Viola di rabbia, Fiorentina nel baratro: le finali non si giocano, si vincono

Cade nel baratro la Fiorentina ad Atene, sconfitta nell'ultimo atto della Conference League dall'Olympiakos. I viola steccano l'ennesima finale, ma la rabbia deve essere rivolta solo a se stessa: tra attacco e difesa, i problemi sono sempre gli stessi, e se le finali non si giocano ma si vincono, questi pesano oggi come macigni

Lorenzo Zucchiatti A cura di Lorenzo Zucchiatti FiorentinaConference League

La vigilia portava con se in casa Fiorentina un misto di sensazioni non facili da gestire. Da un lato quel fisiologico timore dato da una nuova finale dopo le due perse dell’anno scorso, con la consapevolezza di avere l’occasione di cancellare il ricordo delle lacrime di Praga e dell’Olimpico di Roma; dall’altro la consapevolezza di avere un livello di maturità diverso, l’esperienza dello scorso finale di stagione ed un avversario, sulla carta, più abbordabile.

E invece l’epilogo che nessuno voleva immaginare, che tutta Firenze aveva cancellato dalle propri visioni, si è materializzato, ancora una volta, nel più crudele dei modi. Un gol di El Kaabi, l’eroe dell’Olympiakos in questa Conference League, al 116′ getta nel baratro la Fiorentina, rievocando i fantasmi di poco meno di 365 giorni fa.

Una gara intensa ed equilibrata, dove alla fine chi vince ha ragione, al netto del gioco espresso e delle tante occasioni da gol avute dai viola. Inutile appellarsi alla sfortuna o all’arbitro Artur Soares Dias, che sembrava sul punto di concedere fallo su Martinez Quarta poco prima del gol ma, a onor del vero, non concede un rigore fischiabile all’Olympiakos nel primo tempo supplementare. Le finali non si giocano, si vincono, qualcosa che, ancora una volta, la Fiorentina non ha saputo fare.

Il solito Italiano, la solita Fiorentina

E in effetti la gara di Atene fotografa perfettamente la stagione viola. Si è semplicemente vista la solita Fiorentina che in tanti match di Serie A, anche con le big del campionato, abbiamo imparato a conoscere: manovra avvolgente, buone trame di gioco e pallino del gioco nelle mani, ma con quel enorme problema negli ultimi 20 metri di campo. La squadra di Italiano arriva con facilità al limite dell’area come poche, poi il buio.

Vincenzo Italiano, Fiorentina

Tanti errori nell’ultimo passaggio o nella giocata decisiva, e le volte che un’azione costruita bene libera un giocatore al tiro, la conclusione è imprecisa, strozzata, poco ficcante. Il cinismo è stato, è, e rimarrà per sempre il limite più grande della Fiorentina di Italiano, un particolare che non inciderà in quanto ad attestati di stima da parte degli addetti ai lavori ma non porta trofei.

La serata nera di Belotti e Nzola è la ciliegina sulla torta di una stagione disastrosa per le punte viola, e se anche Nico Gonzalez e Bonaventura, luci e anime della squadra, steccano la partita allora il destino è segnato. Dalla solita Fiorentina al solito Italiano, un allenatore con tante ottime idee, che propone un calcio divertente e propositivo, ma che, giunto alla sua terza finale persa in due anni, non è riuscito ad instillare quel vecchio ed utile mantra fondamentale in queste gare: brutti ma efficaci.

Percepire il pericolo

Aveva parlato proprio di questo il tecnico ex Spezia dopo la gara d’andata, in semifinale contro il Brugge: percepire il pericolo. Un qualcosa che spesso era mancato alla Fiorentina in molte gare di quest’anno. Italiano lo sapeva, aveva messo tutti sul chi va là su questo aspetto, ricevendo buone risposte nelle gare successive. Ma ecco ripresentarsi in maniera atroce tutto ciò.

Mezzo fallo su Quarta, niente fischio, e i viola perdono le posizioni; cross di Hezze, testa di El Kaabi. Il baratro. Al 116′ di una gara estenuante basta un attimo di distrazione, quell’istante in cui sembra non debba succedere nulla, quando appunto non si percepisce il pericolo. Il tutto in una gara difensivamente ottima di tutto il pacchetto arretrato: da un Terracciano impeccabile, ad un Dodo sorprendentemente efficace anche nelle chiusure, fino ad un Milenkovic migliore in campo.

Il connubio di un attacco con problemi dall’inizio dell’anno con quelle piccole distrazioni dietro hanno confezionato un’altra delusione viola ancora più difficile da digerire rispetto all’anno prossimo, per la carica con cui la Fiorentina arrivava a tale appuntamento ed un avversario apparso anche in partita più gestibile del Westa Ham dell’anno scorso.

Italiano, un addio amaro

Viola di rabbia, non c’è altro da dire in questa serata in cui una città come Firenze, che per passione e seguito meritava un trofeo inseguito da tempo, mastica amaro un’altra volta. Ora sarà tempo di tirare le somme, e l’addio di Italiano sembrava qualcosa di scritto a prescindere dal risultato della finale di Conference. Ma in ogni caso come si potrebbe ripartire? Come farebbe il tecnico a trovare ancora le motivazioni, le parole, la carica giusta per spronare quei giocatori che ha guidato in tre finali perse in due anni?

Le strade si separeranno, con Bologna e non solo pronte a puntare sul tecnico ex Spezia per il futuro, ovviamente dopo l’inutile recupero di campionato contro l’Atalanta. E di questa Fiorentina cosa rimarrà? Sarebbe ingeneroso rispondere niente, perché il lavoro di Italiano ha portato bel gioco e due palcoscenici internazionali coma Praga e Atene, mai banali in qualsiasi ambiente. La mancanza di un trofeo però pesa come un macigno, ma lo abbiamo detto: le finali non si giocano, si vincono.

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