Una guida spegne la torcia. Per qualche secondo il nero è totale. Siamo a quaranta metri sotto piazza del Plebiscito, in una galleria scavata dai Greci intorno al quarto secolo avanti Cristo, e il silenzio è quello di chi sa di stare dentro la pancia di una città che continua a vivere sopra. Gli occhi si abituano lentamente. Emergono i contorni di blocchi di tufo squadrati, nicchie dove una volta bruciavano lampade a olio, buchi nel soffitto dove le radici degli alberi hanno fatto breccia dopo duemila anni. Questo è quello che la maggior parte dei visitatori di Napoli non vede mai: una metropoli parallela, tanto profonda quanto la superficie è caotica.

Il labirinto ipogeo di Napoli non è una singola attrazione turistica, ma un complesso intricato di livelli storici che si sovrappongono. Le catacombe cristiane si trovano accanto alle cave di tufo scavate dai Greci di Neapolis, che si intersecano con i rifugi antiaerei della Seconda guerra mondiale. Ogni strato racconta un'epoca diversa, una necessità diversa, un modo diverso di abitare lo spazio. Non è una struttura ordinata o facile da mappare. È piuttosto un palinsesto archeologico dove la cronologia non sempre coincide con la profondità.

I Greci che fondarono Napoli intorno al 470 avanti Cristo scelsero il tufo come risorsa principale della città. Il tufo è una roccia vulcanica porosa, facile da estrarre, perfetta per costruire. Ma non lo usavano solo per i muri. Scavavano gallerie sotto la città per ottenere il materiale grezzo. Quelle cave, che inizialmente servivano come fonte di pietra da costruzione, si trasformarono nel tempo in un sistema di distribuzione dell'acqua, in cisterne, in magazzini. I Romani, che conquistarono Napoli nel 326 avanti Cristo, mantennero questo sistema e lo perfezionarono. Costruirono aquedotti sotterranei e cisterne enormi. Uno di questi serbatoi, la Piscina Mirabilis a Bacoli, è grande come una cattedrale. Un altro, localizzato sotto il convento di San Paolo Maggiore nel centro storico, rimane ancora parzialmente allungato e pieno d'acqua. I cristiani arrivarono più tardi e usarono parte di queste strutture come catacombe, soprattutto tra il secondo e il quinto secolo. Non tutte le catacombe di Napoli erano cristiane, però. Alcune erano ebraiche. La comunità ebraica napoletana risale almeno al primo secolo dopo Cristo ed è una delle più antiche d'Italia.

Oggi le catacombe di San Gaudioso e quelle di San Gennaro attirano turisti, ma i numeri rimangono bassi rispetto alle catacombe di Roma. San Gennaro, localizzate a circa venti minuti a piedi dal duomo, contengono i resti del patrono di Napoli e sono ancora un luogo di pellegrinaggio. Le catacombe di San Gaudioso, vicino alla basilica dello stesso nome, presentano un'architettura più intricata e meno conosciuta. Il sito UNESCO del Centro Storico di Napoli include formalmente queste strutture sotterranee come parte del patrimonio, ma rimangono relativamente invisibili nei circuiti turistici mainstream. Durante la Seconda guerra mondiale, quando i bombardamenti alleati colpivano la città quotidianamente, i napoletani trasformarono ulteriormente le gallerie sotterranee in rifugi antiaerei. Decine di migliaia di persone si ammassavano ogni notte sotto terra. Nel febbraio del 1944, dopo una notte di bombardamenti particolarmente intensi, 186 persone morirono soffocate in uno di questi rifugi di San Gennaro Vesuviano. Le autorità avevano chiuso un'uscita, creando un collo di bottiglia micidiale quando la folla ha cercato di scappare. Quei rifugi esistono ancora e sono parzialmente visitabili.

Quello che nessuno dice su Napoli sottoterra

Il primo equivoco è che le catacombe di Napoli siano un'alternativa interessante alle catacombe di Roma. Non lo sono, almeno non nello stesso modo. Le catacombe romane sono una rete estesa di gallerie cimiteriali cristiane ben organizzate, con decine di chilometri di estensione. Quelle di Napoli sono frammenti più dispersi, meno decorate, ma potenzialmente più affascinanti proprio perché mescolano funzioni diverse: religiose, civili, militari. Visitarle non significa fare un tour di una necropoli cristiana ordinata, ma calpestare uno strato depositato da civiltà diverse.

Il secondo equivoco riguarda l'accesso. Molti credono che il sottosuolo di Napoli sia completamente esplorabile, una vera città parallela aperta ai visitatori. La realtà è che la maggior parte di queste strutture rimane privata, pericolante, o inaccessibile. Le zone ufficialmente aperte al pubblico sono una frazione minuscola. Ci sono intere sezioni delle gallerie greco-romane sotto il centro storico che gli archeologi neanche conoscono completamente. Nel 2019, durante lavori per una stazione della metropolitana, gli operai hanno scoperto una parete affrescata romana perfettamente conservata a sette metri di profondità. Scoperte del genere capitano ancora oggi, il che significa che il sottosuolo napoletano non è stato catalogato sistematicamente. Rimane in gran parte un territorio ignoto.

Come organizzare la visita al sottosuolo di Napoli

Quando riemergi dalle catacombe di San Gennaro e riprendi la strada tra il traffico di Napoli, la città ti sembra improvvisamente fragile. Sapere che sotto gli asfalti, sotto i palazzi crollanti, sotto il rumore quotidiano, esiste uno strato di duemilacinquecento anni di storia in miniatura cambia il modo in cui la guardi. Non è più solo caos. È archeologia ancora viva.