parte del torto, non abbiamo il diritto di giudicarli.

Detto ciò, ci preme salutarvi con le parole di Paolo Sollier, uno che di militanza politica (nelle file della sinistra extraparlamentare), si è nutrito e ne ha fatto sfoggio in prima persona, in anni dove gli attentati erano all’ordine del giorno: “Quel gesto (il saluto comunista col pugno levato al cielo ndr) non era propaganda. Non era un gesto indirizzato ai tifosi, ma a me stesso, per ricordarmi sempre chi fossi e da dove venivo. Per far sapere ai miei amici che restavo quello di sempre: il ragazzo che al campetto, tanti anni prima, così si rivolgeva a loro, con quello che, per noi, era un segno di riconoscimento”.

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