Mia nonna possedeva una casa nel Cilento, non molto lontano da Salerno, comprata da mio nonno negli anni sessanta quando il mare era ancora aperto e le strade erano piene di carri più che di auto. Ci andavamo raramente, l'estate di rado. Mi ricordo la cucina con mattonelle bianche rotte, il pavimento in cotto scuro già consumato da decenni di passi, la finestra che dava su un'altra casa altrettanto vecchia. Il Cilento di allora non era attraente nel senso moderno: era solo una provincia costiera, un po' dimenticata tra Napoli e la Calabria. Oggi, a quasi sessanta anni di distanza, quel Cilento è ancora lì, senza essersi trasformato granché. Ed è proprio questo che lo rende raro.

Il Cilento è una regione geografica della Campania che si estende dalla costa del Tirreno fino alle propaggini interne del Parco Nazionale. Non esiste una linea nitida di confine, piuttosto una transizione graduale: le spiagge sabbiose cedono il posto a calette di roccia, i paesi costieri lasciano spazio ai centri dell'entroterra. Il Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, istituito nel 1991, protegge poco meno di 180 mila ettari. In quella vasta area vivono ancora villaggi dove la strada principale è larga quanto bastava per il mulo e il carretto, non per le auto.

I paesi della costa

Praiano è uno dei borghi costieri più noti, situato sulla costiera amalfitana meridionale. Le case bianche scendono verticalmente verso il mare, costruite su ripiani artificiali ricavati nella roccia. Non è un paese pianeggiante: ogni spostamento comporta salite e discese di scale, passaggi sotto archi, attraversamenti di piazze triangolari. L'architettura è quella della provincia meridionale del dopoguerra, resa necessaria dal terreno e dai vincoli costruttivi locali, non dal progetto di un designer contemporaneo. Le finestre sono piccole, gli infissi in legno dipinto blu o verde, le porte di ingresso si aprono direttamente sulla via pubblica senza giardini di mezzo.

Acciaroli, a sud, è meno noto e meno affollato. È un paese di pescatori dove ancora esistono barche tirate a secco sulla spiaggia, non solo come arredo turistico. La baia è semicircolare, protetta dai venti, e lo scheletro urbanistico risale al Medioevo, anche se le case visibili appartengono alle stratificazioni del Novecento: un mix di costruito spontaneo degli anni sessanta e settanta, con qualche intervento di restauro più recente che però non ha alterato l'essenza del luogo.

Marina di Camerota è ancora più a sud, quasi già nel Cilento meridionale. Qui la costa diventa più selvaggia, con grotte accessibili via mare. Il paese stesso rimane compatto e piccolo, senza quella espansione edilizia che caratterizza i litorali campani più vicini a Napoli.

L'interno: il Parco Nazionale

Allontanarsi dalla costa significa entrare in un'altra geografia. I monti dell'interno non superano mai i mille cento metri, ma sono sufficienti per creare un clima e una vegetazione diversa. Boschi di faggio, querce, faggi neri e castagni ricoprono i versanti. I borghi dell'interno hanno nomi che suonano medievali perché lo sono veramente: Roscigno, San Giovanni a Piro, Sicignano, Centola. Molti non hanno strade larghe nemmeno quanto una auto moderna, quindi i parcheggi pubblici rimangono fuori dal centro abitato.

Roscigno è il caso limite: è stato completamente abbandonato negli anni sessanta quando la popolazione scese sotto il centinaio di abitanti. Il paese nuovo è stato costruito poco distante, una ventina di minuti a piedi. Le case del paese vecchio rimangono in piedi, vuote, con i muri di pietra ancora integri, le porte e le finestre cieche. Non è un parco tematitico ma un vero borgo fantasma, conservato così com'era al momento dello spopolamento. Visitarlo significa camminare per strade dove non passa quasi nessuno, vedere gli spazi pubblici senza persone, leggere i ritmi della provincia meridionale degli anni cinquanta cristallizzati nello spazio fisico.

L'architettura e il paesaggio

L'elemento comune a tutti questi borghi è l'assenza di progettazione urbana nel senso contemporaneo. Le case non seguono griglie regolari, le piazze non hanno perimetri ortogonali, le strade non sono allineate. Questo è dovuto in parte al terreno, in parte alla storia medievale di fondazione, in parte al fatto che gli ampliamenti costruttivi del Novecento sono stati aggiunti caso per caso senza un piano generale. Il risultato è uno spazio pubblico molto frammentato, dove è facile perdersi, dove gli sguardi non riescono a inquadrare il paesaggio intero perché le case e i vicoli lo spezzano continuamente.

L'architettura domestica segue regole materiali semplici: pietra locale, intonaco bianco o beige, poche aperture per ridurre il calore d'estate, solai bassi. Gli infissi rimangono in legno anche dove sono stati sostituiti, perché il cemento armato non è mai stato usato nei centri storici. Le tegole di coppi ricoprono ancora i tetti, con variazioni di colore che dipendono dall'epoca e dal luogo di produzione.

Negli ultimi dieci anni il Cilento ha ricevuto investimenti pubblici per la conservazione. Alcune strade sono state ripave, alcune facciate restaurate, alcuni percorsi escursionistici tracciati e segnalati. Ma il carattere di provincia rimane intatto. Non ci sono catene di ristorazione, non ci sono negozi di abbigliamento da marca internazionale, non ci sono ville di lusso con piscine. Quello che c'è è una base di abitazione locale che resiste, una comunità di persone che continua a vivere nei borghi per motivi legati alla pesca, all'agricoltura, al turismo lento.

Il rapporto con il turismo

Il Cilento attrae sempre più visitatori, ma il flusso rimane gestibile. Non è facile arrivarci: le strade sono strette, gli parcheggi scarsi, non ci sono strutture ricettive massicce. Questo frena lo sviluppo turistico di tipo balneare standardizzato. Chi va a Praiano o ad Acciaroli arriva consapevolmente, cercando qualcosa di diverso dalle spiagge organizzate. Trova effettivamente un paesaggio e un'architettura che ancora mantengono le proporzioni di cinquant'anni fa.

La sfida dei borghi cilentani negli anni prossimi sarà quella di conservare questa qualità senza isolarsi completamente dal cambiamento. Alcuni centri perdono popolazione ogni anno, gli anziani rimangono ma i giovani se ne vanno. Le case antiche hanno costi di manutenzione alti e le finestre non isolano dal freddo come gli infissi moderni. Eppure, visto da lontano, il costo della conservazione è inferiore al costo della trasformazione.

Cosa significa abitare il Cilento oggi

Vivere in un borgo cilentano oggi significa accettare tempi diversi. Il pane si compra dal panettiere del paese, non dal supermercato a venti chilometri di distanza. I giorni hanno ancora una struttura legata al ritmo solare e stagionale. Le strade sono luoghi pubblici dove ci si incontra, non corsie di transito. Tutto questo può sembrare primitivo o romantico a seconda dell'angolo da cui lo si guarda.

Mio padre diceva che il progresso aveva reso le cose più facili. Mia madre sosteneva che aveva reso tutto più uguale e meno bello. Io ricordo solo la luce nel cortile della casa cilentana di mia nonna, il modo in cui il sole biancheggiava il muro di pietra nel pomeriggio, come nessuna illuminazione artificiale contemporanea riesce a ricreare. Era davvero meglio prima? Non lo so. Forse il Cilento esiste ancora perché il prima non è mai davvero finito, semplicemente si è fermato.