Ottobre nei Monti Lattari porta il profumo inconfondibile dei ricci che si aprono sui rami. Nella provincia di Salerno, tra Positano e Ravello, i castagneti locali raccontano una storia di abbandono e ritorno. Qui nasce una varietà di castagno dimenticata per decenni, che oggi alcuni produttori decidono di recuperare. Le castagne dei Monti Lattari non sono solo un frutto, ma il segno di una comunità agricola che torna a guardare le proprie origini.

La montagna costiera della Campania non è luogo di grandi monocolture. Qui gli alberi crescono su terreni ripidi, tra roccia e vegetazione selvatica, dove il lavoro di chi coltiva richiede pazienza e conoscenza sedimentata nel tempo. Le castagne locali sono più piccole rispetto alle varietà commerciali diffuse al Nord Italia. Il loro sapore è diverso: meno dolce, più ricco di toni minerali, legato direttamente al suolo vulcanico e calcareo delle pendici.

Le ragioni dell'abbandono

Negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, i castagneti dei Monti Lattari videro partire verso il nord e l'estero gli agricoltori in cerca di reddito. La meccanizzazione agricola favoriva colture diverse. Le castagne locali non trovavano mercato organizzato e il prezzo offerto era basso. Molti alberi restarono senza cure, gradualmente inselvatichiti o tagliati per fare spazio a vigneti e noccioleti.

Il paesaggio montano della costa si trasformò. Boschi e castagneti, che per secoli avevano alimentato le comunità locali, diventarono solo memoria. I turisti che visitano Positano e la costiera non sanno nulla delle castagne che una volta maturavano sulle alture sopra i loro alberghi.

Il ritorno inizia dalla memoria

Negli ultimi dieci anni, alcuni produttori agricoli dei comuni dei Monti Lattari hanno iniziato a ripulire castagneti abbandonati, togliendo cespugli infestanti e rami morti. Non era un gesto economico calcolato. Era piuttosto una ricerca: tornare indietro nel tempo per recuperare quel che le generazioni precedenti conoscevano per tradizione orale, senza manuali scritti. I castagneti non tornano produttivi in un anno. Richiedono tre o quattro anni di lavoro paziente prima di dare frutti costanti.

Questi coltivatori hanno scoperto che la varietà locale ha caratteristiche specifiche. Le castagne hanno una buccia più sottile rispetto ad altre varietà campane. Sono meno predisposte a malattie fungine comuni nei castagneti italiani. La loro dimensione le rende adatte alla tostatura artigianale, una pratica gastronomica che va scomparendo ma che alcune famiglie ancora custodiscono.

Tavola e territorio

Oggi chi acquista castagne dei Monti Lattari sa che mangia il prodotto di un luogo concreto. Non è anonimo frutto da scaffale. È l'esito del lavoro di qualcuno che ha deciso di salire in montagna, di ripulire i rami, di raccogliere i ricci a mano durante l'autunno, quando la rugiada bagna i vestiti e la fatica si vede subito.

Le castagne locali tornano sulle tavole domestiche della Campania e cominciano a comparire nei mercati contadini della provincia. Una ristoratrice di Salerno ha iniziato a proporle nel suo menu, tornate minestra con pasta fatta in casa e brodo di verdure. Un pasticcere di Positano le utilizza in dolci di montagna, una ricetta che sua nonna praticava ma che lui stesso aveva dimenticato.

Il recupero di questa varietà campana non dipende da strategie pubblicitarie. Dipende da persone che sanno dove l'albero cresce e come la terra locale ha nutrito per generazioni intere la loro comunità. Le castagne tornano quando torna lo sguardo rivolto ai monti dove nasce il cibo.

Se cammini oggi sui sentieri dei Monti Lattari in autunno inoltrato, troverai ancora castagneti abbandonati che non recuperano, accanto a piccole terrazze dove qualcuno di nuovo raccoglie. È il ritmo lento della memoria che rinasce, della tradizione che non scompare mai del tutto, ma riposa in attesa di mani disposte a continuarla.