Mio nonno, che veniva da Cherasco, diceva sempre che il Roero era il territorio dove i mattoni respiravano ancora. Intendeva qualcosa di preciso: la porosità naturale delle fornaci locali, il modo in cui il laterizio assorbiva l'umidità delle cantine e la rilasciava lentamente nelle stagioni secche. Ho creduto a lungo che fosse una sua invenzione da muratore vecchio. Poi ho scoperto che descriveva un fatto fisico concreto, legato alle argille dei depositi quaternari della zona, alle tecniche di cottura che andavano dai 900 ai 950 gradi, e al ciclo climatico della collina piemontese.

Il Roero occupa una fascia di territorio che scende verso il Tanaro, a cavallo tra le province di Asti e Cuneo. Non è Langa vera, sebbene confinante. Ha una sua identità costruttiva riconoscibile: case rurali a due o tre piani realizzate interamente in laterizio pieno, senza intonaci lisci ma con quella patina di fango e polvere che il tempo deposita sulle facciate esposte a nord. Monteu Roero, Santo Stefano Roero, Castagnito: ogni borgo mantiene questo linguaggio architettonico senza variazioni eccessive. Le mani che costruivano sapevano dove andare.

Le cantine sono il cuore invisibile di questa geografia. Scavate nella roccia o realizzate in muratura di mattone, occupano gli spazi sotterranei che si estendono sotto le case di abitazione, talvolta anche al di là dei confini del lotto. Il primo Novecento vide un'espansione delle cantine private proprio perché la viticoltura divenne attività dominante. Prima erano spazi generici, depositi. Poi diventarono architetture specializzate: con volte in mattone, umidità controllata, scaffalature ricavate nella parete, porte di legno pesante che chiudevano con un suono sordo di sigillo.

La materia grezza che resta

Non è raro trovare, in questi borghi, muri costruiti con una tecnica mista: mattone pieno per i primi due piani, mattone forato nei terzi piani costruiti negli anni Sessanta quando la fornace locale cominciava a produrre laterizi più leggeri per ragioni economiche. È una stratificazione visibile, una storia materiale che si legge sulla superficie. I restauri recenti, quando fatti bene, rispettano questa sequenza: non omologano, non ricercano l'uniformità falsa.

Le cantine storiche del Roero hanno caratteristiche comuni. Profondità media di cinque-sei metri. Umidità relativa che si mantiene attorno al 70-80 per cento, ideale per le lunghe stagionature. Temperatura costante intorno ai 12-14 gradi nei mesi invernali. Non sono frutto di calcoli scientifici ottocenteschi, ma di prove ripetute, di saperi tramandati da padre a figlio, di correzioni fatte nel corso di decenni. Una cantina che funziona è una cantina dove qualcuno ci ha vissuto dentro per mezzo secolo, imparando come sigillare le crepe, dove posizionare l'areazione, come gestire la ventilazione nei periodi di fermentazione.

Oltre la conservazione immobile

Oltre la conservazione immobile

Il problema di questi borghi non è la loro rovina, ma una conservazione che li trasforma in teatro immobile. Negli ultimi vent'anni alcuni proprietari hanno scelto di restaurare non per vivere, ma per affittare ai turisti che cercano autenticità. La casa di mattoni diventa scenario. La cantina diventa sala d'assaggio gestita da society esterne. Non è un crimine, ma genera uno slittamento: il luogo perde la funzione quotidiana che lo manteneva vivo.

Le vere trasformazioni avvenivano quando qualcuno doveva effettivamente viverci, lavorarci, farne spazio di produzione e abitazione insieme. Le modifiche erano pragmatiche: un ampliamento qui, una finestra allargata lì, una rampa di scale costruita per accedere ai locali inferiori. Non era restauro, era uso. Oggi l'uso è raro. Rimane il mattone, la forma, l'assenza di funzione.

La ricerca di una memoria costruttiva

Una delle fornaci che produceva i mattoni del Roero, quella di Monteu, cessò l'attività negli anni Settanta. I forni vennero demoliti. Non rimangono tracce materiali, solo fotografie in bianco e nero conservate negli archivi comunali, difficili da consultare. Le nuove costruzioni, anche nel Roero, usano laterizi industriali standardizzati, prodotti a centinaia di chilometri di distanza. Un mattone da cantiere odierno non respira come il mattone locale. Ha meno porosità, cottura diversa, tolleranze dimensionali minori.

Restano le case vecchie a testimoniare una tecnica costruttiva che non si insegna più nelle scuole di edilizia. I restauratori che ancora la conoscono hanno spesso superato i sessantacinque anni. Quando si fermano, quella conoscenza non passa avanti. Non lo so come invertire questa deriva. Mio padre sosteneva che la modernizzazione era inevitabile, che conservare tutto il passato era nostalgia. Mia madre, invece, diceva che qualcosa di valore vero andava perso. Io ricordo solo la sala bassa della cantina di nonna, dove il buio e il freddo umido creavano una sensazione fisica che nessuna moderna cella climatizzata riesce a riprodurre. Era uno spazio dove il tempo non accelerava.

Il Roero rimane uno dei pochi places dove questa memoria costruttiva non è completamente scomparsa. Le case di mattone continuano a stare in piedi. Le cantine continuano a funzionare. I vini che si producono laggiù portano ancora il sapore della roccia e dell'argilla locali. Ma per quanto tempo restano senza diventare museo di se stessi?