❤️ 25 aprile 1945, da Neri e Weisz: storie di calcio e resistenza

25 aprile 1945, da Bruno Neri, il calciatore partigiano, alla triste storia che coinvolse Arpad Weisz, ex allenatore del Bologna: l'Italia in festa non può e non deve dimenticare i suoi eroi, storie di calcio e resistenza che hanno reso libero il Paese

A cura di Federica Concas Stories
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La libertà, un principio inviolabile che il nostro Paese identifica in particolare nella giornata del 25 aprile. Una data storica, il giorno in cui si celebra la Festa della Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista. Tra polemiche, censure e talvolta parole poco eleganti non taciute, risulta fondamentale analizzare un evento così importante anche sotto il punto di vista dello sport. E più prettamente del mondo del pallone.

Le storie di calcio e resistenza caratterizzano il 25 aprile 1945. Poiché un ruolo fondamentale sul sociale lo svolsero anche alcuni indimenticati nomi. Personalità che nel proprio piccolo, seppur grande, diedero voce alla voglia di rivolta e coraggio. La Festa della Liberazione è giusto raccontarla anche in questo modo, ricordando quanto il mondo del pallone sia stato protagonista della stessa resistenza. Un passato difficile da scordare, in cui oggi più risuona più che mai l’eco di chi ha lottato, rinunciando talvolta alla propria vita.

I calciatori partigiani

Gli eroi del pallone

Sono tanti gli eroi che si sono immolati per l’Italia. Il 25 aprile, senza ombra di dubbio, è celebrato ed acclamato anche per questo: per onorare chi con la propria vita ha permesso che l’Italia si liberasse dal cancro del nazifascismo. E tra le diverse storie c’è anche uno spaccato, in realtà molto considerevole, di personalità dedite al mondo del pallone che si sono immolate per il Paese. Calciatori, o talvolta allenatori, che con coraggio hanno rappresentato un tassello della lotta alla Liberazione.

Perché se è pur vero che il calcio rappresenta una parte caratteristica del Paese. E altrettanto giusto sottolineare come il mondo del pallone sia sempre stato al centro dei momenti più cruciali e difficili della storia italiana. Abile nell’unire e regolare passioni diverse, alleggerire i momenti più complicati. In generale svolgendo un ruolo nel sociale assolutamente da non sottovalutare e molto più profondo di quanto spesso viene associato.

Forse anche per questo, di padre in figlio, il calcio viene tramandato con la stessa passione, diversa e figlia dei tempi attuali, ma pur sempre caratterizzante della stessa Italia. Ed in tal senso, un ruolo fondamentale lo hanno certamente, parafrasando la frase, giocato gli eroi del pallone. Giocatori che hanno rappresentato uno spaccato della resistenza nazifascista, impossibili per questo da dimenticare.

A partire da Michele Bruno Moretti, l’uomo che racconta di aver ucciso Mussolini, a Raf Vallone, calciatore, giornalista e attore che vestì la maglia del Torino. Fino a giungere a Bruno Neri e Armando Frigo che subirono lo stesso destino, andando a perdere la vita combattendo l’invasione tedesca, concludendo con la triste vicenda che coinvolse Arpad Weisz, tecnico del Bologna. Eroi del pallone non devono essere dimenticati.

Michele Bruno Moretti

La vita di Michele Bruno Moretti, conosciuto come Pietro Gatti, rappresenta una storia leggendaria che intreccia sport e politica in uno dei momenti più drammatici e significativi per l’Italia. Nato a Como nel 1908 da padre ferroviere, le doti calcistiche del giovane bergamasco vennero presto dimenticate di fronte al ruolo chiave che ebbe durante la cattura del Duce.

Pochi forse lo ricordano, ma Michele Bruno Moretti giocò come terzino e poi ala nella Comense fra il 1927 e il 1935, protagonista di una splendida stagione in Serie C. Annata dove la squadra non perse nemmeno una partita, con a registro ben 90 gol segnati. Pietro Gatti, nome affibbiatogli durante l’esperienza al fronte, nel complesso giocò quattro campionati cadetti, collezionando 83 presenze all’attivo.

Il punto più alto da calciatore professionista Moretti lo conobbe nella stagione targata 1933/34. Annata in cui la Comense perse contro il Bari 4-2 e vide sfumare la promozione in A conquistata invece dalla Sampierdarenese, l’antenata per intenderci della Sampdoria. Pietro Gatti ebbe anche la possibilità di vestire la casacca della Nazionale quando all’opera c’era Vittorio Pozzo, unico allenatore a detenere il record di Mondiali vinti.

Il Moretti giocatore aveva doti certamente interessanti caratterizzate da un comportamento focoso, discutibile con in evidenza l’indole combattiva di cui era dotato. Caratteristica che, con il senno di poi, si materializzò anche lontano dai campi di gioco al fronte. Quasi come a voler dimostrare che certe caratteristiche insite ai giocatori non arrivano solo dai piedi. Ma talvolta soprattutto anche dall’anima.

Raffaele Vallone parla della sua esperienza da calciatore

Raffaele Vallone

Qualcuno lo ricorda nel ruolo di attore, ma Raffaele Vallone, in arte Raf, ha rappresentato il cuore pulsante, per qualche anno, del Torino. Un centrocampista di qualità e quantità che ha militato a grandi livelli collezionando 40 presenze nella massima serie e mettendo a referto una Coppa Italia con la maglia granata, datata 1936. Una carriera interessante, interrotta contestualmente con l’armistizio siglato, momento in cui decise di entrare nella Resistenza.

Come poi racconta l’Anpi nel sito ufficiale, Vallone fu destinato alla deportazione in Germania ma fu abile durante il trasferimento a sfuggire, buttandosi nelle gelide acque del lago. Una determinazione figlia di un animo battagliero, caratteristica dimostra anche nell’avventura da calciatore del Torino. Abbandonate le velleità del calcio, Raf decise di buttarsi sul sociale, glissando anche la piccola parentesi da avvocato, fortemente voluta dal padre.

Un nuovo percorso che lasciò spazio ad un importante ruolo comunicativo che giunse a Vallone proposto da Vicenzo Ciaffi. Una richiesta precisa che aprì le porte del giornalismo a Raf e che lo mise in un ruolo di primissimo ordine a livello sociale, rischiando in primis la vita, a causa delle censure assai dure attuate in quei tempi dal regime tedesco. Un lavoro assai prezioso, per raccontare alla gente notizie non filtrate dal regime tedesco.

Un ruolo certamente pericoloso che tuttavia Vallone decise di assumere senza tentennamenti. Seppur a differenza del collega Michele Bruno Moretti decise di non arruolarsi sul campo, Raf compì comunque un lavoro assai insidioso. Assumere il ruolo di giornalista in un momento così complesso equivalse a rischiare la propria vita, proprio come accadde al collega. Uno spirito battagliero parallelo alle qualità che mostrò nei campi di Serie A con la maglia del suo Torino.

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Bruno Neri

Nella storia del calcio, come precedentemente raccontato, c’è chi ha messo a repentaglio la propria vita pur di non piegarsi al volere del Regime e della stessa propaganda. Tra le storie annoverate, certamente non poteva mancare Neri, ex difensore della Fiorentina. L’esempio di eroe popolare nel periodo più brutto della storia dell’Italia. Un calciatore partigiano che decise addirittura di imbracciare le armi, in virtù della sua militanza antifascista.

Neri fu capace di far diventare il calcio uno strumento volto per dar voce alla resistenza. L’episodio che entrò per sempre negli almanacchi della storia del mondo del pallone accadde nel 1931. Una data indimenticabile per Firenze alle prese con l’inaugurazione del nuovo stadio progettato dall’architetto Pier Luigi Nervi. Un impianto voluto direttamente dal Duce. Diventato negli anni successivi l’ormai conosciutissimo “Stadio Artemio Franchi”.

Il 13 settembre 1931, Neri fu l’unico giocatore a non alzare il braccio come di norma, alle autorità presenti in tribuna. Ovvero, il calciatore partigiano si rifiutò di salutare i rappresentanti del Regime e quindi elargire il saluto romano, simbolo del nazifascismo. Un gesto che raccontò non solo la grande determinazione, ma soprattutto la paura di andare contro a chi in quel momento era all’apice del comando.

Fu proprio quell’episodio e poi, successivamente, quel che accadde più tardi a fare di Neri l’eroe del pallone italiano. Un uomo che nonostante la militanza in guerra decise di continuare a giocare con la maglia del Faenza nel campionato Alta Italia. Fu quello l’ultimo torneo della sua vita. Il calciatore partigiano morì il 10 luglio del 1944 dopo uno scontro a fuoco con i soldati tedeschi. Poco più di un anno prima della Liberazione della sua tanto amata Italia.

Armando Frigo

Anche Armando Frigo, alla stregua dei colleghi in precedenza citati, subì lo stesso destino. Centrocampista di Vicenza, Fiorentina e Spezia, il Commissario Spivak del Battaglione Cocco decise anch’esso di dirigersi al fronte per combattere l’invasione tedesca. Una scelta che valse il patto con la sua stessa vita, proprio come accaduto a Bruno Neri. Un parallelismo che seppur diverso accomuna i due calciatori impegnati nella medesima battaglia.

Giovane talento di origini statunitensi ma naturalizzato italiano, Frigo non rinunciò alla chiamata giunta per presentarsi al fronte e decise di abbandonare una carriera calcistica fortemente in ascesa. Una scelta che raccontò gli ideali dell’ex tenete della Fiorentina, così come ricordato dai Viola, pronto a immolare la propria vita, certamente più agiata delle persone comuni. Per prendere parte ad una battaglia che qualche anno più tardi permise all’Italia di ritornare libera.

Una vittoria a cui Frigo non prenderà parte perché per l’appunto perse la vita nel 1943, due anni prima. Il calciatore venne catturato dai nazisti fucilato pur di non rivelare la posizione degli altri commilitoni che avevano deciso di tornare in Italia dopo il fronte. Una prova di coraggio ma soprattutto di fratellanza che racconta come all’epoca la difesa dei propri ideali valesse quanto la stessa vita.

Frigo fu l’esempio lampante in quell’occasione dell’uomo spogliatoio. Un parallelismo che potrebbe suonare strano e fuori luoghi ma che invece ben si sposa sulla scelta portata fino all’ultimo dal giocatore. Armando decise di non tradire i propri compagni a costo di perdere la propria vita. Un atteggiamento da vero e proprio leader, ma soprattutto una decisione che salvò tante vite. Ecco perché, alla stregua dei colleghi, l’ex giocatore viola rappresenta un eroe.

Arpad Weisz

Una delle storie maggiormente più tristi che lega il calcio alla Seconda Guerra Mondiale, al fascismo e alla Resistenza è senza ombra di dubbio rappresentata da ciò che accadde a Arpad Weisz. Allenatore ungherese ed ebreo, guidò il Bologna in tre anni a vincere lo scudetto, scucendolo dalla maglia della Juventus, e in Europa l’allora importante Trofeo dell’Expo di Parigi. Una carriera importante, inimitabile per i falsinei.

Una premessa che tuttavia si spese nel 1938 quando le leggi raziali costrinsero il tecnico a fuggire dall’Italia. Arpad Weisz si trasferì in Olanda riuscendo a portare il piccolo club Dordrecht dalla zona retrocessione a due quinti posti in appena tre anni. Riuscendo ancora una volta a dimostrare tutta la leadership da allenatore ma soprattutto da uomo. Che davanti alle avversità riuscì comunque a fare il proprio lavoro nel migliore dei modi.

La storia di Weisz è molto triste anche per questo. Poiché l’uomo ancor prima che l’allenatore rinunciò alla propria vita, nonostante quest’ultima avesse in serbo una carriera stellare. Ma ancor più una famiglia tanto unita quanto rovinata dalla cattiveria nazista. Con l’occupazione tedesca anche in Olanda, l’ex allenatore del Bologna e i suoi cari vennero mandati ad Auschwitz, dove morirono nelle camere gas.

Una fine terribile, indice di una violenza che non conobbe ragioni se non quella dell’odio. Da allenatore a deportato, chi ricorda ancora oggi la figura umana di Weisz non può certamente dimenticare la determinazione che l’allenatore inculcò nella mente dei propri giocatori e dell’umanità con cui lo stesso ne accompagnò le gesta. Un’eredità importante per il mondo del calcio che, alla stregua di tutti gli altri eroi citati e non, non può e non deve essere dimenticata.

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