Ricordo una casa di campagna sulla strada tra Asti e Alba, vista da una macchina in movimento, dove mia nonna passava le estati da bambina. Non era grande, ma aveva le proporzioni giuste. Muri di mezzo metro, finestre che guardavano verso il vigneto, una porta d'ingresso con stipiti in arenaria. Nient'altro. Non c'era bisogno di altro. Quel principio di economia costruttiva, di onestà materiale, è la sostanza dei borghi del Monferrato astigiano. Non sono villaggi pittoreschi costruiti per attrarre turisti. Sono centri abitati che hanno risposto a domande concrete: come proteggersi dal freddo invernale, come ventilare le cantine, come organizzare lo spazio pubblico attorno alla raccolta della vendemmia.
La geografia del calcestruzzo onesto
Il Monferrato astigiano è un'area collinare che si stende tra Asti, il Tanaro e il Belbo. I borghi sparsi su queste colline seguono una logica insediativa costruita nei secoli precedenti al Novecento, ma cristallizzata soprattutto tra l'Ottocento e il primo Dopoguerra. Non è qui che troverai facciate elaborate o decorazioni in stucco. Le case sono costruite in laterizio, spesso graffito per proteggere la muratura dalle piogge, con finestre rettangolari che non pretendono armonia barocca bensì funzionalità. I colori sono il rosso dei mattoni, talvolta il grigio della pietra, il bianco intonaco dove resiste. Una palette minimale.
Le piazze di questi borghi non sono ampie. Una chiesa, una casa comunale, qualche locale. Lo spazio raccordato intorno a un pozzo o a una fontana. Il portico, quando presente, non è elemento decorativo di rilievo architettonico, ma semplicemente la conseguenza logica: se la casa deve proteggerti dal sole, lo stesso farà il portico sul fronte strada. Non c'è retorica dietro questa scelta. C'è la pioggia che cade per otto mesi l'anno.
Il vino dentro la pietra
Quello che distingue veramente questi borghi da altri centri collinari dell'Italia settentrionale è la subordinazione della forma costruttiva alle necessità della viticoltura. Le cantine non sono buche scavate in periferia. Sono scantinati sotto le case, con muri che raggiungono spessori di ottanta centimetri, perché la temperatura e l'umidità relativa devono restare stabili tutto l'anno. Questo vincolo fisico ha plasmato l'intera struttura urbana.
Gli edifici più importanti nei borghi storici non sono i palazzi signorili bensì i torchi, gli acetaia, le cantine collettive. La loro architettura è pura funzione. Muri ciechi verso l'esterno per isolamento termico. Porte basse e pesanti. Finestre minuscole, spesso protette da grate in ferro perché dentro c'era valore concentrato: il vino, il sale, talvolta il granoturco. Quando ho restaurato una casa del primo Novecento a Costigliole d'Asti, ho trovato sotto tre metri di intonaco una cantina il cui pavimento era di porfido irregolare, posato in modo che l'acqua venisse incanalata verso gli angoli. Nessuno aveva disegnato quella pendenza su carta. Era sapere incorporato nel gesto.
Le strade e il limite del piano terra
Le strade dei borghi monferrini seguono il profilo delle colline senza cercare di raddrizzarsi. Sono spesso strette, protette dai cornicioni dei tetti, talvolta coperte da volte parziali. Questo non è urbanistica consapevole di una comunità colta. È la naturale conseguenza della costruzione incrementale nel tempo, dove ogni casa aggiungeva spazi comuni ai propri muri perché era il modo più economico di procedere. Mio nonno diceva che in quei borghi il cosiddetto "spazio pubblico" era semplicemente lo scarto tra i muri privati.
Il piano terra di quasi tutte le abitazioni storiche non fu mai concepito come zona living. Era magazzino, laboratorio, deposito attrezzi. Le famiglie vivevano ai piani superiori, laddove la luce arrivava e le finestre potevano essere un poco più ampie senza compromettere l'isolamento termico della zona di stoccaggio sottostante. Quando ho visto i primi restauri anni Novanta che trasformavano questi piani terra in open space con grandi vetrate, ho pensato che si stava riscrivendo una logica costruttiva senza saperlo.
Il colore della necessità
Non troverai nei borghi del Monferrato astigiano quella volontà di colore che caratterizza i centri costieri del Piemonte o i villaggi della Liguria. Le case sono bianche, grigie, rosse nel laterizio a vista. A volte il bianco è solo calce, che si rinnova ogni due anni con la mano perché è il materiale più economico e diffuso. Succede ancora oggi in alcuni borghi. La calce non è un'affettazione nostalgica. È quello che c'è, quello che funziona, quello che lasciano crescere i funghi del tartufo sulle querce circostanti senza veleni chimici.
Ho conosciuto una donna che vive ancora a Nizza Monferrato nel nucleo antico. Le chiesi perché non avesse dipinto di fresco la sua casa. Rispose che l'intonaco marcio aveva trent'anni e avrebbe retto ancora dieci. Era vero. In quella risposta c'era tutta la cultura costruttiva del posto. Non si ripara quando piace. Si ripara quando è necessario, e quando lo si fa, si usa quello che c'era prima.
Lo sguardo contemporaneo su una logica scomparsa
Questi borghi oggi accolgono residenti che non lavorano più il vino direttamente. Le cantine sono diventate monolocali. I piani terra ospitano botteghe di artigianato o uffici. Alcuni borghi si sono svuotati, altri si sono trasformati in mete di un turismo lento che apprezza la quiete e la qualità del paesaggio circostante.
Ciò che rende ancora leggibile questi luoghi è la persistenza dell'impianto originario. Le piazze conservano le proporzioni giuste anche quando sono deserte. Le case mantengono la loro geometria sobria anche se dipinte di colori pastello che nulla hanno a che vedere con la tradizione. I portici ancora proteggono le passeggiate invernali. La struttura resiste, anche se il significato è sfumato.
Era davvero migliore l'architettura di allora? Non lo so. Mio padre dice che era costretta da limiti oggettivi che oggi non esistono più. Mia madre sostiene che proprio quei limiti creavano bellezza. Io ricordo solo lo spessore del muro quando lo sfioravo durante il restauro, la temperatura costante di una cantina in agosto, il rumore secco delle scarpe sulla pietra di una piazza in salita. Nessuna casa nuova riesce a rifare queste cose.
