A Faenza, quando ero bambina, mia nonna mi portava in via Severoli a visitare una zia che viveva in una di queste case. Ricordo la soglia buia, poi all'improvviso lo spazio del cortile che si apriva come un pozzo di aria. Il suono cambiava lì dentro, le voci rimbalzavano diversamente, e i muri di mattone facevano ombra anche a mezzogiorno. Non sapevo allora che stavamo entrando in uno schema urbano che aveva ordinato Bologna e mezza Emilia dall'epoca medievale fino al Novecento.
La casa a corte bolognese non è una singola abitazione. È un organismo complesso dove più nuclei familiari, spesso tra loro legati da parentela o da rapporti di lavoro, condividono uno spazio aperto centrale e, di norma, una o più scale comuni. Attorno al cortile si distribuiscono le facciate interne, le finestre, i ballatoi. È un modello che risolve il problema della densità urbana in modo efficiente: concentra più unità abitative nello stesso lotto, consente a ciascuna di avere accesso alla luce naturale, e offre uno spazio di comunicazione e controllo tra i residenti. Nel sistema medievale e rinascimentale, quella corte era luogo di lavoro, di socialità, talvolta di orto e di animali.
Bologna nei secoli XII e XIII cresceva in fretta. Le mura si espandevano, la popolazione aumentava, i commerci attiravano gente dalle campagne. Non c'era spazio per case unifamiliari sparse. La logica costruttiva doveva essere quella della massimizzazione: inserire quanti più abitanti possibile nell'area disponibile. La casa a corte era la risposta a questa pressione. Non era soluzione innovativa, né importata da lontano. Era adattamento pragmatico al terreno e alla necessità. Funzionava così anche a Firenze, a Siena, a Perugia. Ma Bologna sviluppò una variante propria, legata ai suoi poteri costruttivi specifici e alla conformazione del territorio della pianura padana.
Quello che colpisce studiando queste case, anche solo passando sotto i loro portoni, è la coerenza strutturale. Le facciate esterne spesso risultano austere, quasi fortilizi: muri lisci in laterizio, poche aperture ai piani bassi, protezione. Ma appena varcata la soglia, il cortile interno mostra un volto completamente diverso. Porticati, logge, ballatoi in legno, finestre numerose e regolari. È come se la casa indossasse due facce: una pubblica, difensiva, rivolta alla strada disordinata e pericolosa della città; un'altra privata, ospitale, costruita intorno alla corte come a un focolare domestico collettivo.
Nel corso del Quattrocento e del Cinquecento, le case a corte bolognesi si sono consolidate e hanno acquisito una certa eleganza. I proprietari erano spesso ricchi mercanti, artigiani di lusso, notai, professori dello studio universitario. Le loro dimore riflettevano uno status: la corte diventava spazio di rappresentazione, a volte ornata con colonnati, capitelli, tracce di affresco. Nel primo Novecento, il fotografo Luigi Ghirri avrebbe colto in molte città emiliane questi cortili semi-nascosti, fotografandoli come archeologie del quotidiano, frammenti di una città che non mostra i suoi volumi veri da strada.
Passare dalle case a corte del centro storico a quelle di periferia, costruite tra i decenni Cinquanta e Ottanta del Novecento, è quasi uno shock. Lo schema rimane riconoscibile, ma la qualità costruttiva cambia, la proporzione tra volume esterno e spazio interno si deforma. Il cemento armato sostituisce il mattone. Le corte si restringono. Il controllo visivo diminuisce. Eppure anche quelle abitazioni, spesso costruite dai contadini che migravano in città cercando lavoro in fabbrica, mantenevano il principio della casa a corte: entrare, trovare uno spazio aperto, salire le scale insieme agli altri vicini.
Oggi molte di queste case vengono restaurate con grande cautela. Restauratori e architetti devono decidere fino a che punto conservare la logica originale del vivere collettivo, e fino a dove adattare la struttura ai bisogni contemporanei di privacy e di autonomia. Alcuni cortili vengono trasformati in spazi pubblici o semi-pubblici; altri rimangono privati ma aperti a residenti temporanei; altri ancora vengono suddivisi e venduti come unità separate.
Mia madre dice che le case a corte erano sporche, fredde, invadenti. Che perdere la privacy era il prezzo troppo alto. Mio padre invece ricorda il passaparola della nascita del figlio della signora al primo piano, il modo in cui la comunità sapeva tutto di tutti. Io ricordo solo il rumore della corte, il modo in cui il suono amplificato dalla pietra faceva sembrare più viva quella comunità di estranei legati solo da muri in laterizio. Era davvero meglio prima? Non lo so. Mia madre insiste di sì, mio padre esita. Ricordo solo la luce pomeridiana che scendeva verticale nel cortile di nonna, quella luce che oggi nessuna casa nuova, aperta su tutti i lati, riesce a catturare.
