Mia nonna aveva una fotografia in bianco e nero appesa in cucina. Civita di Bagnoregio, 1952. Lei ci era stata a piedi con una zia, scendendo il sentiero che ancora oggi divide il borgo dal resto del mondo. Mi diceva che le case sembravano costruite male, pendenti, grige di fango e lezzo. Oggi so che quelle case non erano mal costruite: erano costruite in fretta, nel Trecento, sopra le fondamenta etrusche, sopra le loro mura squadrate di tufo. La Tuscia laziale è questo. Non una zona archeologica. Un luogo dove il passato non è stato scavato, catalogato, messo dietro il vetro, ma continua a stare sotto i piedi di chi abita, chi cammina, chi osserva una parete di casa e vede due tufi diversi, due epoche nella stessa muratura.

La provincia di Viterbo raccoglie una ventina di borghi che portano dentro di sé questa stratificazione. Non tutti sono ancora abitati. Alcuni sono resti, scheletri di pietra. Il tufo grigio è la firma etrusca. Gli Etruschi scavavano nelle rocce vulcaniche, non costruivano in superficie. Scavavano camere sepolcrali, strade sotterranee, condotti d'acqua. Quando il Medioevo arrivò, fra il Mille e il Duecento, i nuovi abitanti trovarono già i vuoti, le fondamenta artificiali, le piattaforme. Costruirono sopra, rapido, usando il tufo grigio che trovavano in loco. Questo tufo è friabile, assorbe acqua, si degrada. Ecco perché molti borghi della Tuscia sembrano sempre sul punto di crollare. Non è trascuratezza moderna. È la natura del materiale antico.

Quello che rimane delle pietre etrusche

A Civita di Bagnoregio il pendio è visibile ad occhio. La strada principale è scavata nel tufo, non costruita sopra. Camminandovi, si scende gradualmente. Le pareti laterali mostrano strati: il grigio scuro degli etruschi in basso, poi le ammorsature medievali, poi ancora il tufo polveroso del medioevo tardivo, poi mattoni cotti, poi intonaco. Una casa è una cronologia verticale. Non è una metafora. È geometria. A Pitigliano, anche in Toscana ma prossimo alla Tuscia, lo stesso fenomeno si ripete. Le vie sono cunicoli di tufo. Le case poggeano su grotte etrusche. Durante la Seconda Guerra Mondiale gli ebrei si nascosero nelle cavità etrusche sotto le abitazioni. La pietra che gli etruschi avevano scavato per i morti servì ai vivi, duemila anni dopo, per sopravvivere.

Nel Medioevo la Tuscia era una strada, non una destinazione. I pellegrini andavano da Roma verso la Toscana per le vie consolari. I feudatari costruivano borghi fortificati per controllare il passo, riscuotere pedaggi, proteggere il commercio del vino e del grano. Le chiese piccole, con absidi sporgenti, erano la spina dorsale del potere. A Sovana, dove il tufo è ancora più scuro, la chiesa dedicata a San Mamiliano conserva ancora i canali di scolo medievali: sono solchi nella pietra, non costruzioni sopraggiunte. Osservare una chiesa etrusca e una medievale significa osservare due mentalità della pietra. Gli etruschi scuotevano la terra per creare spazi interiori. Il Medioevo costruiva verso l'alto, con piccolissime aperture, per difesa e controllo termico.

Le case e il tempo stratificato

Una casa medievale nella Tuscia non ha due muri paralleli. I muri seguono il pendio, la roccia sottostante, gli ostacoli etruschi non rimossi. Una finestra può essere quadrata in facciata e triangolare inside, perché il muro è inclinato. Una scala interna sale storta. Le porte non si allineano. Non era incompetenza costruttiva. Era rispetto della preesistenza. Si costruiva aggirandosi, non demolendo. Oggi questa pratica si chiama sostenibilità. Allora era economia. Non c'era energia per abbattere roccia. La roccia restava. La casa si adattava.

Negli anni Settanta, quando mia madre comprò una casa nel Senese, il geometra le disse una cosa che ricordo: ogni parete vecchia ha diritto di stare storta. Non la raddrizzare. Non è un errore. È memoria. Nella Tuscia questa regola non è mai stata abbandonata perché la parete non era soltanto storta. Portava dentro di sé l'impronta di quello che stava sotto. Una crepa poteva significare un cunicolo etrusco che cedeva, o una molla d'acqua che scorreva. Le case della Tuscia sono testi che si leggono, non oggetti che si usano.

Che cosa è rimasto oggi

La lista dei borghi ancora visibili include Civita di Bagnoregio, Pitigliano, Sovana, Sorano, Vitozza, Arlena di Castro. Alcuni sono semi-abbandonati. Pochi hanno manutenzione costante. Il tufo si consuma. L'acqua piovana lo disgrega. In estate le crepe si aprono, d'inverno si richiudono. È un movimento continuo, una respirazione della roccia. Restaurare un borgo della Tuscia non significa riportarlo al passato. Significa accompagnare questa respirazione, consolidare senza irrigidire, leggere quello che sottostà senza cancellare quello che sta sopra.

Civita di Bagnoregio è il caso più estremo. L'erosione l'ha trasformata in una vera isola: il ponte di accesso è l'unico collegamento con il mondo contemporaneo. Chi vive lì conosce la geologia in modo osseo. La falda acquifera passa a quindici metri sotto. Le radici dei muri discendono fino alle camere sepolcrali etrusche. Una frana non è una sorpresa meteorologica. È una stagione della roccia. Questa conoscenza incarnata manca nelle case nuove. Nelle case costruite dopo il 1960 in Italia, non c'è questa lettura. Tutto è superficie. Tutto è prevedibile. Il tufo della Tuscia non è prevedibile. È un accordo fra il costruttore e la terra sottostante. Un contratto che dura secoli.

Era davvero meglio abitare una casa dove il pavimento è un cunicolo etrusco e la muffa sale dal tufo anche d'estate. Non lo so. Mia madre la racconta come una sofferenza, lo squilibrio di temperatura, l'umidità che corrode gli abiti. Mio padre dice che era ricchezza, quella pietra, quella storia nelle mani. Io ricordo solo la friabilità: quando visitai Civita con una zia, lei staccò un pezzetto di tufo da una parete come se fosse pane secco. La guida non disse niente. Era normale. Il tufo era fatto per essere toccato, graffiato, compreso con le mani. Le case oggi non si toccano così. Stanno dietro il vetro della proprietà privata. Nella Tuscia no. Nella Tuscia la casa è ancora un dialogo fra la pietra e chi la abita.