Quando si entra nel quartiere Coppedè da via Dora, il rumore della città cambia di tono. Le auto scappano, le voci diminuiscono. Davanti, al tramonto, si accende una piazza che sembra estirpata da un racconto di inizio secolo: una fontana circolare con una rana verde acqua al centro, palazzi che si curvano dolcemente, balconi che ondeggiamo come ali di uccelli immobilizzati. Non è stile liberty classico, quello pulito e simmetrico delle città nord europee. È liberty eclettico, quasi confuso, dove l'architetto ha mischiato tutto: vegetal forms dell'Art Nouveau, decorazioni medievali, citazioni barocche, geometrie Art Déco che arrivavano da Parigi.

Gino Coppedè, genovese, nato nel 1866, concepì il quartiere come totalità abitativa. Non una strada, non un palazzo. Un isolato completo dove chi viveva poteva muoversi senza uscire da una logica visiva precisa. Questa idea della città totale affascinerà molti architetti del Novecento: da Sottsass, che la ripensò negli anni Ottanta con elementi pop e kitsch, fino a certi progetti contemporanei di design urbano. Ma Coppedè lo fece con la serietà di un artigiano che ancora credeva nella decorazione come linguaggio necessario, non come ornamento superfluo.

I palazzi occupano tre ettari circa. La piazza centrale, detta Piazza Mincio, respira attraverso la fontana. Intorno, sei edifici principali. Pareti rivestite di maioliche blu, gialle, bianche. Nei fregi delle finestre compaiono teste di leoni, protomi di cavalli, motivi floreali che sembrano respirare. Su via Dora si trova il Palazzo del Ragno, così chiamato per il motivo ornamentale sul portale. Su via Archimede, il Palazzo delle Rane. Ci sono i cartelloni, veri, ancora oggi, che segnalano i nomi alle persone. Non è marketing turistico aggiunto dopo. Coppedè ha dato i nomi agli edifici come chi battezza una creatura.

Quello che sorprende entrando è l'assenza di gerarchia. Non ci sono via principale e via secondaria. Tutto ha lo stesso peso visivo. Una scelta consapevole di chi ha disegnato il quartiere come un'armonia equilibrata, non come una composizione con un centro focale dominante. La cosa è quasi opposta a quello che succedeva a Roma in quegli anni: il fascismo stava disegnando la città con assi dritti, monumenti giganteschi, prospettive che portavano l'occhio verso una direzione sola e autoreferenziale. Coppedè fece il contrario: ogni angolo rimanda agli altri, ogni decorazione dialoga con quella accanto senza prevalere.

L'attesa nel quartiere è strana. Non è lusso contemporaneo, quello freddo delle residenze moderne. Non è nemmeno nostalgico, un tema park del passato. È qualcosa di più difficile da nominare: uno spazio dove lo stile non serve a comunicare potere ma a comunicare una filosofia dello spazio abitato. Magistretti, che era riuscito a mantenere una leggerezza nel design d'interni fino agli anni Novanta, avrebbe riconosciuto in Coppedè questa stessa ricerca di leggerezza attraverso l'ornamento, non attraverso lo spogliamento totale come facevano i razionalisti.

Chi abita il quartiere oggi descrive una comunità ristretta, di artisti, famiglie antiche, qualche nuovo ricco che ha scoperto il luogo leggendo riviste di design. Le finestre non hanno tende forti. I balconi non sono fatti di ferro industriale ma di ghisa decorata. Le porte d'ingresso conservano vetri originali, spesso dipinti con iniziali e stemmi familiari. Non è museo. È residenza vera, dove le persone cucinano, discutono, vivono. Ma il modo di viverci cambia il peso dell'esistenza: una scala non è solo una scala quando ha balaustre ornate, quando nel sottoscala cresce un'ipotesi vegetale in stucco.

Lo stile liberty, negli ultimi vent'anni, ha subito una rivalutazione lenta. Non era considerato serio dagli architetti di mezzo Novecento, che lo vedevano come eccesso borghese prima del vero progresso razionalista. Poi, negli anni Novanta, il postmodernismo ha permesso di ripensare il valore della decorazione, dell'ecletticismo, dell'ibridazione formale. Coppedè era già tutto questo nel 1913. Non sapeva di essere postmoderno perché il concetto non esisteva. Semplicemente, costruiva quello che vedeva: una somma di influenze, di motivi, di suggestioni che il suo tempo gli forniva, ricombinate con una logica estetica precisa.

Quanto sia importante preservare il quartiere oggi dipende da una scelta: crediamo ancora che lo stile comunicativo, quello che parla attraverso la forma e il decoro, sia linguaggio vero, o è solo rumore storico da contenere in musei? I restauri degli edifici Coppedè procedono con cautela. Le maioliche vengono sostituite pezzo per pezzo, le sculture riportate al colore originale con restauratori che studiano fotografie d'epoca. Non si costruisce nulla di nuovo nell'isolato. È una vera e propria cristallizzazione, quella che di solito finisce nei quartieri turisti oppure nei cimiteri monumentali.

Funziona davvero? Forse. Coppedè ha costruito uno spazio dove il design non è una questione di intenzione consapevole ma di respirazione quotidiana. Chi entra nella piazza sa di stare dentro un'affermazione estetica totale, senza poter scegliere di ignorarla. Sottsass diceva che l'architettura è linguaggio, e come tutti i linguaggi, è incerto. Ambiguo. Sempre. Coppedè non risolse questa ambiguità. La approfondì.