Il ciclo di Aurelio, il flop di De Laurentiis e Napoli diventa spettatore

Redazione
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Un ciclo terminato lo stesso giorno in cui sarebbe dovuto iniziare, quando l’attuale Presidente del Napoli accalamava un microfono di conquista digerendo la prima vera vittoria della società azzurra e rilanciando, per giunta, con nuovi trionfi. Il pubblico, lo stesso che gridava ai nomi di Osimhen e Kvaradona nell’unica stagione degna di nota, ascoltava e farfugliava consapevole che il dramma si stava già consumando.

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L’addio di Giuntoli a spolverare, forse, il più doloroso addio che già deteriorava il nome dell’eroe Spalletti, da grande profeta della costa campana a “giustificato fuggitivo di impossibili altri traguardi”. E si cantava e si ballava al Maradona, tentando di far finta di niente, sbandierando i colori di una squadra che dai tempi di Diego non si divertiva così tanto.

A rovinare la festa, di nuovo, il solito Aurelio, quello che tentava di cantare successi, nascondendo il De Laurentiis più simile ad un mister Hyde dei nostri tempi che ad un Presidente tipicamente silenzioso. L’Aurelio azzurro gridava scudetti e Champions League, nascondendo addii e pessime scelte. Garcia, prima, Mazzarri, poi e adesso toccherebbe al povero Calzona provare a nascondere gli sconsiderati errori di questa stagione; nuovo colpevole inconsapevole di una gestione più che mai incerta.

Quali scudetti e Champions League

Se non fosse già fin troppo chiaro, il ciclo è bello e finito. Lo sanno anche i più ottimisti che il calcio – salvo eccezioni formidabili – si costruisce negli anni, collezionando vittorie e, perché no, anche passi falsi; tutto utile e necessario a mantenere vive speranze e illusioni. Il Napoli, quello di oggi, ha perso lo smalto, la voglia, la speranza – figuriamoci le illusioni – ha perso tre allenatori (Spalletti non ce lo mettiamo?!) e ha già perso anche Osimhen.

Il rinnovo di contratto dell’attaccante nigeriano, annunciato da Aurelio, esaltante e utile a rimotivare una piazza davvero troppo distratta, non è servito a recuperare quella meravigliosa lucidità tipica della stagione più trionfante; e, poi, l’addio dello stesso giocatore sfatato, invece dal solito De Laurentiis “necessario”, ha svelato le carte di una partita già persa. Come quando i due assi nascosti nella manica del più bravo cadono sul tavolo nell’incredulità degli altri giocatori.

Gli Autogol hanno enfatizzato il messaggio napoletano sfruttando i social, di cui sono i padroni, rilanciando colloqui e possibilità, deridendo l’attuale condizione azzurra con un più chiaro messaggio, del tipo “A Napoli il prossimo allenatore potresti essere tu!”. Bhè, niente di più sbagliato.

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Ed in tutto questo, a rimetterci, è proprio il popolo napoletano, triste spettatore di uno spettacolo di ormai intollerabile “di”gestione. E, se Aurelio chiama successi e De Laurentiis ammette consapevole realtà, il dubbio post gioia di chi l’azzurro lo porta nel cuore non può certo navigare nell’indifferenza più totale: ” Caro Aurelio quando torni De Laurentiis? Se poi fosse il contrario sarebbe anche meglio, lasciatelo dire”. Vabbè, ma a Napoli c’è il sole…

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