Negli anni Settanta, la strada verso il calzolaio era una tappa fissa nella routine domestica italiana. Quando la suola di una scarpa iniziava a consumarsi, non si pensava a scartarla: si riprendeva e si portava al calzolaio del quartiere, una figura centrale nella vita del consumo consapevole. La risuolatura era prassi normale, radicata nelle abitudini di tutti, ricchi e meno ricchi. Una suola nuova costava poco, permetteva di indossare ancora per mesi le scarpe preferite, e rappresentava il modo in cui il risparmio domestico si traduceva in gesti concreti e quotidiani.
Il mestiere del calzolaio negli anni Settanta
Il calzolaio non era solo un artigiano che riparava guasti. Era un professionista che mastocava il tempo e conosceva i materiali con precisione. La sua officina, sempre affollata di scarpe in attesa, ospitava martelli, colla di cuoio, suole di gomma e cuoio, e una serie di attrezzi specializzati che usava con gesti automatici ma complessi. Ogni scarpa arrivava con una storia diversa: una crepa sulla punta, un tacco consumato, una suola che aveva visto troppi chilometri. Il calzolaio decideva se conviene risuolare o se il capo è ormai oltre ogni salvezza.
La risuolatura vera e propria era il servizio principale.
Si togliere la suola vecchia, spesso con fatica perché la colla che la teneva era resistente. Poi veniva incollata una suola nuova, di gomma o di cuoio a seconda della preferenza del cliente e del tipo di scarpa. La colla era riscaldata, applicata sia sulla suola che sulla scarpa, e poi pressata con forza. Alcuni calzolai usavano torchi meccanici, altri affiavano la pressione manuale. La suola doveva aderire perfettamente, senza bolle d'aria, perché una cattiva adesione significava che la scarpa sarebbe tornata a distaccarsi dopo poche settimane.
L'economia invisibile della riparazione

Il costo di una risuolatura rappresentava una frazione minima del costo della scarpa nuova. Se una scarpa da uomo costava quaranta o cinquanta mila lire negli anni Settanta, una risuolatura non superava le tre o quattro mila. Era un investimento piccolissimo che permetteva di usare ancora la scarpa per un anno o anche più, a volte fino a due o tre anni dopo la prima risuolatura. Una famiglia che risuolava regolarmente le scarpe invece di acquistarne di nuove risparmiava somme significative su base annuale.
Questo risparmio non era visibile come altri.
Non si vedeva nei budget familiari pubblicati sui giornali, non era argomento di dibattito economico. Ma era reale, concreto, e incideva direttamente sulla capacità della famiglia di bilanciare le spese. Le scarpe duravano più a lungo, i soldi stanziati per l'abbigliamento se ne andavano meno velocemente, e il denaro risparmiato poteva essere destinato ad altre necessità. In una famiglia a reddito medio o basso, questa pratica significava la differenza tra chiudere il bilancio e non chiuderlo.
La bottega come centro di cultura del riparo
Il calzolaio era anche un luogo di sapere collettivo. Le persone chiacchieravano mentre aspettavano, raccontavano come allungare la vita delle scarpe, quale tipo di suola resisteva meglio, come riconoscere una scarpa ancora salvabile da una ormai logora. Il calzolaio stesso era deposito di questo sapere, capace di valutare al tatto e allo sguardo lo stato di una suola, di predire quanto ancora una scarpa potesse reggere se la si risuolava o se invece era il momento di rinunciarvi.
Il gesto della riparazione non era scontato o banale.
Rappresentava una consapevolezza del valore dell'oggetto e una relazione umana con chi possedeva quella scarpa. Il calzolaio non vendeva scarpe nuove, bensì estendeva la vita delle scarpe altrui. Era un mestiere di conservazione, non di ricambio.
Il declino della pratica
Negli ultimi decenni, il mestiere del calzolaio ha subito un'erosione costante. La produzione di massa ha reso le scarpe sempre meno costose ma anche più difficili da riparare, con suole incollate piuttosto che cucite, e materiali sintetici che mal si adattano ai metodi tradizionali. L'acquisto compulsivo di abbigliamento a basso costo ha fatto perdere il senso della riparazione come pratica ordinaria. Le calzolerie si sono rarefatte, soprattutto nei piccoli centri, e la mentalità del consumatore si è invertita: oggi è spesso più conveniente comprare scarpe nuove che ripararle.
Cosa rimane di quella pratica
Guardare agli anni Settanta attraverso la figura del calzolaio significa comprendere come il risparmio domestico non era una privazione, ma una gestione consapevole delle risorse. Le scarpe risuolate non erano un segno di povertà: erano il frutto di una mentalità che considerava naturale riparare piuttosto che ricambiare. Oggi, in un contesto di prezzi in crescita e di inflazione ricorrente, quella mentalità torna a fare capolino. Sempre più persone cercano artigiani capaci di riparare, di estendere la vita degli oggetti, di offrire un'alternativa al consumo sostitutivo. Il calzolaio non è ancora scomparso, ma la sua funzione sociale si è trasformata. Non è più la norma, bensì un'eccezione consapevole, una scelta ideologica e pratica insieme. Risuolare una scarpa oggi significa rivendicare un modo diverso di stare al mondo, meno frettoloso, meno dispersivo, più attento al reale valore delle cose. Una pratica che gli anni Settanta conoscevano bene.
