Ricordo ancora la cucina di mia nonna a Faenza quando mi portava i cataloghi di case che sfogliava seduta al tavolo di formica. Una volta mi fermò su una fotografia di Castelnuovo di Garfagnana e disse: "Guarda, quelle mura non sono cambiate dai miei tempi". Io avevo otto anni e non capivo cosa volesse dire, ma sentivo nel tono della sua voce una sorta di meraviglia mista a nostalgia. Quella valle tra le Apuane e l'Appennino, lontana dalle vie principali della Toscana, ha mantenuto davvero il suo volto antico più di altri posti.
La Garfagnana è una valle stretta della provincia di Lucca, incastrata tra il crinale dell'Appennino a nord e il profilo carsico delle Apuane a sud. I borghi sparsi qui dentro, da Castelnuovo di Garfagnana a Piazza al Serchio, da Minucciano a Molazzana, conservano ancora le case costruite tra il Seicento e il primo Ottocento con una logica costruttiva che non ha nulla di casuale. Le mura sono in pietra locale, grigia per le zone dell'Appennino, bianca e compatta per i paesi più vicini alle cave apuane. Gli spessori superano spesso i sessanta centimetri, a volte un metro nei piani terra dove le stalle occupavano lo stesso edificio della famiglia. Le aperture sono piccole, i serramenti pochi. Non è negligenza: è risposta al clima. D'inverno scende sotto lo zero, in primavera le piogge sono violente.
Camminare per le vie strette di questi borghi significa osservare un'economia costruttiva dimenticata. Una famiglia facoltosa del Seicento non comprava un progetto da un ingegnere. Comprava la pietra dalla cava, la mattone se serviva dal fornace più vicino, e costruiva aggiungendo ai piani sottostanti quando i figli crescevano. Le scale erano spesso esterne, in legno di castagno, una soluzione che permetteva di guadagnare spazio interno senza spaccare le mura. I balconi erano piccoli, il materiale più prezioso allora non era il ferro battuto ma il legno coperto, che riparasse dalla pioggia.
Cosa resiste ancora nei muri di pietra
La particolarità della Garfagnana è che molti borghi non sono stati cancellati dalle ristrutturazioni selvagge degli anni Settanta e Ottanta come accadde altrove. Mia madre ha sempre detto che la distanza dai grandi assi stradali li ha salvati. Mio padre aggiunge che il costo della pietra da portare fino lassù sconsigliava le demolizioni: conveniva restaurare quello che c'era.
A Castelnuovo di Garfagnana, il capoluogo, le case intorno alla piazza ancora mantengono l'assetto del Cinquecento. Piazza al Serchio ha conservato le sue piazzette angolose dove le case si toccano, una geometria che non segue regole di allineamento ma di spazi percorribili a piedi. I muri dei piani terra, dove una volta c'erano i forni comuni del paese, mostrano ancora gli anelli di ferro dove si legavano gli animali. A Minucciano, verso nord verso l'Appennino, le case sono costruite con una densità ancora maggiore, come se il freddo più spietato spingesse gli abitanti a stringersi più vicini.
Una caratteristica ricorrente è la presenza di pozzi comuni nelle piazzette, una soluzione che persiste dal Medioevo. Non è un dettaglio folklorico: parla di un'organizzazione collettiva della vita quotidiana che in molti paesi piano è scomparsa. Qui ancora le fontane pubbliche hanno senso nella memoria del posto.
Lo spazio domestico tra montagna e valle
Le case della Garfagnana parlano il linguaggio delle montagne non troppo alte, quella zona di transizione tra l'Appennino e i rilievi minori della Toscana dove il clima è duro ma non impossibile. I pavimenti sono di pietra lavica o terracotta, spessi. I camini, quando ancora funzionano, sono grandi buchi scuri che occupano interi muri. La cucina era il centro della casa invernale, il posto dove si accendeva il fuoco che scaldava anche le stanze sopra attraverso il calore che saliva. Una soluzione intelligente, costruita senza ingegneria moderna.
Le stalle al piano terra garantivano un calore vivo anche d'inverno, una coabitazione tra animali e umani che oggi sembra strana ma era norma fino agli anni Sessanta. Il caldo dei corpi, la fermentazione del letame, il respiro del bestiame: tutto questo manteneva la temperatura dell'edificio superiore ai dieci gradi anche quando nevicava. Mia nonna mi raccontava che in inverno si dormiva al caldo della stalla nel piano sopra, e che non ci si immagina quanto sia importante l'assenza di umidità quando le pareti respingono il gelo da fuori.
Il paesaggio costruito che resiste
Quello che colpisce della Garfagnana è che non è un parco a tema, non è stata congelata nel tempo dagli studi universitari. La gente ancora ci abita, le case ancora funzionano, i tetti vengono riparati con coppi rossi come erano cento anni fa. Le nuove costruzioni rimangono ai margini dei borghi, non invadono gli spazi antichi. Non so se questo sia voluto o casuale, se dipenda da una scelta amministrativa consapevole o dalla semplice economie della montagna, che ancora respinge chi non è necessario.
Passando da Molazzana a Vergemoli, da Sillano a Fornovolasco, si capisce che la forma di questi borghi non è teatro. È sedimento. Sono decine di generazioni di costruttori che adattavano gli spazi al terreno, che risparmiavano pietra dove potevano, che amplificavano la densità dove il sole scaldava poco e il vento era forte. Non c'è eleganza formale, solo proprietà costruttiva. Un muro spesso è un muro spesso perché la neve pesa, non perché è bello.
Era davvero meglio prima? Non lo so. Mia madre dice di sì, mio padre dice di no. Io ricordo solo quella fotografia nella cucina di nonna, le mura grigie della Garfagnana che non cambiavano, e mi chiedo se oggi una casa costruita così, con costi e tempi così diversi dai nostri, riuscirebbe ancora a durare senza il restauro, senza l'architetto, senza il permesso. Probabilmente no. E forse è solo nostalgia di una necessità che non ha più ragione di essere.
