Vecchie glorie Juventus, Bruno Garzena: l'amore indissolubile per i colori bianconeri

Juventus, Bruno Garzena: l’amore indissolubile per i colori bianconeri

Bruno Garzena: Un amore triplo per la Juventus e la curiosità che lo lega a Martin Caceres

Il trasferimento di Martin Caceres dalla Lazio alla Juventus ha in sé una particolarità. L’esterno difensivo uruguaiano ha sposato i colori bianconeri per la terza volta nella sua carriera. La dirigenza una e trina, nella figura di Andrea Agnelli, Fabio Paratici e Pavel Nedved, ha deciso di puntare sull’usato sicuro. E chi meglio di Caceres conosce l’ambiente del club di Serie A più vincente degli ultimi anni. Il 31enne di Montevideo ha già vinto cinque scudetti, due volte la Coppa Italia e tre la Supercoppa Italiana. Sa come si vince con la Juventus, sa quanto è importante vincere alla Juventus. Da Conte ad Allegri, il giocatore uruguaiano è sempre stato molto stimato e ha fornito ottime e continue prestazioni, sia quando era di fatto un titolare della nuova Juve dei Pirlo e dei Vidal, sia nella prima versione della squadra allenata dal tecnico livornese. L’usato sicuro, quindi. Il giocatore affidabile e d’esperienza, con il mind set (come lo chiamano gli americani) di un vincente.

Ma quello di Caceres non è l’unico caso di un triplo ritorno alla base di un giocatore bianconero. Forse Agnelli, esattamente tre giorni fa, avrà ripensato a quando suo padre, l’avvocato Gianni, lo dondolava sulle ginocchia, educandolo da piccolissimo sullo stile Juve. Sull’importanza dell’amore per questi colori. Solo chi ama veramente questa squadra, la sua storia, i suoi tifosi avrà il privilegio di tornarci. Non tutti possono vantare di essere stati ingaggiati dalla Juventus. Ancora meno possono dire di aver difeso per tre volte i colori della prima squadra di Torino. Non sorprende, infatti, che questo riconoscimento appartenga ad una delle bandiere più amate di questa squadra. Ed ecco che “il piccolo” Andrea avrà messo mano all’almanacco della Vecchia Signora, scovando tra le pagine un nome. Non un nome come gli altri, ma il nome di un idolo, che ancora oggi è riconosciuto dai sostenitori bianconeri come uno delle figure più fedeli e vicine alla Juventus e alla città di Torino. Un figliol prodigo che non è mai stato veramente lontano da casa, ma che ogni volta che ci è tornato ha fatto sentire la sua presenza. Il suo nome è Bruno Garzena, il Falco di Venaria.

Bruno Garzena, il figliol prodigo che non ha mai lasciato la sua casa

Quella di Martin Caceres, quindi, è stata una mossa vincente. Come lo è stata quella che nell’estate del 1962 ha riportato Bruno Garzena, il Falco di Venaria, nella sua casa. Quell’estate del 1962 il terzino bianconero accettò subito la proposta della Juventus di unirsi nuovamente a quei colori e a quella storia. Impossibile dire di no al cuore, alla famiglia. In quella stessa stagione il famelico terzino destro totalizzò 26 presenze, da aggiungere alla straordinaria collezione che lo aveva reso grande nel corso degli anni. Si suol dire che il primo amore non viene mai dimenticato, ma quant’è speciale innamorarsi per tre volte? Un po’ quello che ha vissuto Garzena, uno che impersonificava alla grande il romanticismo per la sua squadra. Del resto, uno che decide di scendere in campo nonostante la febbre e le gambe tremanti, non può che essere stato vittima di Afrodite. Una sorta di narcosi dei sensi.

Non è stata l’esperienza più positiva per la sua Juve, quella della stagione 1961-1962. I bianconeri terminarono la stagione nella parte destra della classifica. Il lascito più doloroso di Giampiero Boniperti, che si ritirò l’estate precedente. Il Trio Magico non esisteva più e la squadra concluse il suo campionato al dodicesimo posto. Il finale fu amaro, con due soli punti nelle ultime dieci e sette sconfitte di fila. Il peggior risultato della storia bianconera, da quando esiste il girone unico. Tutto questo non ha mai intaccato, però, la dedizione e la passione che il Falco di Venaria ha sempre messo in campo, nelle vesti di figliol prodigo. La sua guardia tra il centro del campo e la fascia laterale ha ispirato i terzini che sono venuti dopo. Ciò che oggi noi chiamiamo terzino moderno non sarebbe mai esistito senza Bruno Garzena. Quell’anno, infatti, Umberto Agnelli decise di puntare su di lui, e come dimostrano i risultati personali ottenuti in quella stagione, non si sbagliò. 26 partite di lotta e di cuore, con il resto della squadra che il più delle volte non è riuscita a seguire il suo esempio. Ma i suoi contrasti e la sua risolutezza erano lo specchio del suo attaccamento a quella maglia. L’unico che non sarebbe mai andato in contrasto con dirigenti, allenatori o compagni.

Bruno Garzena, dalle scarpe rotte ai duelli con Ghiggia

Bruno_Garzena_-_Juventus_FCLa storia d’amore tra Bruno Garzena e la Juventus inizia sin dai primi anni di gioventù del terzino, bianconero nel cuore prima che sulla maglia. Nato a Venaria, paesino alle porte di Torino, muove i primissimi passi all’Oratorio della Speranza. Lì inizia la sua storia d’amore con la Juventus. Sì, perché lì in una mattina assolata non trova nessuno dei suoi compagni di squadra. Garzena chiede al custode dove siano finiti tutti, scoprendo, poi, che quel giorno si tenevano i provini organizzati dalla società bianconera. Appena appresa la notizia inizia la sua pedalata sull’amata bicicletta, il cui amore era superato solo da quello per il pallone. Il punto d’arrivo è Piazza d’Armi, dove si allenava con i suoi compagni. I due piedi enormi, che per quanto erano grandi e forti cercavano di uscire fuori dalle scarpe, spingevano sui pedali, per inseguire quell’amore sognato sin da bambino. Con una scarpa diversa dall’altra, Garzena raggiunge il suo obiettivo. Dopo aver percorso lo stesso tragitto per quattro volte, senza le mani sul manubrio e con il petto in fuori, il Falco di Venaria ottiene la tanto agognata cartolina verde. Possederla significava essere entrati nella famiglia. Da lì, il giovane Bruno, non ne è più uscito. L’esordio ufficiale, dopo gli anni delle giovanili, arriva nel 1952 all’età di 19 anni. Sulla panchina siede Carver, e di quella squadra fanno parte Viola, Manente, Mari, Muccinelli e, ovviamente, Boniperti. Quell’anno lo scudetto sarà dell’Inter, ma il giovane Bruno è già diventato grande e lo dimostrerà già durante l’esordio contro la squadra allenata da Alfredo Foni. Sulla sua fascia attaccava un certo Nyers, al quale Garzena elencava ogni tipo di minaccia pur di contenerlo. Una verve che lo ha accompagnato per tutta la carriera. Quella partita la vinse la sua Juventus, grazie alla grande prestazione di Boniperti, Charles e Sivori. Ma il merito fu anche suo.

L’ammirazione per i veterani di quella squadra lo ha reso a sua volta un punto di riferimento per i compagni. Sportellate, uno contro uno, zero tattica, ma tanto, tanto cuore. Da quella partita Garzena ha accumulato 185 presenze con la maglia bianconera, senza mai segnare. Quello del goal, però, in un calcio in cui il ruolo da occupare in campo era fondamentale, non è mai stato un problema. Il suo compito era quello di non farne fare e in questo era tra i migliori. E per raggiungere questo scopo, avrebbe giocato in qualsiasi ruolo. Come lui stesso raccontò in un’intervista a Renato Tavella, per raggiungere quello scopo avrebbe addirittura giocato gratis. Perché vestire una maglia come quella della Juventus di quegli anni era un’onore e un privilegio. Un dono che non poteva andare sprecato. Ed ecco che Garzena riversava tutta la potenza delle sue gambe al servizio della squadra. Il suo sogno sarebbe stato giocare davanti alla difesa, anche perché staccava come nessuno. Da qui, infatti, deriva il soprannome de “Il Falco di Venaria” che Broćić gli affibbiò dopo averlo visto staccare quasi due metri da terra. In quel salto c’erano tutto il suo spirito di sacrificio e la voglia di raggiungere le vette più alte per difendere il suo amore per la Juventus. Un terzino ostico, difficile da superare, intelligente e mai disposto ad arrendersi. Sempre lì, a gambe divaricate alla sinistra della linea laterale. Chiunque sarebbe passato di lì sapeva che non avrebbe trovato vita facile. E da lì hanno tentato di passare i migliori. Di Stéfano, Schiaffino, Pelé, Garrincha, Matthews, Ghiggia, Cszibor e Hamrin hanno provato a vincere il duello, ma riuscendoci meno della metà delle volte. Lui stesso ricorda le lotte sulla fascia contro il campione brasiliano Julinho, uno a cui era praticamente difficile togliere la palla, sempre incollata al piede. Tutto questo quando non esistevano i raddoppi di marcatura, ma si era soli, uomo contro uomo. Ma la vera lotta, che chiunque abbia vissuto quegli anni ricorderà di certo, è stata quella con Alcides Ghiggia. In una partita contro la Roma, Garzena dà l’ennesima prova del suo amore per i colori bianconeri, della sua dedizione al servizio della maglia. Il terzino destro vuole esserci, ed è disposto a giocare nonostante la febbre. Le gambe tremano, il sudore scorre in quantità spropositate. Ghiggia allora ci prende gusto: lo salta, torna indietro, lo dribbla di nuovo. Ancora una volta: dribbling, un passo indietro e ancora un dribbling. Quella partita, però, la vinse la sua Juve. Ma non si scherza con un uomo d’acciaio come lui.

Bruno Garzena è stato tutto questo. Il figliol prodigo, uno e trino, un giocatore affidabile, senza fronzoli e con il cuore grande quanto i piedi. Mai un intervento cattivo, preservandone tuttavia la decisione. La grinta e l’intelligenza che lo hanno sempre contraddistinto anche quando ha appeso gli scarpini al chiodo e ha deciso di darsi al mondo degli affari. Impegno continuo, dentro e fuori dal campo. Semplicemente, il Falco di Venaria.

 

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