Quando pensiamo alle grandi conquiste dell'umanità, raramente includiamo nella lista quella che forse è stata la più rivoluzionaria: il momento in cui i nostri antenati hanno trasformato l'atto privato del cibarsi in un'esperienza sociale condivisa attorno al fuoco, dando origine alla convivialità come la conosciamo oggi. Eppure, proprio questo gesto apparentemente semplice ha plasmato la nostra specie più di qualsiasi altra innovazione tecnologica.

Alle origini della convivialità

Fin dalle prime civiltà sumere del terzo millennio avanti Cristo, mangiare insieme aveva già assunto un significato che andava oltre il semplice nutrimento: serviva a distinguere l'essere umano dalle bestie non solo attraverso la cucina, ma soprattutto per la convivialità e le funzioni sociali della mensa. Mangiare e bere insieme serviva a rafforzare l'amicizia fra eguali e le relazioni del signore con i suoi vassalli, stabilendo gerarchie e alleanze che sarebbero durate per secoli.

La convivialità è iniziata nell'era primitiva con il ritrovarsi attorno a un fuoco per spartirsi il cibo prima solo cacciato e ora cotto, per guardarsi in faccia e iniziare a comunicare su come dividerlo. Come osserva l'archeologo Martin Jones, "una caratteristica costante della nostra specie è il cerchio del gruppo di famiglia che conversa riunito attorno al fuoco, punto focale della preparazione dei cibi al centro dell'azione sociale".

La medicina della condivisione

Oggi la scienza conferma quello che l'istinto umano ha sempre saputo. Una scientific review italiana realizzata da Elisabetta Bernardi dell'Università di Bari e Francesco Visioli dell'Università di Padova conferma una correlazione diretta tra la condivisione dei pasti e una salute migliore: mangiare in compagnia riduce il rischio di depressione, ansia e gravi condizioni di salute fisica come malattie cardiache, ictus e diabete.

Il piacere legato al consumo di cibo insieme induce la secrezione di ossitocina ed endorfine, neurotrasmettitori che promuovono la sensazione di benessere. Quando mangiamo, soprattutto cibi che ci piacciono, il nostro cervello aumenta la produzione di endorfine, e mangiare insieme in gruppo aumenterebbe infatti il rilascio di questo neurotrasmettitore.

Uno studio pubblicato il primo marzo 2024 sulla rivista "Family, Systems, and Health" rivela evidenze convincenti sull'importanza dello stare insieme attorno alla tavola, dimostrando che "i benefici dei pasti condivisi vanno oltre l'evitare risultati negativi sulla salute e meno sintomi depressivi, questa ricerca mostra che i pasti familiari condivisi promuovono felicità ed emozioni positive".

Il paradosso della modernità

Eppure la convivialità si pratica sempre di meno, a causa dei cambiamenti sociali in corso da tempo in tutto il mondo, accentuatisi durante la pandemia. Il cambiamento fa parte di un logoramento generale del tessuto sociale e della vita di comunità. Anche sulle tavole italiane si affacciano ospiti sgraditi: la tecnologia sta modificando le dinamiche. Il 20% degli italiani ha l'abitudine di condividere sui social media le foto del pasto, mentre ben quattro su dieci mangiano con la televisione accesa.

Dagli studi scientifici emerge che il numero di persone che abitualmente mangiano sole è in continua crescita e che, mentre il pasto in solitaria viene percepito come qualcosa di sano, quello in compagnia è un'occasione per consumare alimenti più ricchi di grassi e poveri di fibra. Un paradosso della modernità: proprio quando la scienza dimostra i benefici della condivisione, noi ci allontaniamo sempre più dalla tavola comune.

Convivialità versus commensalità

Ma cosa distingue il semplice mangiare insieme dalla vera convivialità? La commensalità in alcuni casi è formale e può essere l'espressione di una gerarchia e di un obbligo, piuttosto che di un'iniziativa di slancio altruistico in piena reciprocità con il prossimo, come è tipico, invece, della convivialità. Nella convivialità non vi sono gerarchie sociali o ruoli che determinano la condivisione del pasto, vissuto come un momento di vita quotidiana; non ci si siede per mangiare, ma per mangiare insieme.

Quando si è a tavola insieme si mangia, certo, ma anche si condivide, si sviluppano relazioni e modalità di stare con gli altri. Il momento del pasto è un momento sociale e formativo; rafforza i legami tra genitori e figli e tra fratelli. La presenza di almeno uno dei genitori garantisce che le tematiche che possono emergere vengano sviluppate in un ambiente familiare ed emotivamente sicuro.

Il ritorno alla tavola

La conclusione degli studiosi non può che essere un invito a tenere in maggiore considerazione questi aspetti, cercando di valorizzare il più possibile il momento dei pasti condivisi, che apportano benefici a tutte le età, e in ogni situazione. Come ha evidenziato Elisabetta Bernardi, non è necessario rimpiangere modelli del passato: ogni occasione è valida per riscoprire i benefici dello stare insieme, che si tratti di un pranzo in famiglia, di una cena al ristorante, di un brunch tra amici o della partecipazione a eventi e degustazioni che mettono il cibo al centro dello scambio sociale.

Come dice un antico proverbio italiano, "a tavola non si invecchia": consumando i pasti in compagnia di persone care non ci si accorge del trascorrere del tempo, si resta sospesi in una dimensione gioiosa e serena che è benefica sotto molti aspetti. In un'epoca di solitudine crescente e connessioni virtuali, riscoprire il senso profondo della tavola condivisa non è nostalgia del passato, ma medicina per il presente.