Nel borgo ligure di Ceriana, quando scende la sera del Giovedì Santo, risuonano ancora i corni ricavati dalla corteccia e le tabulae percosse con bastoni. Sui carrugi si riscopre il valore del suono e del ritmo: i corni ricavati dalla corteccia e le tabulae percosse con bastoni segnano i passi della cena del Signore e delle processioni penitenziali. Ma questo borgo dell'entroterra imperiese, come migliaia di altri centri italiani, vive una lotta quotidiana per mantenere vive tradizioni millenarie minacciate dall'inesorabile spopolamento.
L'Italia dei piccoli centri che scompare
Il 72% degli oltre 8.000 comuni italiani conta meno di 5.000 abitanti. Un'Italia dove vivono 10 milioni e mezzo di cittadini e che rappresenta oltre il 55% del territorio nazionale. Eppure, questo patrimonio di comunità sta vivendo una crisi senza precedenti. Le cause principali sono la globalizzazione, che favorisce prodotti e culture standardizzate, lo spopolamento dei piccoli borghi dove le tradizioni sono più radicate, e la mancanza di un ricambio generazionale.
La Pasqua rappresenta forse il momento più emblematico di questa perdita culturale. In molti centri minori la Settimana Santa non è solo liturgia, ma un evento collettivo che fonde religiosità, folklore e cucina popolare, coinvolgendo confraternite, figuranti e intere famiglie. Tradizioni che da secoli tramandano di generazione in generazione riti e tradizioni del periodo pasquale, ma che oggi faticano a trovare nuovi custodi.
I riti della luce che si spengono
Tra i borghi alpini, a Gromo, la scena cambia ma conserva l'intensità: prima della processione serale si preparano i cosiddetti bocconi, ciuffi di stracci imbevuti che bruciano appesi alle croci, mentre piccoli lumini realizzati con gusci di lumaca riempiti d'olio illuminano cancelli e portali trasformando il borgo in un percorso di luci tremolanti. Questi rituali di luce, carichi di simbolismo ancestrale, richiedono una preparazione minuziosa e la partecipazione attiva della comunità.
Ancora più raro è il caso di Romagnano Sesia, in provincia di Novara. Solo negli anni dispari, infatti, va in scena il Venerdì Santo, una celebrazione di ben 4 giorni, in cui più di 300 attori e comparse fanno rivivere agli spettatori la Via Crucis di Gerusalemme. Ma organizzare un evento di tale portata diventa sempre più difficile quando la popolazione giovane emigra verso i centri urbani.
Le confraternite senza eredi
Nel Sud Italia, la situazione non è diversa. Recandoti a Iglesias, potrai esplorarne il magnifico centro storico medioevale, che durante la Settimana Santa si popola di manifestazioni religiose di notevole impatto. Le contaminazioni plurisecolari derivanti dalla lunga dominazione spagnola caratterizzano i rituali pasquali, i cui protagonisti sono i babballottis. Ma anche qui, il ricambio generazionale nelle confraternite diventa problematico.
La perdita non riguarda solo i grandi eventi scenografici. In Gromo si condivide la maiassa, una torta rustica a base di farina gialla, cipolle o porri, fichi secchi e mele, simbolo di condivisione. Nelle piazze di Ceriana si gustano i frisciöi, frittelle semplici che accompagnano le veglie. Questi saperi gastronomici, legati ai prodotti del territorio e ai cicli stagionali, rischiano di scomparire insieme alle comunità che li hanno generati.
Il patrimonio immateriale che si dissolve
Secondo l'UNESCO, il patrimonio culturale immateriale include tradizioni orali, arti dello spettacolo, pratiche sociali, riti, eventi festivi, conoscenze e pratiche concernenti la natura e l'universo, e l'artigianato tradizionale. È un patrimonio vivente, che si evolve ma rischia di scomparire se non viene praticato e trasmesso.
Alcune tradizioni mostrano segni di particolare fragilità. Sulle colline piemontesi di Langhe e Roero, c'è una tradizione che richiama un rito contadino dei secoli scorsi: il Cantè J'euv. Per salutare l'arrivo della primavera, gruppetti di giovani si incamminavano verso le cascine più lontane, dove intonavano canti sotto le finestre dei padroni di casa per richiedere loro un dono. I contadini scendevano e regalavano loro per lo più uova fresche. Oggi il Cantè J'euv viene rievocato con riti folkloristici basati su musica e buon cibo, spesso a scopo benefico, ma la spontaneità del rito originario si è perduta per sempre.
Verso un futuro incerto
Non tutto è perduto. In alcuni paesi toscani ho avuto modo di verificare iniziative che, pur sembrando esercizi di "amarcord", si sono rivelate risolutive nel recupero di economie locali, con la valorizzazione degli aspetti ambientali e storici, con la promozione di certe riscoperte rese fruibili ai visitatori. A distanza di tempo, questa idea è divenuta realtà e, in alcune zone, sta contribuendo concretamente a ricostruire una microeconomia.
Tuttavia, il rischio di una "museificazione" delle tradizioni è concreto. La trasformazione in villaggio turistico, non offre soluzioni corrispondenti a un autentico recupero dell'insediamento storico abbandonato. Le tradizioni pasquali perdono la loro autenticità quando diventano semplici spettacoli per turisti, invece di rimanere espressione vivente di una comunità.
Visitare questi borghi durante la Pasqua significa entrare in contatto con comunità che conservano consuetudini vive: le confraternite, i cori che intonano i miserere, le rievocazioni storiche e gli eventi pirotecnici sono occasioni per comprendere l'anima di ogni luogo. Ma per quanto tempo ancora? La sfida è enorme: salvaguardare un patrimonio immateriale che rappresenta l'identità più profonda dell'Italia, trovando un equilibrio tra conservazione e innovazione, tra memoria del passato e prospettive future. Il tempo stringe, e ogni Pasqua che passa potrebbe essere l'ultima per alcune di queste preziose tradizioni.
