✖️ Brexit 2.0, la Premier League saluta l’Europa: dal City fino al West Ham

Una vera e propria Brexit 2.0 quella operata dalla Premier League in questa 3 giorni di coppe: dal Manchester City al West Ham, passando per Liverpool ed Arsenal, sono ben 4 su 5 le squadre inglesi che salutano l'Europa, con una sola coraggiosa ancora in corsa

Lorenzo Zucchiatti
16 Minuti di lettura
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Sicuramente un paese con idee forti e spesso contrastanti con il resto d’Europa il Regno Unito, tanto da voler addirittura staccarsi dal continente ad un certo punto della sua storia. Era il 23 giugno 2016 quando il popolò parlò, con la maggioranza che votò per uscire dall’Unione Europea e proseguire in solitaria, il tutto ufficializzato poi il 31 gennaio 2020. Quella famosa Brexit che ha avuto inevitabilmente ripercussioni su tanti aspetti della vita quotidiana del paese.

Un mood che, a ben vedere, sembra non essere sparito nel calcio inglese, visti i risultati che in Europa hanno ottenuto le squadre coinvolte. In 3 giorni la Premier League ha visto 4 delle 5 squadre coinvolte eliminate dalla competizione a cui partecipavano, in un vero e proprio fracaso addolcito solo in piccola parte dall’Aston Villa.

Dal Manchester City fino al West Ham, passando per Arsenal e Liverpool, il calcio inglese subisce un duro colpo tanto per l’onore quanto per il Ranking UEFA, con un secondo posto che sembrava ampiamente alla portata e che rischia ora di essere perso in favore della Germania. Un’autentica Brexit 2.0 che spegne la luce sulla Premier League, in 5 partite che hanno raccontato gioco, andamenti e stati d’animo diversi.

Vendetta Real, sfuma il treble per il Manchester City

Impossibile non cominciare da quella che era la favorita numero per la vittoria della Champions League, che si è scontrata con il pragmatismo di quel demone di Carlo Ancelotti. Manchester City sconfitto ai rigori, dopo il 3-3 del Bernabeu e l’1-1 dell’Etihad Stadium, e vendetta Real Madrid servita, con quel 4-0 dello scorso anno che ancora bruciava dalle parti della capitale spagnola.

Ederson, Manchester City
Ederson, Manchester City @Twitter

I Citizens saranno stati anche i favoriti, ma quando parte la musichetta della Champions qualcosa di magico avvolge l’ambiente Real, come se tutto, a prescindere dal gioco espresso, diventasse possibile, immerso nell’habitat che lo riconosce come padrone di casa. Per il City sfuma il secondo treble di fila, impresa mai riuscita a nessuna squadra nella storia, e la delusione è doppia se si guarda all’andamento della gara.

La vittoria “all’italiana” di Ancelotti

In un calcio moderno come quello attuale, dove anche nel Bel Paese allenatori giovani come De Rossi, Thiago, Motta, Palladino e Gilardino stanno cercando di portare una cultura diversa improntata su un gioco propositivo, definirla una vittoria “all’Italiana” quella di Ancelotti può passare come qualcosa di negativo, che di fatto non è. Anche il grande Real Madrid, di fronte alle difficoltà che l’Europa può presentare, ha dimostrato di saper soffrire per portare a casa il risultato.

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I dati di fine gara parlano di un possesso palla del 67.3% del Manchester City e del 32.7% dei Blancos, con 33 tiri totali a 8. Abbastanza eloquenti come statistiche, che raccontano di un monologo dei Citizens dal momento dello svantaggio, gol di Rodrygo al 12′, fino ai rigori finali. Al di là del pareggio però, il lungo tiki taka guardiolano non ha scalfito il muro eretto da Rudiger e Nacho, protagonisti anche dei due penalties che hanno confezionato la qualificazione.

Real Madrid, esultanza
Real Madrid, esultanza

Dal canto suo Ancelotti ha puntato su solidità e compattezza, desideroso di portare il match a quei rigori che poi gli saranno amici. Emblematico è un finale di gara con Bellingham e Brahim Diaz unici “attaccanti” in campo, con l’ultima occasione per il Real Madrid che capita infatti sui piedi di Rudiger nel primo tempo supplementare.

Dopo una partita dominata senza però riuscire a pungere più di tanto, ai rigori il destino del Manchester City sembrava segnato, e così è stato: prima il discutibile tiro centrale di Bernardo Silva e poi l’errore di Kovacic, ennesima vittima degli allenatori che inseriscono nei minuti finali un giocatore al solo scopo di farlo calciare dal dischetto. L’Europa che conta perde i campioni in carica, ai quali rimane ora FA Cup e Premier League da vincere.

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Haaland piccolo con le grandi

È diventata celebre l’espressione “Panterone moscione” con cui Paolo Di Canio, a Sky Sport, definiva Lukaku, reo di essere poco determinato in campo e di non incidere nei big match. Non saremo noi a cercare nuovi animaleschi paragoni per definire Haaland, che sembra però avere un problema molto simile: in questa stagione, ma in particolare null’ultimo cruciale periodo, il norvegese sembra essere piccolo con le grandi, e a pagarne le conseguenze è il City.

31 gol in 39 presenze stagionali, certamente, ma nelle ultime 8 partite giocate dai campioni di tutto nelle tre competizioni, sono arrivati 2 gol, in Premier League contro Crystal Palace e Luton Town (rigore), mentre è rimasto a secco con Liverpool, Arsenal, Aston Villa, Newcastle e in entrambe le sfide con il Real Madrid. Tutte sfide in cui un giocatore del calibro di Haaland deve incidere.

Erling Haaland, Manchester City
Erling Haaland, Manchester City @livephotosport

Alle sue spalle un Julian Alvarez spesso sacrificato ma che offre sempre un apporto valido, e si è guadagnato il titolo di campione del mondo da titolare facendo sedere in panchina un certo Lautaro Martinez. La stessa finale di Champions League dell’anno scorso, con protagonista Acerbi, insegna che ad Haaland manca quell’ultimo step per essere considerato il miglior attaccante d’Europa e giocarsi il pallone d’oro con Mbappé.

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Arsenal acerbo

“Non abbiamo giocato la Champions per 7 anni e siamo arrivati ai quarti giocandocela fino alla fine. Ora c’è grande delusione per come è andata, ma abbiamo acquisito esperienza e lavoreremo su ciò che abbiamo sbagliato per migliorare gli errori”. Queste le parole di Arteta dopo la sconfitta e conseguente eliminazione per mano del Bayern Monaco, che non nascondono una realtà evidente a tutti: quello di oggi è un Arsenal forte ma ancora acerbo.

A dirlo sono anzitutto i numeri di questo 2024: prima dell’ultima gara persa contro l’Aston Villa, erano 10 vittorie ed 1 pareggio in Premier League nell’anno nuovo per i Gunners, in partite non solo vinte ma spesso dominate. Diversa storia in Champions, con gli ottavi passati a fatica ai rigori contro il Porto, ed una doppia sfida con un Bayern Monaco non in grande spolvero che gli ha visti cedere il pass verso le semifinali.

Trossard, Arsenal*
Trossard, Arsenal*

L’Europa insomma è un’altra storia, sia a livello qualitativo che psicologico, e la grande esperienza accumulata negli anni dai bavaresi, seppur condizionata da un rendimento stagionale non buono, ha fatto la differenza. All’Arsenal non resta che fare all-in su una Premier League, diventata un vero tabù nel nord di Londra.

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Il solito Arsenal?

E in effetti tutto l’entusiasmo accumulato in questo 2024, che avevano fatto volare la fantasia dei tifosi Gunners, sembra essere svanito nel giro di una settimana. Il mancato accesso alle semifinali di Champions League, benché il successo in Europa non fosse l’obbiettivo primario, sa di occasione persa, vista la fortuna nell’accoppiamento degli ottavi col Porto ed un Bayern Monaco tra i più in difficoltà della storia recente ai quarti.

A ciò si aggiunge il tonfo interno con l’Aston Villa in Premier League, che complica la corsa al titolo: se la contemporanea debacle del Liverpool con il Crystal Palace si è rivelata provvidenziale, la vittoria del Manchester City con il piccolo Luton Town ha fatto balzare al comando della classifica la squadra di Guardiola, con 2 punti di vantaggio sulle rivali. Tutto ancora aperto, ma passi falsi adesso rischiano di risultare fatali.

Mikel Arteta, tecnico dell'Arsenal
Mikel Arteta, tecnico dell’Arsenal @Twitter

Quella della scorsa Premier League, condotta per quasi tutta la stagione con un discreto vantaggio su City, è una ferita ancora aperta, in quello che è diventato un tabù inscalfibile: gli Invincibili di Wenger avrebbero probabilmente festeggiato di più se solo avessero saputo che quel titolo del 2004 sarebbe stato l’ultimo per tanti anni, ed anche quest’anno rischia di profilarsi all’orizzonte il solito vecchio Arsenal: forte e bello ma poco vincente.

Liverpool, mai sottovalutare l’Atalanta

La speciale Brexit delle inglesi però non si limita alla Champions, ma si allarga anche ad un Europa League che ha visto soccombere entrambe le due rappresentanti rimaste della Premier League. La vera sorpresa è senza dubbio il Liverpool, per distacco la favorita del torneo, che si è dovuta arrendere ad un’Atalanta eroica, che a costruito ad Anfield la sua qualificazione, rendendo dolcissima la sconfitta casalinga per 0-1, firmata Salah.

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Lo 0-3 andato in scena all’andata ha stampato nella mente di Klopp, giocatori e tifosi un mantra che in Italia abbiamo imparato a conoscere ma, probabilmente, ancora ignoto al resto d’Europa: mai sottovalutare l’Atalanta. La formazione iniziale ad Anfield invece, priva dei vari Salah, Diaz, Szoboszlai, Jota e Robertson, lasciava intendere una certa sicurezza di poter comunque portare a casa il risultato, e mai errore fu più fatale.

Salah, Liverpool*
Salah, Liverpool*

Al Gewiss Stadium il rigore trasformato da Salah dopo una manciata di minuti aveva fatto rabbrividire tutto il popolo bergamasco, ma l’Atalanta, da lì in poi, conduce una gara di grande maturità, dove le gambe non tremano e la paura di vincere è assente. Europa League che offre dunque una grande opportunità a tutte le squadre rimaste in corsa, con un Liverpool che si lecca le ferite e torna a testa bassa sulla Premier League.

Klopp e il Liverpool: addio amaro?

8 anni e mezzo di amore pure quello tra Klopp e il Liverpool, che mano nella mano sono passati dal buio degli anni del post Benitez al ritorno ai fasti di una volta, con la vittoria della Premier League, della Champions League e di altri trofei nazionali. L’addio rischia però di essere amaro, visto che ad una brutta stagione scorsa rischia di seguirne un’altra senza titoli, al di là della Carabao Cup: fuori in FA Cup, fuori dall’Europa League e campionato in bilico.

Alla debacle con l’Atalanta infatti è seguito, nello scorso weekend, la seconda sconfitta consecutiva entro le mura amica, contro un Crystal Palace con molte meno motivazioni dei Reds. Manchester City che è andato ora a +2, e bisognerà sperare in un passo falso dei Citizens per regalare a Klopp la gioia di un’ultima Premier League prima di salutarlo.

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Jurgen Klopp, tecnico del Liverpool
Jurgen Klopp, tecnico del Liverpool @livephotosport

Domenica c’è il Fulham da affrontare, ma prima il tecnico tedesco, che ha annunciato uno stop di almeno un anno dal mestiere di allenatore, si è reso protagonista di gesti da uomo d’onore nei confronti dell’Atalanta, complimentandosi con tutti i giocatori uno ad uno, inchinandosi alla curva della Dea e ammettendo una meritata sconfitta nel post partita. Mancherà al Liverpool e mancherà al calcio una personalità come Klopp.

Lotta il West Ham, passa il Leverkusen

Accanto al Liverpool, anche il West Ham saluta l’Europa, ma in questo caso l’impresa era decisamente più ardua. Di fronte un Bayer Leverkusen leggendario, che anche nella gara di ritorno, nella quale bastava una sconfitta per 0-1, non ha voluto macchiare lo straordinario record di 0 sconfitte in 44 gare stagionali. Il gol di Frimpong prossimo al 90′ è provvidenziale in tal senso, e permette alla squadra di vivere con maggior serenità il finale di gara.

Una qualificazione sfumata causa il 2-0 dell’andata, con il West Ham che lotta all’Olympic Stadium, mettendo sul campo un primo tempo di grande spinta e qualità, ma che non basta a cesellare la rimonta sugli uomini di Xabi Alonso, prossimi avversari della Roma proprio come nella semifinale di Europa League di un anno fa.

Vitale per gli Hammers sarà smaltire questa delusione e concentrarsi su una Premier League che può ancora regalare gioie: l’8° posto attuale basterebbe per la Conference League soltanto in caso di aiutino dal Ranking UEFA, un qualcosa che non può ad oggi essere dato per scontato. Al 6° e al 7° posto però ci sono Newcastle e Manchester United, con il West Ham che ha le carte in regola per riconfermare l’Europa.

Moyes, allenatore del West Ham
Moyes, allenatore del West Ham @Twitter

Aston Villa orgoglio inglese

La Brexit 2.0 che vi stiamo raccontando non ha raggiunto l’unanimità dei partecipanti grazie all’Aston Villa, unica superstite di una tre giorni di coppe europee estenuante per l’Inghilterra. Tutt’altro che una passeggiata però la qualificazione alle semifinali di Conference League ottenuta dalla squadra di Unai Emery, che ha trovato nel Lille un avversario capace di trascinarla fino ai rigori al Pierre-Mauroy.

Aston Villa che deve ringraziare prima la buona sorte, che ad un paio di minuti dalla fine della gara permette a Cash di sfruttare un errore in uscita di Chevalier e trovare il gol che vale i supplementari, e poi El Dibu Martinez: come nei Mondiali in Qatar, il portiere argentino mette in scena il suo show personale durante i rigori, fatto di gesti alla tifoseria ospite, ammonizione dell’arbitro durante i penalties e balletto post parata decisiva.

All’Aston Villa il compito di tenere alto l’onore dell’Inghilterra in Europa, in una campagna che vede la Premier League ridimensionata nel suo ruolo di campionato migliore del mondo. Le sfide del City, del Liverpool, dell’Arsenal e del West Ham hanno insegnato che i modi per vincere sono tanti e diversi, e che gli altri campionati viaggiano di pari passo a quello inglese.

Lettura: ✖️ Brexit 2.0, la Premier League saluta l’Europa: dal City fino al West Ham

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