Ricordo la prima volta che mia nonna mi portò a vedere le Cinque Terre, negli anni ottanta, quando la strada panoramica non era ancora trafficata e i turisti arrivavano ancora a piedi. Lei camminava lentamente tra i viottoli di Manarola, toccando le facciate delle case come se leggesse una storia incisa nella pietra. Mi disse che quelle pietre grigie e rosa erano state messe una sull'altra da mani che non conoscevano il compenso fisso, ma il raccolto. Aveva ragione. I borghi delle Cinque Terre non sono nati da un piano urbano, da una mappa; sono nati dalla fatica di stare sul margine, tra il mare che minacciava di invadere e la montagna che premeva dall'alto.
Monterosso al Mare è il più grande dei cinque borghi, l'unico con una spiaggia sabbiosa vera. Sorge su una costa che degrada dolcemente, cosa rara in questa parte della Liguria, e per questo motivo la sua struttura urbana è meno verticale rispetto agli altri quattro paesi. Nel Medioevo Monterosso aveva muri di difesa contro le incursioni saracene, e ancora oggi si vede l'impianto della fortezza nel disegno delle vie principali. Le case più antiche risalgono al quattordicesimo secolo, costruite in pietra locale con finestre piccole rivolte verso l'interno delle corti, non verso il mare. Non era una scelta estetica. Il mare era nemico.
Vernazzo è diverso. Pende sul mare come una goccia d'acqua pronta a cadere. Le case sono incastonate le une nelle altre senza spazi vuoti, e la piazza principale scende direttamente fino alla banchina del porto. Non c'è separazione tra spazio pubblico e acqua. Quando guardi Vernazzo dal mare, sembra una decorazione medievale dipinta su una roccia, non un paese vero. Ha un castello che sorveglia il porto da una punta di terra, costruito nel tredicesimo secolo. Nel corso dei secoli il castello è stato distrutto e ricostruito più volte: dai Genovesi, dai Pisani, ancora dai Genovesi, dai pirati ottomani. Ogni distruzione ha lasciato un segno nell'architettura che vedi oggi.
Corniglia è l'unica dei cinque borghi che non tocca il mare direttamente. Sta su un promontorio alto e isolato, raggiungibile solo tramite una scalinata di trecentotrentuno gradini salita tra i vigneti, o dalla strada che viene dai centri interni della valle. Questa solitudine geografica ha preservato Corniglia dall'omologazione edilizia che caratterizza tanti paesi costieri. Le case mantengono ancora oggi la loro forma medievale: torri di abitazione strette e alte, con le fondamenta che poggiavano sulle rocce, non su una base di terreno. La disposizione urbana è un intreccio di vicoli strettissimi dove il sole non arriva quasi mai al suolo.
Manarola e Riomaggiore condividono una caratteristica: entrambe sorgono sulle foci di piccoli torrenti, e per questo motivo le loro case furono costruite con tecniche di drenaggio particolari. I muri di fondazione hanno fori per permettere all'acqua di passare senza accumularsi. Chi restaurò case in questa zona dopo il dopoguerra mi ha detto che questi fori venivano spesso chiusi per errore, con conseguenze strutturali che si vedevano dopo pochi decenni. Manarola è il paese più fotografato dei cinque, con le case che si riflettono nell'acqua al tramonto. Riomaggiore è il più meridionale, e la sua architettura cambia leggermente: i tetti qui sono più piatti, influenzati dalla tradizione costruttiva delle Cinque Terre più meridionali.
Le vigne terrazzate e lo spazio costruito
Non si può parlare dei borghi delle Cinque Terre senza parlare delle vigne. Queste coltivazioni non sono un accessorio paesaggistico, sono parte della struttura urbana quanto le case stesse. I terrazzamenti furono creati a partire dal dodicesimo secolo, con muri di contenimento costruiti in pietra secca, senza malta. Il lavoro era infernale: ogni muro doveva essere perfetto perché l'acqua piovana non erodesse il terreno sottostante. I viticoltori lavoravano d'inverno per costruire i muri, e d'estate coltivavano le viti che producevano il Cinque Terre bianco, un vino dolce fatto con la Bosco, la Albarola e la Vermentino.
Quello che colpisce di queste terrazze non è solo la loro estensione, ma il modo in cui convivono con le case. I confini tra lo spazio coltivato e lo spazio abitativo sono sfumati. In alcuni borghi, come a Manarola, le case si arrampicano tra i vigneti, e il camminamento da una casa all'altra passa attraverso i terrazzamenti. Non esiste una separazione netta tra urbano e rurale, come accade nelle città costruite secondo la logica di zoning moderna. Tutto è mescolato.
Questo paesaggio stratificato ha rappresentato una sfida costante per chi lo viveva. Nel dopoguerra, negli anni cinquanta e sessanta, molti abitanti abbandonarono i borghi per emigrare verso Genova, La Spezia o più lontano ancora, verso il nord Europa. La gestione dei vigneti divenne antieconomica. I terrazzamenti iniziarono a degradarsi. Solo dall'anno duemila in poi, con l'arrivo del turismo culturale e la consapevolezza che il paesaggio delle Cinque Terre aveva un valore universale riconosciuto, alcuni vigneti furono ristrutturati con contributi pubblici e privati. Ma il recupero è sempre stato parziale e fragile.
Lo spazio abitativo verticale
Le case dei cinque borghi raccontano una lezione di costruzione che le architette del Novecento insegnerebbero oggi come esempi di massima efficienza. Una casa tipica delle Cinque Terre medievali è una torre di abitazione alta tre o quattro piani, larga quattro o cinque metri, profonda tre. La cucina e lo spazio di convivenza stavano al piano terra o al primo piano, perché lì era più fresco e più facile accedere al pozzo o al ruscello. I piani superiori erano camere da letto. La scala era ricavata nello spessore del muro, e veniva sistemata non al centro della casa ma a un angolo, per non sprecare lo spazio abitabile. Le finestre erano piccole in origine, non per cattivo gusto ma perché il vetro era costoso, e le aperture piccole disperdevano meno calore d'inverno.
Quello che è cambiato dal Rinascimento in poi è la posizione delle finestre. Nel quindicesimo e sedicesimo secolo, con l'idea che il mare non fosse più solo una minaccia militare ma anche una risorsa e uno spettacolo, le facciate iniziarono a girarsi verso l'esterno. Le finestre diventarono più grandi, i balconi apparvero in facciata. Le case non erano più fortificazioni, ma dimore che cercavano il panorama. Questo cambio di orientamento è visibile ancora oggi se confronti Vernazzo con Manarola: la prima ha ancora la logica medievale della corte interna, la seconda ha già il Rinascimento scritto nelle facciate aperte sul mare.
Le scale pubbliche che collegano i piani diversi dei borghi sono un'invenzione urbanistica particolare. Non c'erano vere e proprie strade carrabili fino al ventesimo secolo. Lo spazio pubblico era costituito da scalinate, da passaggi coperti, da archi che collegavano le case le une alle altre. In alcuni punti di Vernazzo e Riomaggiore queste strutture sono così intricate che è difficile capire dove finisce la proprietà privata e dove inizia lo spazio collettivo. È un atto costruttivo che non conosce il diritto moderno della proprietà assoluta.
Era davvero più bello prima, quando la Liguria era povera e nessuno voleva viverci? Non lo so. Mio padre dice che i pescatori e i viticoltori delle Cinque Terre avevano una dignità che oggi è scomparsa, rimpiazzata dal turismo usa e getta. Mia madre dice che oggi quei borghi almeno non si spopolano più, che c'è interesse, soldi, futuro. Io ricordo solo la luce del pomeriggio a Manarola, quando il sole colpisce le facciate rosa e gialle delle case, e quella luce non riesco a trovarla in nessun'altra descrizione.
